"Pagine corsare"
I contributi dei visitatori
Tomáš Matras - Temi e aspetti del Pasolini corsaro e luterano


5.2 LA CULTURA

In questa sezione vorrei toccare gli interventi pasoliniani che si occupano della cultura della società dei consumi e di quella da essa marginalizzata. Mi soffermerò sugli interventi dell'autore che riguardano mass-media, istruzione, criminalità e lingua.


5.2.1 Acculturazione e culture tradizionali 

In questo capitolo sono presentati cinque interventi in cui Pasolini si occupa di acculturazione e quattro in cui si concentra sulle culture particolaristiche.

Secondo Pasolini, l'epoca contemporanea è caratterizzata soprattutto dalla riduzione e dalla degradazione della vita e della cultura. A questa tendenza l'autore contrappone ricchezza, naturalezza e libertà dei mondi delle culture particolaristiche.

Per la prima volta nel giugno 1974, Pasolini cerca di spiegare gli aspetti più profondi della cultura di massa che hanno determinato il cambiamento antropologico. [155] Questa cultura non è moralistica, ecclesiastica e patriottistica, ma direttamente legata al consumo, è guidata da leggi interne e da un'ideologia autosufficiente, non ha più bisogno di Chiesa, patria, famiglia, ecc.

Successivamente, Pasolini intensifica la sua critica del grande cambiamento avvenuto con la società dei consumi, definito ora genocidio, distruzione e sostituzione dei valori. [156] A questo proposito Pasolini fa riferimento al Manifesto di Marx, al genocidio perpetrato dalla borghesia sulle classi dominate, sul  sottoproletariato. Pasolini se lo immagina ora nella forma di una sostituzione dei valori non clamorosa, ma clandestina, con una violenza non esplicita, ma sottile, abile e complessa.

In un terzo intervento riguardante tali tematiche, l'autore cerca di scoprire le radici profonde del condizionamento totalitario della vita, parlando dell'oppressione esercitata dalle culture intolleranti. [157

L'individuo viene in genere destituito di umanità, pietà e fraternità, poi viene soppresso fisicamente, come è successo nei lager nazisti. Qui, Pasolini riporta una battuta del film che stava girando, Salò o le 120 giornate di Sodoma, tratta da De Sade: "In una società dove tutto è proibito, si può fare tutto: in una società dove è permesso qualcosa si può fare solo quel qualcosa". [158]

Anche in Salò o le 120 giornate di Sodoma emerge infatti il motivo della libertà individuale nelle culture intolleranti: 

Credi di essere libero, ma in verità sei manipolato e influenzato senza alcuna libertà di fare altrimenti perché non sai più pensare altrimenti. [159]
Penso che Pasolini abbia visto in De Sade un vero illuminista moderno, non tanto per la violenza fuori del comune, quanto per alcune idee filosofiche sulla libertà, sul male e sul bene. De Sade forse fu un caso patologico della psichiatria, ma soprattutto espresse una straordinaria capacità del pensiero filosofico, rivelò l'indipendenza dal divieto assurdo, dai giudizi valorativi personali, problematiche legate alle culture intolleranti: 
Mettiamo che arrivi all'improvviso un ordine assurdo che t'impedisca di uscire da questa camera, tu non ne uscirai senza rimorso, benché certamente non compiresti alcun male uscendo. [160]
Sempre De Sade rivelò la relatività del giudizio personale sul rimorso morale, che potrebbe giustificare il male nelle culture intolleranti: 
Ora se il rimorso nasce dalla proibizione, e non deriva dall'azione in sé per sé ma dall'infrazione di leggi, ti pare saggio lasciarlo persistere in noi? [161]
Il motivo dell'intolleranza e del dissenso è alla base di alcuni interventi pubblicati da Pasolini nel 1975. Nel primo di essi l'autore riflette ancora sulla perdita dei valori tradizionali. [162] La nuova cultura dei consumi non ha infatti legami col passato, si vive in uno stato di imponderabilità, con un senso di vuoto morale che giustifica il consumo edonistico. L'autore crede, ad esempio, che i valori religiosi tradizionali siano perduti per sempre. Questo carattere porta inevitabilmente ad una riduzione degradante. Con i valori, secondo l'autore, scompare una parte essenziale della vita umana, e 
l'Italia d'oggi è distrutta esattamente come l'Italia del 1945. Anzi, la distruzione è ancora più grave, perché non ci troviamo tra macerie, sia pur strazianti, di case e monumenti, ma tra "macerie di valori": "valori" umanistici e, quel che più importa, popolari. [163]
Si può essere d'accordo con il paragone di Pasolini. L'uomo moderno si è abituato a osservare solo le macerie materiali, non è capace di cogliere le macerie spirituali. 

