"Pagine corsare"
I contributi dei visitatori
Tomáš Matras - Temi e aspetti del Pasolini corsaro e luterano


5.1.2 Gli strumenti ideologici

Concentrandomi sul tema del potere, mi sono reso conto che Pasolini si dedica molto spesso a descrivere gli orrori del potere moderno dei consumi e quasi mai gli orrori dei poteri anteriori. Eppure in alcune pagine riemerge, a contrasto del totalitarismo moderno, il fascismo mussoliniano. Addirittura l’autore ritiene il “fascismo vecchio” mussoliniano migliore di quello “moderno”. Mi sembra interessante individuare un’opposizione imperfetta tra il “fascismo vecchio” che utilizzava “vecchi strumenti ideologici” e il “fascismo nuovo” che utilizza “nuovi strumenti ideologici”.

Dal fascismo di Mussolini la maggioranza degli italiani è rimasta immune, sia perché lontana dalla cultura della classe dominante, sia perché il regime non era stato capace di cambiare i modi di vita locali, molto radicati nella gente. L’autore ritiene dunque i “vecchi strumenti ideologici” ridicoli rispetto a quelli “nuovi”, vede il loro limite nel limitato sviluppo tecnico, nella rozzezza delle strategie di condizionamento dell’opinione pubblica.

L’ingenua retorica mussoliniana dei manifesti, delle scritte murali è intrasferibile nell’epoca moderna: la società avanzata consumistica di massa non conosce più queste imperfezioni. Il “miracolo economico” porta in Italia il benessere e la seduzione del consumismo, che non si accontenta di dare soddisfazione ai bisogni primari ma deve creare nuovi bisogni artificiali. A questo contribuiscono i “nuovi strumenti ideologici”, i mass-media, la pubblicità, la moda, che influenzano le masse in modo meno visibile e con cautela. Secondo Zygmunt Bauman, è pensabile che alcuni strati sociali alti cerchino di controllare le masse, inventando artificiali distrazioni:

Se si riesce a distrarre i proletari dalla propria disperazione mediante pseudoeventi creati ad arte dai mass media, compresa qualche guerra occasionale, breve e cruenta, i super-ricchi non avranno nulla da temere. [95]
In questo contesto, la crescente alfabetizzazione e scolarizzazione alle influenze dei mass-media, il cui potere aumenta, mentre si riduce l’influenza delle  istituzioni  tradizionali. Oliviero Toscani, ad esempio, ipotizza  una nuova dittatura televisiva, [96] simile a quella già profetizzata da George Orwell in Nineteen Eighty-Four, che controllerebbe totalitariamente la percezione umana della realtà e contro la quale l’uomo non sarebbe capace di opporsi:
Kontrolují obraz, tedy i realitu. Těla i duše. Nastává vláda jemné, působivé, podprahové diktatury, řízené experty na audiovizi. Ta nejhorší. Nelze se vzbouřit. Nejsou pro ni vězení, nejsou bachaři. Místo soudní síně jsou obrazovky. Život v zastoupení prostě nahrazuje obyčejný život. [97]
I mezzi di comunicazione, come afferma Ignacio Ramonet, sono armi nelle mani dei grandi conglomerati imprenditoriali, il che mette in pericolo la loro oggettività, diffondendo informazioni che potrebbero aiutare interessi particolari: 
Ya nadie ignora que los grandes medios de producción de comunicaciones audiovisuales están ahora controlados, financieramente, por grupos bancarios, por conglomerados o empresas gigantes que aspiran a tener la misma influencia que tuvieron los partidos políticos en el poder. [98]
Il “fascismo vecchio” dunque non sparisce, ma si evolve nel “nuovo fascismo” che si impone con un’autosufficiente ideologia di massa, proponendo dei sogni insaziabili e la falsa realizzazione dei diritti civili. 

