2 novembre 1975-2 novembre 2000 - Rassegna stampa

."Pagine corsare"
.2 novembre 2000

il Nuovo / quotidiano on line
www.ilnuovo.it

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Quel che resta di Pasolini 
A venticinque anni dalla morte, il poeta - cineasta - intellettuale corsaro parla ancora agli uomini del Duemila? Cosa è vivo e cosa è inservibile di una produzione vasta, discussa, scandalosa? Anziché riproporre la domanda ad amici e coetanei dell'autore di Ragazzi di vita , giriamola agli scrittori e ai critici dell'ultima generazione.

Luca Doninelli, figlio letterario di Testori, giura sull'attualità  di Pasolini perché era "un intellettuale alla Voltaire,  libero, che non pensava cioè per conto e al servizio di qualche pezzo del potere, che era capace di provocare, di mettere alla prova i nostri luoghi comuni, di spezzare le banalità del suo tempo". Insomma, il Pasolini corsaro, quello degli articoli sulla Terza pagina del Corriere parla ancora a Doninelli "perché profetico, non nel senso che predice il futuro, questo lo fanno gli indovini, ma perché dice le cose come sono e, quindi, ci aiuta a capire anche come saranno".  Accanto all'agguerrito elzevirista anche il poeta resta vivo, mentre ciò che è caduto sono "certa narrativa come Ragazzi di vita  o certa cinematografia". Per Doninelli "in questi campi c'è tanta roba da buttare, ma anche alcuni capolavori da salvare, da custodire". Primo fra tutti il film La ricotta con quell'immagine della famelica fame del sottoproletario:  "Amo Pasolini - osserva l'allievo di Testori - prima di tutto perché sapeva essere antiborghese, perché era capace di riportare alla memoria un mondo, una cultura che andava scomparendo, che ormai è scomparsa".

Di opinione del tutto opposta è Massimo Onofri, giovane critico, recensore per L'Indice dell'intera opera di Pasolini, uscita di recente per I Meridiani. Per lui è proprio "la parte nostalgica del poeta-cineasta quella da buttar via: l'inno alla società contadina, o alle lucciole che scompaiono. Tutto questo è vecchio, caduto per sempre". Onofri ci va giù duro su tutta la produzione corsara sino a giudicare "pressoché inservibile persino la sua più famosa e fortunata metafora, quella del palazzo": se "i contenuti di quelle polemiche sono ormai sorpassati, resta però la grande capacità del giornalista di afferrare la forza dello scandalo, di comprendere il modo per comunicare". Il Pasolini che Onofri preferisce "è il critico letterario che per l'intuito e il gusto si colloca fra i più grandi". Il poeta invece è "discontinuo": accanto ad una produzione interessante come quella de Le ceneri di Gramsci, "c'è tanta roba malriuscita". "Da accantonare anche opere narrative come Ragazzi di vita e Una vita violenta ".

Giudizi pesanti, insomma, in alcuni casi senza appello, ma il giovane critico cambia tono quando arriva a parlare di Petrolio , il romanzo incompiuto e postumo: "Quello è un autentico capolavoro, un' opera straordinaria con la quale la critica e più in generale l'intera cultura italiana non hanno ancora fatto i conti. Quel romanzo ci parla dell'oggi e del domani, di quello che saremo. Forse fra venti anni avremo inteso.

Un altro punto alto della produzione pasoliniana è - secondo Onofri - Le 120 giornate di Sodoma . In complesso, le opere come cineasta, però "non sono convincenti": "Probabilmente aveva ragione Fellini quando lo definiva un analfabeta di genio".

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Venticinque anni senza Pasolini
di Fernando Martinez

Che cosa ne penserebbe Pasolini? È una domanda che capita spesso di farsi di fronte alle meraviglie e alle idiozie del nostro tempo. Che cosa ne scriverebbe lui che in prima pagina sul Corriere della Sera nel '74 scrisse "io conosco i nomi dei politici mandanti delle stragi..."? Che cosa direbbe quando noi diciamo "non ci posso credere", spiazzati dai rapidi sviluppi e degenerazioni della politica, del costume, dei media, della tecnologia? In questa domanda è forse, per tanti, il valore della sua vera eredità. Per quelli che negli anni '70 avevano l'età della ragione e per quelli che si sono presi la briga di scoprirlo dopo, Pasolini, in sintonia con quella "forza rivoluzionaria del passato" che lui contrapponeva al "progressismo di maniera".