Nello stesso intervento, Pasolini cerca di chiarire la sua opinione sui giovani dei suoi tempi e sulla loro idea dell'obbedienza e della disobbedienza, parole il cui senso appare ora capovolto: 

In quanto consenziente all'ideologia "distruttrice" del nuovo modo di produzione chi si crede "disobbediente" (e come tale si esibisce) è in realtà "obbediente"; mentre chi dissente dalla suddetta ideologia distruttrice - e, in quanto crede nei valori che il nuovo capitalismo vuole distruggere, è "obbediente" - è dunque in realtà "disobbediente". [164
Pasolini percepisce questo rovesciamento del senso non solo per quanto riguarda il concetto di obbedienza, ma anche relativamente all'uso della lingua dalla società dei consumi e alla moda giovanile. I giovani, negli anni '70 come oggi, indossano più o meno gli stessi vestiti di moda. Non ci accorgiamo più di essi, mentre forse potremmo essere sorpresi da un abbigliamento completamente fuori moda. 

L'ultimo intervento di Pasolini, il già citato discorso scritto per il congresso del Partito Radicale raccoglie tutte le speranze contro il degrado dell'acculturazione consumista. [165] L'autore parla dei diritti e delle persone che non sanno di averli - da lui amate -, di quelle che li pretendono, che lottano per essi o che ci rinunciano. Il ruolo degli intellettuali e dei radicali consiste nel dovere di diffondere la coscienza di tali diritti civili, che "sono in sostanza i diritti degli altri". [166]

Il degrado del presente si affianca spesso in Pasolini a immagini di culture particolaristiche, tradizionali. L'autore esprime ripetutamente una forte nostalgia di questi mondi, idealizzati, sognati, acriticamente accettati e continuamente riproposti come un modello antitetico alla situazione contemporanea della società industriale, spiritualmente povera: 

"Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura". [167]
Anche Gian Carlo Ferretti vede un Pasolini volto 
all'idoleggiamento [...] di un età passata che - per essere antecedente all'avvento di quell'universo borghese - veste i colori immacolati della felicità e della bellezza, della "grazia" e della "purezza". [168
Già nel 1973, il mondo italiano popolare, reale però perduto, rappresenta per Pasolini, che interviene su Un po' di febbre di Sandro Penna, un mondo di uomini puri, senza traguardi, sensuali, retti, innocenti, un mondo non cambievole. [169] Questo mondo contrasta fortemente con la situazione di oggi, in cui i ragazzi sono brutti, pallidi e nevrotici. A proposito della "religione dell’innocenza", con cui Pasolini avvicina il mondo popolare italiano, aggiunge ancora Ferretti che la sua precarietà è nel suo stesso, anacronistico riproporsi; nel riaffiorare insomma dei nuclei primigeni di una mitologia, che vive ormai da tempo una crisi irreversibile, perfino nella sue reincarnazioni "popolari". [170]

Un nuovo intervento allarga il motivo del rimpianto del passato alla riflessione sul concetto di cultura nazionale, in passato abbastanza ampio, perché comprendeva la cultura di tutti, anche quella dei contadini e degli operai, gruppi sociali non più distinguibili con l'avvento del nuovo Potere. [171] Anche se il desiderio di definire la cultura di una nazione è spesso determinato da connotazioni patriottiche, comunque Pasolini unisce un profondo sentimento marxista con il suo rimpianto delle culture scomparse.

Solo in un terzo intervento, l'autore sviluppa un tema molto interessante che si può considerare il punto di partenza di molte sue critiche: il mondo e la cultura delle classi subalterne e lo spostamento verso il mondo della cultura della classe dominante, ufficiale. [172] Pasolini divide nettamente i due mondi: il primo, intraducibile nell'italiano della classe dominante, orale, antico, non solo cattolico, vasto, con un codice espressivo enormemente stratificato e il secondo, limitato, unificato, ufficiale, dell'italiano tecnicizzato, scolastico. La tragedia sta nel desiderio sottoproletario di avvicinarsi ai modelli della classe dominante, cosa che si verifica, per esempio, quando un contadino inizia a vergognarsi di esserlo.

Penso che quando Pasolini parla dei "mondi subalterni", di regola entriamo in un mondo di miti che provengono dalle sue esperienze di vita. L'autore attribuisce a questi mondi umili degli aspetti realistici, ma anche e soprattutto irrealistici, idealizzati, come per esempio la "fierezza della propria cultura", l'"immensità del mondo contadino" o la sua "libertà". 