Il consumismo è però solo il primo passo di un problema irrisolto. Con la sua diffusione, esso si incorpora in un processo, la globalizzazione, che divide il nostro pianeta in una minoranza ricca privilegiata e una maggioranza povera emarginata, come afferma Bauman:

In realtà la globalizzazione è un paradosso: mentre ha effetti molto positivi per pochissimi, taglia fuori o mette ai margini due terzi della popolazione mondiale. [99]
La globalizzazione è un fenomeno che stabilisce nuove relazioni di dipendenza e inter-dipendenza multilaterale, ma soprattutto economica, a livello mondiale. Per lo stesso Bauman, non è un fenomeno facilmente controllabile, in quanto ad essa
non sta corrispondendo un’uguale espansione di organi di controllo politici efficaci e la nascita di qualcosa di comparabile a una cultura genuinamente globale. [100]



5.1.3 La “strategia della tensione” e il Processo

In questo capitolo ho deciso di unire due temi che si accompagnano spesso negli interventi: la “strategia della tensione” e il Processo ai gerarchi democristiani, considerati dall’autore i responsabili. Per gli storici, le origini del fenomeno sono chiare.

La strategia della tensione, o del terrore, ha una data e un luogo di nascita: 3-5 maggio 1965, Hotel Parco dei Principi, Parioli, Roma. Viene fissata strategicamente e filosoficamente nel corso di un convegno, tema “La guerra rivoluzionaria”, promosso dall’istituto Alberto Pollio, finanziato dal Sifar, il servizio segreto. Soltanto da otto mesi è fallito il colpo di Stato del generale Giovanni De Lorenzo, comandante dell’Arma, contro la nascita del centro sinistra, considerato il primo passo verso l’ingresso dei comunisti nell’area di potere, l’antico assillo dei moderati italiani, laici e cattolici. [101]

Secondo Giuliano Procacci, anche gli Stati Uniti erano molto interessati nel non cedere alcun spazio decisivo nella politica italiana ai movimenti di sinistra, specialmente ai comunisti, ipotizzando una relazione tra la “strategia della tensione” e l'influenza politica o economica degli USA in area italiana. [102]

Il 12 dicembre 1969 esplode una bomba all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano. È l'atto di nascita della “strategia della tensione”. Ci sono 16 morti e 88 feriti. I responsabili sono considerati dapprima gli anarchici, poi si scopre che lo è un gruppo neofascista veneto guidato da Freda e Ventura e un colonnello del SID, Giannettini, assolti nel 1981 in Corte d’Appello. Pasolini dedica alla strage di piazza Fontana un testo in versi, Patmos (1969), in Trasumanar e organizzar. Un’altra giornata tragica sarà il 4 agosto 1974, quando esplode una bomba sul treno Italicus Roma-Milano, in galleria presso San Benedetto Val di Sambro, causando 12 morti. L’attentato è  attribuito a una matrice neofascista. 

In quanto alla “strategia della tensione”, ho scelto i due interventi pasoliniani più importanti, il primo del 14 novembre 1974, il secondo del 26 dicembre 1974.

Nel primo [103] Pasolini afferma di conoscere i nomi dei responsabili dei golpes, ma di non avere le prove. L’autore presenta un progetto del suo “romanzo delle stragi”. Ipotizza che i giornalisti o i politici abbiano prove, o almeno indizi, ma che non li pubblichino. Neanche l’opposizione dice i nomi, essendo un po’ ipocrita, perché, come afferma Pasolini criticando la doppia faccia della politica, gli uomini politici “distinguono verità politica dalla pratica politica”, [104] contrariamente ai veri intellettuali, che non possono vivere al servizio del potere.

Nell’articolo è citato anche Vito Miceli. Si tratta di un generale accusato di complicità nel colpo di stato tentato da Junio Valerio Borghese tra il 7 e l’8 dicembre 1970, arrestato il 31 ottobre 1974, quando si scopre il suo rapporto con  “Rosa dei Venti”, un’organizzazione che promuoveva azioni  terroristiche, tra cui  anche  il  sopra  citato  tentato golpe del dicembre 1970. [105] Nel secondo intervento, [106] l’autore spiega l’evoluzione ideologica di questa strategia, i giochi di potere. Pasolini sostiene che il potere ha organizzato prima la “strategia della tensione” anticomunista, fino al 1968 e poi la tensione antifascista con le stragi. Il potere, per Pasolini, è infatti stato responsabile della strage di piazza Fontana, di cui ha accusato gli estremisti di sinistra, poi delle stragi di Brescia e di Bologna, di cui ha accusato i neofascisti, mettendosi così una maschera antifascista, per mantenersi tale. Per Pasolini questo è terrorismo ideologico che si accompagna all'intolleranza della società dei consumi. Più precisamente, si tratta di un’intolleranza mascherata da tolleranza, cioè secondo l’autore inutile, ipocrita, gradita al regime.

