"Pagine
corsare"
2 novembre 1975 - 2 novembre 2008
2 novembre: il giorno
più triste
2 Novembre 1975 - Pier Paolo Pasolini viene brutalmente assassinato in
uno spiazzo erboso presso un campetto di calcio all'idroscalo di Ostia.
Riceve percosse e bastonate; agonizzante, viene travolto più volte con
la sua stessa auto.
I capelli sono intrisi di sangue. Le tracce di pneumatici
segnano la sua schiena. Le dita della mano sinistra sono rotte. Dieci costole
sono fratturate. Il cuore è scoppiato. Muore quella notte uno dei più
grandi intellettuali italiani. E anche uno degli intellettuali più scomodi
che la letteratura del Novecento italiano annoveri. Non sappiamo ancora
chi sia stato veramente e soprattutto quanti siano stati ad ammazzarlo,
però sappiamo sicuramente che è stato linciato quando era in vita da
quella borghesia che secondo Pasolini non era una classe sociale ma una
vera e propria malattia, una serpe covata nel seno della società italiana.
A tale riguardo Moravia aveva già detto che la borghesia italiana era
capace di tutto, bastava volgersi indietro e constatare le responsabilità
effettive del ceto borghese nella controriforma e nel fascismo.
L’omicidio
Pasolini è tuttora non del tutto risolto: sarà Pino Pelosi a essere condannato
per questo assassinio, ma molti aspetti del delitto non saranno mai chiariti.
Nel 2005, dopo trenta anni di silenzio, Pino Pelosi, il ragazzo di vita
che uccise Pasolini, cambia versione: «Io sono innocente. Non sono complice
di nessuno. Non sono stato io l'assassino», dice a Franca Leosini che
lo intervista per "Ombre sul giallo" (programma televisivo trasmesso da
Rai3 sabato 7 maggio 2005) e accusa tre sconosciuti, tre giovani che parlavano
"con un accento del Sud".
L’ex ragazzo di vita capovolge
la versione che fornì ai giudici trent’anni prima.
Racconta
che, dopo essere arrivati all’Idroscalo, scese dalla macchina e (qui
il racconto cambia radicalmente rispetto al passato) dal buio della notte
sbucano tre uomini sui quarantacinque, quarantasei anni: uno aggredisce
il ragazzo, gli altri due si occupano di Pasolini. Pelosi racconta di esser
stato picchiato, minacciato da una persona «con la barba, coi capelli
ricci che mi ha preso per il collo, mi diceva “fatti i cazzi tuoi”».
Pasolini è stato tirato fuori dalla macchina, hanno cominciato a picchiarlo
in un modo che Pelosi definisce “inaudito”. Il ragazzo cominciò a
reagire, «per difendere il signor Pasolini. Questo poveraccio urlava,
mentre loro lo massacravano».
Racconta
di aver preso una mazzata sul naso, di essere stato picchiato, preso per
il collo. Sui tre uomini Pelosi non fornisce alcun dettaglio fisico, ricorda
solamente che l’uomo che lo minacciò aveva la barba e i capelli ricci;
racconta che avevano un accento del Sud, calabrese o siciliano, e che,
mentre davano “una lezione a Pasolini”, insultavano il poeta dicendogli
“sporco comunista”, “fetuso”, “arruso”, “frocio”. «Lui
non reagiva, lo stavano massacrando, urlava», continua Pelosi. «Si aggrappava
al tettuccio, non voleva uscire ma l’hanno letteralmente tirato fuori.
Lo hanno picchiato selvaggiamente, finché rantolava». Poi la morte, avvenuta
a causa dello schiacciamento di Pasolini a opera dell’Alfa Romeo GT dello
scrittore, guidata da Pelosi, che travolge il corpo ormai agonizzante senza
accorgersene.
Vi sono poi, oltre a quelle di Pelosi, le rivelazioni di Sergio Citti,
fraterno amico di Pasolini che all’epoca del processo - malgrado avesse
realizzato un filmato in loco a distanza di poche ore dal delitto - fu
volutamente escluso dalle testimonianze: «Erano in cinque, Pasolini fu
giustiziato: quella sera doveva incontrare chi aveva rubato le pellicole
di Salò o le 120 giornate di Sodoma». Citti sostiene che Pelosi fosse
un’esca. E ancora: «Pelosi, con Pier Paolo, aveva una sorta di appuntamento.
Era lui che doveva condurlo ad Acilia [...] e siccome volevano essere sicuri
che Pier Paolo ci arrivasse davvero, scelsero un ragazzo del tipo che piaceva
a Pier Paolo, riccio, moro, muscoloso». Citti sostiene che Pasolini gli
disse, poche sere prima di morire, che aveva trovato un contatto per riavere
le pellicole del film, che aveva un appuntamento ad Acilia la sera del
primo novembre. Ovviamente, secondo Citti, il ricatto delle pellicole del
film Salò o le 120 giornate di Sodoma era soltanto un pretesto. Il poeta
fu condotto a Ostia, e lì ci fu il massacro: «Picchiarono per uccidere,
professionisti». Dopo tali dichiarazioni vi è stata, da parte degli avvocati
del processo celebrato trent’anni prima, Guido Calvi e Nino Marazzita,
la richiesta alla Procura di Roma di riapertura delle indagini. Il Comune
di Roma, a sua volta, si è costituito parte offesa.
Carla
Benedetti, studiosa di Pasolini, dopo le nuove dichiarazioni di Pelosi
ha promosso a sua volta una raccolta di firme perché le indagini siano
riaperte. L’elenco delle adesioni raccolte è stato consegnato nel luglio
2007 al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Nel luglio
2008 il colonnello del Ris di Parma Luciano Garofano ha dichiarato che
le nuove tecnologie a disposizione possono consentire «di acquisire le
informazioni necessarie a ricostruire finalmente la dinamica del delitto
Pasolini», facendo sì che il caso non possa essere considerato chiuso.
Spiega il colonnello Garofano che la prova del Dna e la tecnica del Bpa
potrebbero essere «valide per rileggere le modalità del delitto». A
modo di vedere di Garofano «l'analisi del Dna si potrebbe effettuare su
molti reperti», poiché alcuni di essi «non sono mai stati sufficientemente
presi in considerazione». Molte sono, infatti, secondo l'investigatore-autore
di due volumi che ricostruiscono i delitti d'Italia che hanno fatto notizia,
le «falle del percorso indiziario».
«La
morte di Pasolini è stata come la morte di Gramsci», ha sostenuto Roberto
Cotroneo nel maggio 2005. «Più che un assassinio, e più che un assassinio
politico, come molti hanno sostenuto, l'assassinio di Pasolini è stato
la fine di una possibilità, lo spegnersi violento e vile di un'intelligenza
da cui non si poteva prescindere. E che doveva suscitare rabbia. Sono
stati molti gli intellettuali importanti in questo dopoguerra. Abbiamo
guardato l'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta con gli occhi di Moravia,
della Morante, dei fratelli d'Italia di Arbasino, dietro le nebbie della
Ferrara di Bassani, attraverso la lente vivida e nitida di Volponi, con
il sarcasmo amaro di Ottieri, e con la volteriana sicilianità di Leonardo
Sciascia. Abbiamo imparato a leggere i segni del mondo da Umberto Eco e
ci siamo mossi con rispetto e attenzione nei sentieri che si biforcano
di Calvino. Ma Pasolini era altro. Moderno in una maniera strana. Con
squarci improvvisi di futuro, e allo stesso tempo passaggi desueti».
Angela
Molteni
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BRANI
DI PIER PAOLO PASOLINI
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DA
OTTOBRE 1998
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