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Quel che resta di
Pasolini
A venticinque anni dalla
morte, il poeta - cineasta - intellettuale corsaro parla ancora agli uomini
del Duemila? Cosa è vivo e cosa è inservibile di una produzione
vasta, discussa, scandalosa? Anziché riproporre la domanda ad amici
e coetanei dell'autore di Ragazzi di vita , giriamola agli scrittori
e ai critici dell'ultima generazione.
Luca Doninelli, figlio
letterario di Testori, giura sull'attualità di Pasolini perché
era "un intellettuale alla Voltaire, libero, che non pensava cioè
per conto e al servizio di qualche pezzo del potere, che era capace di
provocare, di mettere alla prova i nostri luoghi comuni, di spezzare le
banalità del suo tempo". Insomma, il Pasolini corsaro, quello degli
articoli sulla Terza pagina del Corriere parla ancora a Doninelli "perché
profetico, non nel senso che predice il futuro, questo lo fanno gli indovini,
ma perché dice le cose come sono e, quindi, ci aiuta a capire anche
come saranno". Accanto all'agguerrito elzevirista anche il poeta
resta vivo, mentre ciò che è caduto sono "certa narrativa
come Ragazzi di vita o certa cinematografia". Per Doninelli
"in questi campi c'è tanta roba da buttare, ma anche alcuni capolavori
da salvare, da custodire". Primo fra tutti il film La ricotta con
quell'immagine della famelica fame del sottoproletario: "Amo Pasolini
- osserva l'allievo di Testori - prima di tutto perché sapeva essere
antiborghese, perché era capace di riportare alla memoria un mondo,
una cultura che andava scomparendo, che ormai è scomparsa".
Di opinione del tutto opposta
è Massimo Onofri, giovane critico, recensore per L'Indice
dell'intera
opera di Pasolini, uscita di recente per I Meridiani. Per lui è
proprio "la parte nostalgica del poeta-cineasta quella da buttar via: l'inno
alla società contadina, o alle lucciole che scompaiono. Tutto questo
è vecchio, caduto per sempre". Onofri ci va giù duro su tutta
la produzione corsara sino a giudicare "pressoché inservibile persino
la sua più famosa e fortunata metafora, quella del palazzo": se
"i contenuti di quelle polemiche sono ormai sorpassati, resta però
la grande capacità del giornalista di afferrare la forza dello scandalo,
di comprendere il modo per comunicare". Il Pasolini che Onofri preferisce
"è il critico letterario che per l'intuito e il gusto si colloca
fra i più grandi". Il poeta invece è "discontinuo": accanto
ad una produzione interessante come quella de Le ceneri di Gramsci,
"c'è tanta roba malriuscita". "Da accantonare anche opere narrative
come Ragazzi di vita e Una vita violenta ".
Giudizi
pesanti, insomma, in alcuni casi senza appello, ma il giovane critico cambia
tono quando arriva a parlare di Petrolio , il romanzo incompiuto
e postumo: "Quello è un autentico capolavoro, un' opera straordinaria
con la quale la critica e più in generale l'intera cultura italiana
non hanno ancora fatto i conti. Quel romanzo ci parla dell'oggi e del domani,
di quello che saremo. Forse fra venti anni avremo inteso.
Un altro punto alto della
produzione pasoliniana è - secondo Onofri - Le 120 giornate di
Sodoma . In complesso, le opere come cineasta, però "non sono
convincenti": "Probabilmente aveva ragione Fellini quando lo definiva un
analfabeta di genio".
* * *
Venticinque anni senza
Pasolini
di Fernando Martinez
Che cosa ne penserebbe Pasolini?
È una domanda che capita spesso di farsi di fronte alle meraviglie
e alle idiozie del nostro tempo. Che cosa ne scriverebbe lui che in prima
pagina sul Corriere della Sera nel '74 scrisse "io conosco i nomi dei politici
mandanti delle stragi..."? Che cosa direbbe quando noi diciamo "non ci
posso credere", spiazzati dai rapidi sviluppi e degenerazioni della politica,
del costume, dei media, della tecnologia? In questa domanda è forse,
per tanti, il valore della sua vera eredità. Per quelli che negli
anni '70 avevano l'età della ragione e per quelli che si sono presi
la briga di scoprirlo dopo, Pasolini, in sintonia con quella "forza rivoluzionaria
del passato" che lui contrapponeva al "progressismo di maniera".