Si può mettere in questione l’importanza di alcuni interventi di Pasolini, ma credo che non si possa sottovalutare il problema della “strategia della tensione”. Si può sostenere che si tratti di una “criminalità di stato”? Si può ammettere che vari protagonisti delle stragi siano stati legati a istituzioni statali, che varie parti dell’ambiente politico italiano non abbiano esitato a usare la forza per vincere il nemico?

Passiamo adesso al secondo sottotema del capitolo, il Processo ai gerarchi democristiani, che da semplice strumento di critica politica, pian piano assume una portata e un’importanza più generale: la critica toccherà così anche gli italiani incapaci di dissenso politico e il Processo così offrirà loro la possibilità di riconoscersi, di iniziare a intervenire attivamente nella politica che influenza la loro  vita. 

In quanto al Processo, ho scelto otto interventi importanti che sono stati pubblicati tra il 16 giugno 1974 e il 30 ottobre 1975. 
Nel primo, [107] Pasolini si sofferma sulla passività degli italiani, vista come un problema politico, di cui costituisce un esempio opposto il lungo digiuno di Marco Pannella, il leader del Partito Radicale. Pannella digiuna perché cerca di proporre alcuni cambiamenti democratici, però nessuno reagisce al suo gesto. Il problema che si trova alla base dell’indifferenza generale è la carenza di informazioni degli italiani e il loro conseguente disorientamento. Il non essere preso in considerazione, come nel caso di Pannella, limita di fatto il dettato costituzionale, andando contro la libertà di espressione del pensiero. Pannella rifiuta ogni violenza fisica e morale e ogni forma di potere, il che, secondo Pasolini, mostra la purezza dei suoi principi. Le reazioni a questo intervento criticano l’egocentrismo di Pannella e di Pasolini e mettono in dubbio l'importanza delle azioni dei radicali, rivendicando l’apporto decisivo del PCI alla vittoria del “no” al referendum, indetto per il 12 maggio 1974 a proposito dell’abrogazione della legge Fortuna-Baslini sul divorzio, introdotta nel 1970. [108]

Credo che la passività di una nazione nei confronti della politica sia un aspetto voluto dal potere. Il potere comunista nella Cecoslovacchia lasciava costruire a buon prezzo le case in campagna, per dedicarsi meno alla politica. Parimente, la Spagna di Franco promuoveva l’interesse delle masse per il calcio. Sembra invece che sia stato il benessere diffuso in Italia a provocare il disinteresse delle masse verso la politica, come nei paesi dell’America del Nord.

Nel secondo intervento, [109] sempre sulla passività degli italiani e sulla politica democristiana, osservando la situazione, Pasolini si chiede la cosa per lui più scandalosa: se sono i democristiani che vogliono rimanere al potere a ogni costo o se è l’apocalittica passività degli italiani ad accettare tale potere. 

I democristiani sembrano lontani dalla vita quotidiana; a Pasolini sembrano insinceri, spregiudicati, astuti, falsi. Andreotti ha elencato in un suo recente intervento meriti e opere del regime democristiano, ma, secondo Pasolini, il regime democristiano non si è curato degli effetti culturali, umani e politici di tali opere. Andreotti crede di essere insostituibile, e Pasolini pensa che la carriera politica in Italia significhi soprattutto l’arte di essere insostituibili. Anche se i democristiani non parlano della “strategia della tensione” né delle stragi, secondo Pasolini è poco probabile che non ne sappiano niente. Piuttosto fanno finta di non sapere, e questo scandalizza l’autore, 

