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1 novembre 2000
Lo scrittore ucciso nella
notte tra il 1° e il 2 novembre di 25 anni fa cominciò a collaborare
con il Corriere della Sera nel gennaio ?73. Vista oggi, la collaborazione
di Pier Paolo Pasolini al Corriere della Sera è un precedente che sorprende
e fa riflettere. Il primo articolo dello scrittore e regista fu pubblicato
dal quotidiano di via Solferino il 7 gennaio 1973, dieci mesi dopo la nomina
a direttore di Piero Ottone. Sappiamo delle aperture di Ottone, delle sue
iniziative volte a svecchiare il Corriere, avvicinandolo alle problematiche
che allora agitavano la società italiana, spesso lacerandola. Tuttavia,
ci sembra clamoroso che Pasolini sia stato accolto sulle pagine del quotidiano
milanese dallo stesso direttore al quale poco tempo prima aveva inviato
una lettera che definire offensiva sarebbe un bugiardo eufemismo:
Pasolini protestava per i servizi sulla guerra del Vietnam che in quel
periodo apparivano sul Corriere («sarebbe ora che ti vergognassi per quello
che "fai" scrivere ai tuoi disonesti redattori...») e concludeva
con uno dei suoi vaticini che oggi, col senno di poi, sappiamo erano una
sorta di sua cifra
stilistica: «... quelli
che oggi sono gli sfruttati e gli oppressi spazzeranno via voi e le vostre
libertà. Costoro sanno oggi meglio che mai che questa non è retorica
millenaristica...». Indignato per la linea di politica estera espressa
dal grande giornale della borghesia italiana, Pasolini ne definiva il direttore
«una triviale e laida puttana». Nonostante ciò, un anno dopo ecco l'autore
di Accattone scrivere per il Corriere della Sera, sotto la medesima
direzione; anzi, per espresso invito di quella stessa direzione.
Nonostante il nuovo corso
propiziato da Ottone in quel periodo, il quotidiano di via Solferino, agli
occhi degli intellettuali di sinistra più intransigenti, rimaneva espressione
del conservatorismo borghese. Dall'una e dall'altra parte, mediatore il
direttore, vi fu un avvicinamento. Esso fu reso possibile con l?invenzione
di una «tribuna aperta», nella quale ospitare anche gli scritti degli
esponenti più controcorrente e arrabbiati della cultura. Pier Paolo Pasolini
tra questi, anche se aveva scritto quella lettera dal contenuto così offensivo.
«Sì, era giusto lo facessi»,
dice ora Piero Ottone. E spiega: «Quando si dirige un giornale bisogna
rispettare tutte le opinioni, anche quelle insultanti nei nostri confronti.
Ricordo che, appena nominato al Corriere, misi in pagina la lettera che
diceva: "Dopo Missiroli, Russo, dopo Russo Spadolini, dopo Spadolini Ottone.
Al peggio non c'è fine". Oltretutto, la trovavo spiritosa». Certo, non
si potrebbe definire altrettanto lo scritto di Pasolini. Ottone è d'accordo,
ma ripensando a quella sua scelta, dice: «Non mi ero sentito ferito dalle
sue frasi offensive perché avevo la coscienza a posto. E poi, se lui poteva
dire qualcosa d'interessante sul giornale che dirigevo, impedirglielo per
fatto personale sarebbe stato un errore. In quel momento Pasolini era una
voce che andava ascoltata, indipendentemente dalle proprie opinioni».
Come collaboratore, il «corsaro»
Pasolini non era né oltremodo esigente né pressante. «I contatti con
lui erano tenuti soprattutto dal vice direttore Gaspare Barbiellini Amidei»,
dice Ottone e ricorda che soltanto in una occasione, per ragioni strettamente
legali (per evitare cioè guai giudiziari al giornale), dovette convincerlo
a non pubblicare un suo scritto. «Ascoltò le mie ragioni, le comprese
e non protestò».
Il primo articolo sul «Corriere»
di Pasolini fu ospitato in seconda pagina e, nello stile provocatorio del
poeta, s'intitolava «Contro i capelli lunghi». Il 10 giugno 1974 (con
scandalo di molti lettori) ecco aprirsi per lui la prima pagina, con uno
scritto dal titolo «Gli italiani non sono più quelli», in cui il suo
attacco alla civiltà materialistica, matrigna della devastante omologazione,
si dispiegava compiutamente.
In anni lontani, Pasolini
aveva già scritto per il «Corriere d'Informazione», la testata sorella
del quotidiano di via Solferino. Era stato il direttore Gaetano Afeltra,
nel 1956, a chiedergli uno scritto da pubblicare, come pura lettura, il
sabato («Egregio signore, il "Corriere d'Informazione", come Lei avrà
visto, pubblica ogni settimana, al sabato, una pagina intera dedicata alla
narrativa, nella quale a racconti famosi di Cechov, Mann, Pirandello, Dostoevskij
si alternano a racconti di scrittori italiani viventi già noti e di indiscutibile
valore letterario... perciò saremmo lieti di poter contare anche sulla
Sua collaborazione...»). Pasolini aveva accettato di buon grado. «Ricordo
che ci incontravamo all'hotel Ambasciatori di Roma», dice Afeltra. «Mi
colpiva la sua intelligenza, la sua vivacità. I suoi scritti facevano
sempre discutere, per questo, giornalisticamente, erano l'ideale. Fu lui
a inventare la parola Palazzo, un'espressione di cui noi giornalisti non
avremmo più potuto fare a meno».
Matteo Collura
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