|
"Pagine corsare"
Angela Molteni
Enigma
Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su
Petrolio,
sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De
Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.
Prefazione
di Enrico Campofreda
Il delitto
Pasolini e il suo contesto
Se, come
chiosano Lo Bianco e Rizza *, il cuore del pasoliniano Petrolio
sta tutto “nella denuncia della ramificazione criminale del potere
economico in Italia” va ricordato come quel modo d'incarnarlo perpetuava
ed esasperava vizi e illegalità del sistema fatti propri anche da Enrico
Mattei, il Bonocore del canovaccio pasoliniano. Quest'uomo sparigliando
equilibri economici nazionali e internazionali finì vittima di strutture
di dominio più solide di quelle che stava costruendo per l'ENI e per sé,
strutture che non digerivano affatto la sua lesa maestà. Ma Mattei era
assetato di potere personale? Pare lo fosse, alla stregua di chiunque prenda
alloggio nelle stanze dei bottoni. Fresco di conflitto mondiale e operazioni
di partigianato Mattei non disdegnava i colpi di mano e iniziò a usare
ogni strumento per conseguire i propri fini. Fu dipinto come ribelle e
autoritario, certamente fu un uomo acuto e scaltro nel ritagliarsi un ruolo
e imporre nuove regole ai padroni mondiali dell'oro nero.
Se non
riuscì a proseguire l'uso spregiudicato del potere, che lo faceva gran
corruttore della politica utilizzando i partiti che “si pagano come
le corse dei taxi”, probabilmente fu solo perché il suo aereo venne
trasformato nella 'palla di fuoco' apparsa nel cielo di Bascapè nell'ottobre
del 1962. Incidente così descritto da un unico testimone che presto con
denaro sonante venne dissuaso dal riconfermare quella versione. Dava fastidio
l'ingegner Mattei e venne eliminato tanto che molti anni dopo Amintore
Fanfani, che d'autoritarismo e doppiogiochismo se ne intendeva, ammise
come quell'attentato poteva considerarsi il primo gesto terroristico
del Belpaese.
L'autoritarismo
fatto sistema di potere soffoca presto i begl'ideali della Liberazione
che riscattano gli anni della dittatura fascista. E poi c'erano partigiani
e partigiani, il Johnny di Fenoglio pur badogliano era ben altra cosa da
Pacciardi e Cefis. Per decenni, fra Guerra Fredda e lavori sporchi di strutture
quali Gladio che supportano ingerenze statunitensi, la vita politica italiana
viaggia sul terreno della “legalità illegale”. Uomini come il Cefis-Troya
romanzato in Petrolio incarnano un volto di quei progetti che all'inizio
degli anni Settanta sostituiscono i tentativi di golpe palese, alla greca
con militari e carri armati, con un più morbido golpe bianco che, dopo
aver creato i presupposti per un totale controllo dell'economia, asserviva
l'informazione. La coppia Scalfari e Turani nel libro-dossier del 1974
Razza
padrona **, una delle rare inchieste giornalistiche di denuncia, ne
narra le conseguenze. Qui riportiamo solo qualche passo invitando chi ci
legge ad approcciare l'intero libro.
«C'era
perfetta intesa fra Fanfani e Cefis. Il quale ultimo, di suo, ci aggiungeva
il fatto che, avendo ormai puntato tutte le carte del suo gioco su una
Montedison privata e “privatistica” aspirava a riprendere quella tradizionale
leadership dell'imprenditorato che il gruppo di Foro Bonaparte aveva avuto
in tutto il periodo tra il 1946 e il 1963. Qualora l'operazione fosse riuscita,
i vantaggi politici per Cefis sarebbero stati notevolissimi…» (p.
422).
«In
quelle condizioni, mentre tutti gli imprenditori sia pubblici che privati
tiravano i remi in barca e cercavano di diminuire gli impegni (nel frattempo
la Banca d'Italia aveva contingentato il credito e imposto regole di crescente
austerità bancaria), la Montedison produsse una di quelle operazioni-lampo
per le quali Cefis rimane un insuperato campione: nel giro di pochi mesi,
anzi di poche settimane, profittando della generale incertezza s'impadronì
della stampa italiana. I modi coi quali l'operazione fu condotta sono degni
d'essere ricordati. La passività delle forze politiche, anzi la generale
connivenza, testimoniano, se mai ce ne fosse stato bisogno, del grado di
decomposizione cui era arrivato il sistema…» (p. 434).
«Con
l'acquisto del “Corriere della sera” il piano di conquista della stampa
si conclude. Nel frattempo infatti la Montedison era anche entrata in possesso,
coi consueti prestanome in questo caso domiciliati all'estero, della maggioranza
azionaria del quotidiano parafascista “Il Tempo”… A questo punto
il quadro della scuderia giornalistica del presidente della Montedison
è il seguente. A Torino la “Gazzetta del Popolo” dopo essere servita
a spaventare Agnelli, è stata abbandonata e non si sa che fine farà.