a rischio di essere anche ingeneroso e conformista (come è sempre chi è scandalizzato, e si fa, quindi, portavoce di un sentimento comune e maggioritario, non privo di qualunquismo). [110
All’intervento risponde Giulio Andreotti nello stesso giornale, [111] ammettendo che la “strategia della tensione” sia gravissima, l’edonismo sia condannabile, anche se il consumismo rappresenta un effetto naturale dello sviluppo industriale.
Anche in questo intervento si nota come il rapporto di Pasolini con lo scandalo sia abbastanza ambiguo: molte volte l’autore cerca di provocare lo scandalo e altrettante lui stesso rimane scandalizzato. Giampaolo Borghello chiama questo atteggiamento “una ‘tecnica’ di intervento tra l’intemperanza e provocazione” che lascia francamente perplessi: lo scrittore “fiuta” un argomento di attualità, fa una “sparata” estremistica (infilando, come è ovvio, anche osservazioni intelligenti) con o senza documentazione, suscita puntualmente l’atteso scandalo, fioccano le repliche, il “corsaro” è contento, finge di minimizzare, di distinguere, accusa gli altri di non aver ben capito e intanto, fra una riga e l’altra, rincara la dose. [112]

In un altro intervento di forte spessore politico, [113]  l’autore propone un’altra originale dicotomia, tra dentro il “Palazzo” e fuori il “Palazzo”, per mettere in rilievo la distanza del potere governativo dai cittadini e dalla realtà del paese. Pasolini differenzia la posizione “nel Palazzo”, propria di una della classe dirigente fuori dalla realtà, da quella “fuori dal Palazzo”, di chi vive la vera realtà, che “è nella cronaca ‘fuori Palazzo’ e non nelle sue interpretazioni o peggio ancora nella sue rimozioni”. [114] Ormai, “nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più le cause reali nel Paese”. [115]
Pasolini, anche qui, sente fortemente il compito di interpretare la realtà. Questo suo atteggiamento non viene visto sempre positivamente, anzi, ad esempio, è interessante la risposta di Luigi Compagnone all’intervento pasoliniano:

Se è vero, come è vero, che cronaca e realtà sono “fuori dal Palazzo”, il mondo come Pasolini lo vede è forse uno sguardo dall’interno di un altro “Palazzo”: il suo “Palazzo interiore”, la sua diacronia personale. [116]
È il 24 agosto 1975, quando viene per la prima volta esplicitamente presentata la proposta del Processo ai democristiani, preceduta da un’analisi dei problemi dell’Italia del tempo: l’incapacità di dissentire e la mancata identificazione tra stato e popolo. [117]

Solo quattro giorni dopo, Pasolini enumera le colpe dei governi democristiani, motivando il Processo e sostenendo che le colpe sono molto gravi. [118] Pasolini è convinto che altrimenti il paese non si muoverà avanti. L’elenco, che fornisce un quadro complessivo del paese, è impressionante: 

Condizione paurosa delle scuole, ospedali, opere pubbliche, esplosione “selvaggia” dei mass-media, decadimento della Chiesa, distribuzione delle cariche agli adulatori, stragi a Brescia, Milano e Bologna, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, degradazione antropologica degli italiani, alto tradimento in favore  di  una  nazione  straniera,  intrallazzo  con  i  banchieri,  petrolieri;  convivenza con la mafia, uso illecito e collaborazione  con  CIA,  il  SID,  manipolazione  del  denaro  pubblico,  indegnità, disprezzo per i cittadini [...]. [119]
Resta ancora da chiarire in che misura il “Palazzo” sia colpevole di tutti i disastri citati. Non voglio difendere la politica democristiana, ma mi sembra semplicistico dare la colpa solo ai politici, specialmente se Pasolini in altri interventi parla dell’ingenuità del potere democristiano, non accortosi che il consumismo gli ha tolto il vero potere. D’altra parte, non bisogna sottovalutare i rapporti tra i politici e le altre componenti non ufficiali del potere che possono essere state nocive al paese.

