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Non siamo noi che
stabiliamo se un autore è immortale
di Ferdinando Camon
Non siamo noi che stabiliamo
se un autore è immortale o è morto, è il
pubblico. E il pubblico legge Pasolini, dunque Pasolini è vivo.
Ho sentito, di Pasolini, una lettura che non dimenticherò mai. Sulla
sua tomba, a Casarsa. Quando penso a un autore amato dopo morto, mi viene
in mente quella lettura. Era il 2 novembre, Pasolini era morto da qualche
anno. Vado a trovarlo, è sepolto qui, non lontano da casa mia. La
sua tomba sta subito dopo il cancello del cimitero, a sinistra.
[...]
Mi
aggiro per il cimitero (così contadino, pieno di fiori e di ramarri)
quando sento un vocìo segreto, un bisbiglio: mi volto e vedo che
davanti alla tomba di Pier Paolo s'è seduto su uno sgabello un ragazzo
sui 25 anni, ha in mano un libro aperto (lo riconosco: collana “Poesia”
di Garzanti, volumi rilegati con la copertina color oliva) e sta leggendo
tutta intera la poesia di Pasolini Supplica
a mia madre, quella in cui Pier Paolo esprime con insospettata
chiarezza l'origine della sua omosessualità, che stava nel rapporto
“sacro” col corpo della madre: il corpo della madre era intoccabile, e
per conseguenza ogni corpo femminile. Lì Pier Paolo parlava per
sé e per quelli come lui. Il ragazzo che leggeva, leggeva per sé
e per quelli come lui. La “durata” di un autore dipende da questo: dalla
capacità di quell'autore di “essere gli altri”.
Pasolini era stato i ragazzi
di vita, il comunista eretico, l'espulso perdonante, il cristiano antipapale,
il Cristo rivoluzionario, lo scrittore affermato che esordiva con ogni
esordiente.
[...]
Scappato dal Friuli a Roma
(per quella storia del ragazzino su cui avrebbe allungato le mani), povero
da patir la fame, schivato e rejetto, cercò i rejetti, gli emarginati,
i perdenti, i fuori-storia. La sotto-Roma. Quella sotto-Roma è morta,
quel sotto proletariato è stato spazzato via dalla rivoluzione dei
consumi, è diventato piccola borghesia: ma i libri che Pasolini
gli ha dedicato restano. «Dolorosi come un pugno nello stomaco»,
parole di Fortini.
[...]
Tutte le sue opere hanno
urtato contro questa difficoltà, la difficoltà di essere
accettate. Anche le sue poesie. I critici comunisti finirono per amare
le sue poesie friulane, così arcadiche, così dolciastre.
Non hanno mai amato Le ceneri di Gramsci, La religione del mio
tempo, Trasumanar e organizzar. Così come non hanno mai
accettato in pieno Ragazzi di vita, Una vita violenta, e
nemmeno i film, a partire da Accattone. Solo Fortini mi confessò
di non esser riuscito a restare nel cinema fino alla fine del Vangelo
secondo Matteo: stava guardando il film in un cinema di Firenze, con
la moglie, e l'angoscia per il messaggio mistico-rivoluzionario fu tale,
che Fortini dovette scappare. Dopo la morte, Pasolini viene continuamente
contrapposto a Calvino: o si accetta l'uno o l'altro. E' una contrapposizione
insensata. Pasolini sta sulla sponda del “cosa dire”, Calvino era ormai
passato alla sponda del “come dire”. Tra le due sponde corre la nostra
letteratura contemporanea. Non c'è bisogno che chi sta su una sponda
combatta la letteratura che si fa sull'altra sponda: può anzi sentirne
la bellezza, e la nostalgia. E non è certo così che si uccide
Pasolini, che lo si butta fuori storia, lo si dichiara morto. Oggi tornerò
alla sua tomba. La mia previsione è che troverò qualche altro
ragazzo, accoccolato lì vicino, a leggere suoi versi. Quella lettura
è una garanzia di durata molto più di questo articolo.
* * *
3 dicembre 2000
Laura Betti: «Vi
racconto Pasolini. Come l'ho amato io»
di Giovanni Bogani
«Tutte
storie. Il progresso, le idee nuove… L'Italia non si è liberata
di un bel niente. Nemmeno di un certo modo di vedere l'omosessualità.
Vedono Pier Paolo Pasolini ancora più come un caso di cronaca che
per tutto il resto. Per questo ho fatto un film su di lui». È
Laura Betti a parlarne. Dietro occhiali spessi, psichedelici, felliniani,
la sua voce è un sussurro e un grido. «L'Italia è preda
degli stessi pregiudizi di sempre. Ma continuo a vivere qui perché
è il paese più simpatico d'Europa. Pier Paolo? Sì,
ho fatto un film su di lui. È la prima volta che lo dico ufficialmente,
voi giornalisti me l'avete estorto. Una fiction? No, ma quale fiction.
La facciano gli altri, io no di certo. Ho raccolto tutte le interviste
televisive a Pier Paolo, i frammenti filmati, le foto inedite, gli articoli
di giornale, i saggi, gli appunti. Un materiale immenso, che unito ad alcune
scene che ho girato adesso, nei luoghi cari a Pier Paolo. Adesso ho bisogno
soltanto di un buon montatore, ma dove sono finiti in Italia i montatori?».
Sono passati venticinque
anni dalla morte di Pasolini, sulla spiaggia del Lido di Ostia. Di fronte
a Laura Betti un'altra spiaggia. Altrettanto brulla, spazzata dal vento,
spolverata di gabbiani: Viareggio. Qui le hanno consegnato il premio Europacinema
2000. E la giuria di ragazzi, trenta studenti pieni di entusiasmo, le ha
dato la voglia di parlare di questo progetto. «Se ho scoperto un
Pasolini nuovo? Ma per me è tutto nuovo: quando ami una persona,
come io ho amato Pier Paolo, mica la studi! Sì, ho amato Pier Paolo,
ho vissuto con lui, praticamente, per ventidue anni. E adesso ritrovo le
sue mani, la sua voce, i suoi occhi, le sue parole, le sue esitazioni,
tutte cose che nessun testo scritto potrà mai restituire. E ho capito
che solo il cinema può rendere conto di tutto questo
[...]
Vuole sapere perché
oggi, soprattutto oggi, ai giovani di vent'anni piace Pier Paolo? Perché
scrivono le sue frasi nei diari, perché leggono i suoi libri? Perché
i genitori non hanno tempo per loro, per spiegar loro niente della vita.
E loro hanno bisogno di spiegazioni, di idee, di provocazioni. Trovano
tutto questo nelle parole di Pier Paolo. Trovano la profondità del
suo sguardo sulle cose. Lo chieda, lo chieda ai ragazzi. Vedrà». |