Più che il poeta e il letterato, giudicato a volte "esile" (da Carmelo Bene per esempio); più che il regista di cinema che ha sempre diviso e incontrato alterne fortune; è il Pasolini osservatore della realtà che ci circonda (il "maìtre a penser" in francese) a restare nel ricordo. Il filtro intelligente di un mondo non fruito passivamente, che diventa coscienza collettiva del suo tempo. E che aiuta ancora noi oggi a sfuggire la narcosi delle mille forme di controllo sociale, dei cosiddetti bisogni indotti, dalla mercificazione di tutto.
A noi rimane negli occhi il viso scavato. Nelle orecchie quella voce impastata di miele e di fiele, che non potremo dimenticare. "Una creatura angelica" disse Eduardo. Con quel corpo inquietante e gentile che va incontro alla gente per strada, il microfono in mano per un film-inchiesta, con domande soavemente fuori tono. Un padre nobile, in fondo, di Iene, Gabibbi e Chiambretti d'oggi, ma senza la schiavitù della prostituzione spettacolare. Il paragone non sembri irrispettoso perchè se c'è uno che ha sempre impastato "basso" e "alto" è Pasolini. È questa l'eredità sociale più viva di un Poeta, inteso nel senso più ampio, come intendeva Alberto Moravia che ai funerali dell'amico urlò "il poeta dovrebbe esser sacro". Un'eredità ancora scomoda se è vero come è vero che i mandanti delle stragi non sono ancora processati; che la libertà sessuale è identificata con l'esibizione anatomica dei corpi.

E infatti, in un mondo fatto di segni, non può sfuggire la grande rimozione del Poeta denunciata da un piccolo dettaglio come l'assenza di riferimenti toponomastici: "niente vie, niente piazze, niente scuole" annotò giustamente Michele Serra. Celebrato, rimosso e mai elaborato a livello sociale, Pasolini inquieta per la sua preveggenza quasi profetica, perché oggi stiamo andando proprio dove lui indicava con allarme. E si sa che quello della Sibilla è sempre un ruolo sgardevole, come fa notare intelligentemente il biografo pasoliniano Nico Naldini. Inquieta anche perché è probabilmente l'intellettuale italiano più discusso della seconda metà del Novecento.

Aveva una naturale tendenza a scandalizzare, che gli derivava dalla sua "diversità", ma anche da uno spirito dissenziente che lo portava a sposare le tesi più impopolari, come la rivalutazione dei poliziotti, la polemica antiabortista, la denuncia della superficialità della "rivoluzione sessuale". Anche con la sinistra ebbe rapporti complicati, il suo anticonformismo viscerale sfuggiva ad ogni tentativo di etichettatura: sovversivo e reazionario, ingenuo e malizioso, pedagogo e corruttore, puro e ipocrita sono tutte aggettivazioni che gli sono state buttate addosso. Perché un poeta così, come scrisse Oriana Fallaci , "appartiene a tutti noi". Eppure, allora, pochi lo sentivano proprio. I giovani che oggi animano decine di siti intenet a lui dedicati, negli anni '70 gli tiravano insulti.

Questo scarto temporale, questo anticipo sui tempi è in fondo una qualità dei Poeti. Ma per lui fu qualcosa di più. Intellettuale "disorganico" per eccellenza, Pasolini era un uomo che dava fastidio: lo testimoniano i 33 processi di cui fu protagonista. Non aveva paura di sbagliare, né di sporcarsi le mani; apocalittico e disperato, si sforzava di "essere continuamente irriconoscibile", come scriveva poche ore prima di morire. Amava i personaggi dispersi nella "periferia della storia" e si sentiva profondamente "inattuale". Ma era capace di decifrare con spregiudicatezza i fenomeni del suo tempo: "il nuovo potere dei consumi", "la mutazione antropologica", "la distruzione paesaggistica dell'Italia"...  Per questo, per tutto questo la sua eredità è oggi difficile da raccogliere, occorre "guardarla" bene in faccia come scrisse Franco Fortini.
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