Nuovamente, e ancora a breve distanza, Pasolini ritorna sulla proposta del Processo estendone, oltre i suoi limiti precedenti, il valore a un livello più ampio, nazionale. [120] L’autore vede nel Processo una possibilità per gli italiani di riformarsi in cittadini attivi, coscienti dei propri diritti: “È solo attraverso il processo dei responsabili che l’Italia può fare il processo a se stessa, e riconoscersi”. [121]

Giulio Andreotti
Carlo Donat Cattin
Amintore Fanfani
Flaminio Piccoli

Un nuovo giudizio negativo sull’attività dei governi democristiani risale ancora al settembre 1975: [122] essa non è giustificabile, non ha portato nessun cambiamento positivo nella vita italiana. Di nuovo, Pasolini enumera le colpe di questi governi, interrogandosi sul vero ruolo dei democristiani nella “strategia della tensione” e nei golpes. Anche il cosiddetto benessere, portato dai governi democristiani, viene messo in discussione. Pasolini si chiede come possano mancare i soldi per le opere pubbliche, se si vive nel benessere, perché ci sia sempre maggiore differenza tra il Nord e il Sud, se viviamo nell’epoca della tolleranza. Dalle parole di Pasolini emerge un’Italia industriale, in cui però nessuno si interessa dei selvaggi disastri urbanistici ed ecologici. La massa non vive un progresso, è depauperata e degradata. La TV e la scuola diseducano la gente, e anche nella vita culturale preponderano le manovre mafiose.

L’autore motiva allora il Processo parlando in nome di tutti gli italiani che si chiedono il vero ruolo di SIFAR, SID, CIA, Mafia e Palazzo nei golpes fascisti e nella “strategia della tensione”, nelle stragi di Brescia e di Milano. La consapevolezza pubblica di questi fatti è, secondo Pasolini, fondamentale per l’Italia contemporanea. 

Un aspetto di un tale processo sono le prove concrete, che generalmente un regime cerca di nascondere, sul degrado ambientale, sull’assenza di una pianificazione urbanistica, sulle tangenti, ma le accuse più astratte, su acculturazione, diffusione del consumismo, non potrebbero essere sostenute da prove, quasi impossibili da portare.

Tra le risposte a questo intervento colpisce soprattutto un articolo nel settimanale democristiano “La Discussione” del 29 settembre 1975, dove si può leggere una minaccia aperta a Pasolini:

Processo alla DC uguale processo all’Europa. Dirlo può essere divertente e anche intelligentemente stimolante. Farlo implica un prezzo che non risparmierebbe certamente gli amici di Pasolini e nemmeno lo stesso Pasolini. [123]
Un’ultima volta Pasolini parla di Processo: in un articolo pubblicato poco prima della sua morte, l’autore scrive sul silenzio seguito alla sua proposta [124] che Pasolini vede motivato dallo scarso coraggio degli intellettuali, che dovrebbero invece essere riformisti e luterani, anche perché i politici lottano per pura sopravvivenza sfruttando il caos, il verbalismo, le manovre, le congiure, gli intrighi e gli intrallazzi, e i giornalisti sono complici dei politici. Pasolini invece concepisce il suo ruolo, quello intellettuale, nell’intuizione di cambiamenti importanti.

Sono convinto che il Processo sia molto importante per la vita di Pasolini. L’autore ha espresso pubblicamente qualcosa che minaccia l’esistenza di molti rapporti segreti del potere, la fiducia delle masse in tale potere, le componenti eversive dello stato e molti italiani stessi. Per questo mi sembra che il silenzio alla sua proposta sia comprensibile. Con questa proposta Pasolini ha oltrepassato un limite che ha forse causato la sua morte. 
 