Come osserva Alberto Bevilacqua, il modo di rappresentare la realtà di questi mondi è determinato da due importanti stati d'animo dell'autore,

il primo rustico, limbale, attraversato da una potente linfa e da provocazioni direi solari da magico rito agrario, da epos popolare; il secondo, aggredito dall'esterno aggressivo, contraddittorio, di un'intelligente isteria forse anche provocata da molte ferite. [173]
Forse Pasolini attribuisce agli uomini della cultura popolare caratteri in realtà poco diffusi, come la fierezza della propria cultura particolaristica e un'ignoranza senza vergogna. Pasolini in fondo crea un suo ideale astratto aiutandosi con spiegazioni soggettive. Mi piace molto il suo interesse per i mondi subalterni, perché aiuta ad arricchire la cultura moderna, l'"età del pane" ne costituisce una definizione lirica e, nello stesso tempo, adeguata. Questi mondi avevano, rispetto all'epoca contemporanea, alcuni caratteri positivi ma anche alcuni limiti. È vero che il contatto tra la cultura delle città e la cultura della campagna ha significato di solito la tragedia delle tradizioni della seconda, ma è anche vero che il mondo contadino ha spesso voluto imitare la città, la cultura o i comportamenti che riteneva più nobili. Penso dunque che lo schematismo pasoliniano sia evidente quando l'autore parla delle differenze "antropologiche" tra il mondo antico, idealizzato e il mondo moderno, depauperato. La fissità del sistema mitologico non consente a Pasolini di vedere più oggettivamente la realtà.

In un ultimo articolo, l'autore afferma che il mondo contadino, gestito dal Vaticano, si è trasformato nel mondo della piccola borghesia che ha assunto i valori positivi contadini, nazionalizzandoli, vanificandoli e volgendoli al negativo. [174] Così, le culture particolaristiche sono, secondo Pasolini, ridicolizzate se nazionalizzate, mostruose se strumentalizzate. È interessante osservare come la parola "cultura" possa essere usata anche in senso negativo. Sono abituato infatti a vedere nella cultura un mezzo per migliorare, non per degenerare. Pasolini mette in rilievo il disprezzo della società consumistica per la vera cultura, citando una frase di Göring: "Quando sento parlare di cultura, tiro fuori la rivoltella". [175

Pasolini accenna anche, in questo intervento, a un carattere fondamentale dei mondi e delle culture particolaristici: la limitatezza spaziale e spirituale, non necessariamente in senso negativo. Pasolini sceglie come ideale le idee e i modi di vita di minoranze che non possono mai proporsi come modello per le maggioranze, fondamentalmente perché esse sono frutto di una diversa esperienza di vita, non condivisibile dalla maggioranza, dunque, non trasferibili nella società moderna su vasta scala.
 

----------------------
NOTE
[155]  P.P. Pasolini, Gli italiani non sono più quelli cit. 
[156]  P.P. Pasolini, Ideologia e politica nell'Italia che cambia cit. 
[157]  P.P. Pasolini, Non aver paura di avere un cuore cit. 
[158]  Ivi, p. 150.
[159]  Cit. in L. Martellini, Introduzione a Pasolini cit., p. 157.
[160]  D.A. F. De Sade, Le sventure della virtù, Newton, Roma 1997, p. 83.
[161]  Ivi, p. 84.
[162]  P.P. Pasolini, Pasolini Pannella e il dissenso, in "Corriere della sera", 18 luglio 1975, ora con il titolo Pannella e il dissenso, in Lettere    luterane, cit., pp. 77-84.
[163]  Ivi, p. 83.
[164]  P.P. Pasolini, Pasolini Pannella e il dissenso cit., p. 81.
[165]  P.P. Pasolini, Il suo testamento cit. 
[166]  Ivi, p. 193.
[167]  Ivi, p. 192.
[168]  G.C. Ferretti, Pasolini: l'universo orrendo cit., p. 90. 
[169]  P.P. Pasolini, Un po' di febbre per ignorare stupidità e ferocia del fascismo, in "Il Tempo", a. XXXV, n. 23, 10 giugno 1973, ora con il titolo Sandro Penna: Un po' di febbre, in Scritti corsari cit., pp. 175-180.
[170]  G.C. Ferretti, Pasolini: l'universo orrendo cit., p. 75.
[171]  P.P. Pasolini, Il potere senza volto cit.
[172]  P.P. Pasolini, Pudore e furbizia nelle parole delle classi subalterne, in "Il Tempo", a. XXXVI, n. 32, 9 agosto 1974, ora sotto il titolo Ferdinando Camon: "Letteratura e le classi subalterne", in Scritti corsari cit., pp. 265-270.
[173]  A. Bevilacqua, Il nero è sempre nero, intervista pubblicata sul "Messaggero", 30 giugno 1974, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1765.
[174]  P.P. Pasolini, L'ignoranza vaticana come paradigma dell'ignoranza della borghesia italiana, in "Epoca", 25 gennaio 1975, ora in Scritti corsari cit., pp. 114-118.
[175]  Cit. in P.P. Pasolini, L'ignoranza vaticana come paradigma dell'ignoranza della borghesia italiana cit., p. 117. 

----------------------
IMMAGINI
Ritratto del marchese De Sade.

 

...Vai al sommario di "Pagine corsare"
Vai all'indice della tesi...