Più
che il poeta e il letterato, giudicato a volte "esile" (da Carmelo Bene
per esempio); più che il regista di cinema che ha sempre diviso
e incontrato alterne fortune; è il Pasolini osservatore della realtà
che ci circonda (il "maìtre a penser" in francese) a restare nel
ricordo. Il filtro intelligente di un mondo non fruito passivamente, che
diventa coscienza collettiva del suo tempo. E che aiuta ancora noi oggi
a sfuggire la narcosi delle mille forme di controllo sociale, dei cosiddetti
bisogni indotti, dalla mercificazione di tutto.
A noi rimane negli occhi
il viso scavato. Nelle orecchie quella voce impastata di miele e di fiele,
che non potremo dimenticare. "Una creatura angelica" disse Eduardo. Con
quel corpo inquietante e gentile che va incontro alla gente per strada,
il microfono in mano per un film-inchiesta, con domande soavemente fuori
tono. Un padre nobile, in fondo, di Iene, Gabibbi e Chiambretti d'oggi,
ma senza la schiavitù della prostituzione spettacolare. Il paragone
non sembri irrispettoso perchè se c'è uno che ha sempre impastato
"basso" e "alto" è Pasolini. È questa l'eredità sociale
più viva di un Poeta, inteso nel senso più ampio, come intendeva
Alberto Moravia che ai funerali dell'amico urlò "il poeta dovrebbe
esser sacro". Un'eredità ancora scomoda se è vero come è
vero che i mandanti delle stragi non sono ancora processati; che la libertà
sessuale è identificata con l'esibizione anatomica dei corpi.
E infatti, in un mondo fatto
di segni, non può sfuggire la grande rimozione del Poeta denunciata
da un piccolo dettaglio come l'assenza di riferimenti toponomastici: "niente
vie, niente piazze, niente scuole" annotò giustamente Michele Serra.
Celebrato, rimosso e mai elaborato a livello sociale, Pasolini inquieta
per la sua preveggenza quasi profetica, perché oggi stiamo andando
proprio dove lui indicava con allarme. E si sa che quello della Sibilla
è sempre un ruolo sgardevole, come fa notare intelligentemente il
biografo pasoliniano Nico Naldini. Inquieta anche perché è
probabilmente l'intellettuale italiano più discusso della seconda
metà del Novecento.
Aveva una naturale tendenza
a scandalizzare, che gli derivava dalla sua "diversità", ma anche
da uno spirito dissenziente che lo portava a sposare le tesi più
impopolari, come la rivalutazione dei poliziotti, la polemica antiabortista,
la denuncia della superficialità della "rivoluzione sessuale". Anche
con la sinistra ebbe rapporti complicati, il suo anticonformismo viscerale
sfuggiva ad ogni tentativo di etichettatura: sovversivo e reazionario,
ingenuo e malizioso, pedagogo e corruttore, puro e ipocrita sono tutte
aggettivazioni che gli sono state buttate addosso. Perché un poeta
così, come scrisse Oriana Fallaci , "appartiene a tutti noi". Eppure,
allora, pochi lo sentivano proprio. I giovani che oggi animano decine di
siti intenet a lui dedicati, negli anni '70 gli tiravano insulti.
Questo scarto temporale,
questo anticipo sui tempi è in fondo una qualità dei Poeti.
Ma per lui fu qualcosa di più. Intellettuale "disorganico" per eccellenza,
Pasolini era un uomo che dava fastidio: lo testimoniano i 33 processi di
cui fu protagonista. Non aveva paura di sbagliare, né di sporcarsi
le mani; apocalittico e disperato, si sforzava di "essere continuamente
irriconoscibile", come scriveva poche ore prima di morire. Amava i personaggi
dispersi nella "periferia della storia" e si sentiva profondamente "inattuale".
Ma era capace di decifrare con spregiudicatezza i fenomeni del suo tempo:
"il nuovo potere dei consumi", "la mutazione antropologica", "la distruzione
paesaggistica dell'Italia"... Per questo, per tutto questo la sua
eredità è oggi difficile da raccogliere, occorre "guardarla"
bene in faccia come scrisse Franco Fortini.
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