-------------------------
NOTE
[95]  Z. Bauman, Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 102.
[96]  Si veda, a tale proposito, O. Toscani, Reklama je navoněná zdechlina, Slovart, Praha 1996.
[97]  Ivi, p. 157 (trad. it.: “Controllano l’immagine, così anche la realtà. Corpi e spiriti. Comincia un governo di  una dittatura sottile, suggestiva, di sottofondo, gestita dagli esperti dell’audiovisione. Quella pessima. Non ci si può ribellare. Non esistono carceri, non c’è guardia carceraria. Invece di una sala di udienze ci sono gli schermi. La vita in sostituzione semplicemente surroga la vita ordinaria”).
[98]  I. Ramonet, La golosina visual, Debate, Madrid 2000, pp. 12-13 (trad. it.: “Nessuno più ignora che i grandi media di produzione di comunicazione audiovisuale sono adesso controllati, finanziariamente, dai gruppi bancari, dai conglomerati o imprese giganti che aspirano a possedere la stessa influenza che tenevano i partiti politici al potere”).
[99]  Z. Bauman, Dentro la globalizzazione – Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 80. 
[100]  Z. Bauman, Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 95.
[101]  AA.VV., (1945-1994) Italia/Storia della prima repubblica: La politica, la società, i protagonisti, le date, libro quarto, Libera informazione, 1994, p. 169.
[102]  Cfr. G. Procacci, Dějiny Itálie, Praha 1997, p. 373 e p. 382.
[103]  P.P. Pasolini, Che cos’è questo golpe?, in “Corriere della sera”, 14 novembre 1974, ora con il titolo Il romanzo delle stragi in Scritti corsari cit., pp. 107-113.
[104]  Ivi, p. 112.
[105]  Cfr. W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1769.
[106]  P.P. Pasolini, L’antifascismo come genere di consumo cit. 
[107]  P.P. Pasolini, Apriamo un dibattito sul caso Pannella, in “Corriere della sera”, 16 giugno 1974, ora con il titolo Il fascismo degli antifascisti, in Scritti corsari cit., pp. 78-85.
[108]  Si veda W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1767. 
[109]  P.P. Pasolini, Gli insostituibili Nixon italiani, in “Corriere della sera”, 18 febbraio 1975, ora con il titolo I Nixon italiani, in Scritti corsari cit., pp. 165-172.
[110]  Ivi, p. 171.
[111]  G. Andreotti, Le lucciole e i potenti, in “Corriere della sera”, 18 febbraio 1975, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1774.
[112]  G. Borghello, Il simbolo e la passione, Mursia, Milano 1986, pp. 140-141.
[113]  P.P. Pasolini, Ma a che serve capire i figli?, in “Corriere della sera”, 1° agosto 1975, ora con il titolo Fuori dal Palazzo, in Lettere luterane cit., pp. 92-98.
[114]  Ivi, p. 97.
[115]  Ivi, p. 108.
[116]  L. Compagnone, Non è normale essere criminali, in “Corriere della sera”, 4 agosto 1975, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., pp. 1786-1787.
[117]  P.P. Pasolini, Il Processo, in “Corriere della sera”, 24 agosto 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 114-123.
[118]  P.P. Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi DC, in “Il Mondo”, 28 agosto 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 107-113.
[119]  Ivi, p. 113.
[120]  P.P. Pasolini, Lettera aperta al Presidente della repubblica, in “Il Mondo”, 11 settembre 1975, ora con il titolo “La sua intervista conferma che ci vuole il Processo”, in Lettere luterane cit., pp. 131-137.
[121]  Ivi, p. 137.
[122]  P.P. Pasolini, Perché il Processo, in “Corriere della sera”, 28 settembre 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 145-151.
[123]  Cit. in L. Betti, Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte cit., p. 207.
[124]  P.P. Pasolini, Lettera luterana a Italo Calvino cit., ora in Lettere luterane cit., pp. 179-184.

-------------------------
IMMAGINI
La copertina di Nineteen Eighty-Four di George Orwell;  il generale De Lorenzo;  i funerali, a Milano, delle vittime della strage di piazza Fontana;   Junio Valerio Borghese (nei 600 giorni di Salò - settembre ’43-aprile ’45 - opera con la X Mas alle dipendenze delle SS naziste, occupandosi anche della repressione antipartigiana);  quattro tra i personaggi politici democristiani dell'Italia anni '60 e  '70.

 

...Vai al sommario di "Pagine corsare"
Vai all'indice della tesi...