A Milano il “Corriere” è al 100 per cento di proprietà di Rizzoli
il quale l'ha comprato utilizzando un finanziamento senza interesse fornitogli
dalle banche della Montedison…
A Milano,
tramite Caprotti, la Montedison controlla il “Tempo illustrato”. Sempre
la Montedison controlla “Il Giornale”… La situazione di Roma è stata
già descritta. I due grossi quotidiani di Bologna (“Resto del Carlino”)
e di Firenze (“La Nazione”) sono di proprietà di Attilio Monti e con
essi il “Giornale d'Italia” di Roma. Anche di Monti sono noti gli intimi
legami con Foro Bonaparte…» (p. 452)
In quella
fase a sinistra, mentre il riformismo d'impronta socialista è ormai annacquato
da oltre un decennio di governo e sottogoverno, il disegno riformista del
Pci viene piegato alle improduttive alchimie del compromesso storico,
e tramonta l'irreale sogno “rivoluzionario” dei gruppi extraparlamentari
e di quelli armati. Ciò che resta negli anni Ottanta e Novanta punterà
a spartire fette di potere locale e nazionale o riproporre avvilenti autoreferenzialità.
Pasolini,
finché è lasciato in vita, racconta e denuncia tali fenomeni. È costretto
a prendere atto delle trasformazioni antropologiche degli italiani, delle
belle bandiere lasciate cadere, dell'evaporazione di quella ruralità trovata
vent'anni prima nelle borgate romane. Ormai gli amati sottoproletari sono
diventati biechi strumenti dell'omologazione che compera corpi e anime.
Senza ideologia né passione ogni cosa tende a diventare eguale, si rincorre
individualisticamente l'arricchimento, qualche ex ragazzo di vita di Donna
Olimpia finisce a far gruppo con gli egoismi criminali della banda della
Magliana funzionali solo al sistema. Le disillusioni del poeta sono squillanti
proprio in alcuni passi di Petrolio sui “miseri cittadini presi
nell'orbita dell'angoscia...” (p. 501) eguali al qualunquismo
merceologico che ha amalgamato l'universo giovanile narcotizzato da modelli
preconfezionati.
Quanto
l'edonismo fine a se stesso sia una conseguenza di quello che è stato
uno sviluppo malato, portatore non d'un progresso sostenuto da valori,
ma d'una folle corsa consumistica divenuta identità sociale, è da tempo
sotto gli occhi di tutti. L'enorme diffusione del parassitismo e del clientelismo
cresciuti a dismisura, diventano il frutto degenere di trasformazioni forzate
in un'economia vissuta non come naturale passaggio dal sistema rurale a
quello industriale bensì come squilibrata imposizione che abbandona a
sé la campagna per sostenere un boom industriale dal fiato corto.
Boom che
si consuma in tempo breve per annullarsi (e annullare le capacità produttive
del Paese) a vantaggio d'un terziario mellifluo, inefficiente e dedito
a sprechi.
Scrivono
ancora Scalfari e Turani in Razza padrona: “… i gruppi parassitari,
gli impieghi improduttivi del reddito, le rendite, lo stato inefficiente
e ladro, la classe politica incolta e provinciale” (p. 415).
Nei famosi
articoli su un “Corriere della sera” non ancora cefisizzato – che
il borghese illuminato Ottone gli pubblica e continua ad accettare anche
quando le mani della Montedison finiscono su via Solferino – Pasolini
attacca il Palazzo degli intrighi e delle ipocrisie in cui alloggiano potentati
cattolici e laici, alleati palesi (i liberali di Malagodi e i socialisti
di De Martino) oppure occulti come i missini di Nencioni. E ancora il Vaticano
affarista di Marcinkus e gli uomini di Cosa Nostra dentro e fuori partiti
e istituzioni. Mentre la maggioranza dei “cervelli” intellettuali italici,
banchettando su quei deschi, assiste silenziosa o canta le lodi del sistema.
Nelle stragi
grandi e piccine con cui si governa, che vengono commissionate ai manovali
del crimine politici e non, ci possono stare anche esecuzioni affidate
a inaffidabili. L'“anarchico” Bertoli, bombarolo alla Questura di Milano,
è un omicida arruffone più che un agente dei Servizi.
In tanti
casi il Palazzo non è così ineffabile come ama apparire. Perciò non
c'è da meravigliarsi se i massacratori di Pasolini siano balordi di periferia
come i conoscenti di Pelosi. I fratelli Borsellino, frequentatori d'una
marginale sede missina nei pressi di Casalbruciato, sono fascisti di poco
conto se paragonati a Giuseppucci e Abbruciati prossimi al giro degli stragisti
Fioravanti e Carminati. Se i killer furono scelti fra costoro senza che
si utilizzassero armi, tutto ciò aveva lo scopo di rendere verosimile
l'omicidio fra omosessuali. Se invece si trattò di una sorta di Armata
Brancaleone fuori dal set, lo potrebbe affermare soltanto Pelosi che da
gran bugiardo sicuramente trascinerà l'informazione nella
tomba.
È comunque
un particolare secondario per lo sviluppo degli eventi perché della tragica
fine del poeta interessa conoscere più i mandanti degli esecutori. E concentrarsi
sulle ragioni d'un delitto preparato da tempo dalla campagna d'odio che
– come sottolinea nelle sue riflessioni Angela Molteni, curatrice di
quel pozzo di note pasoliniane che è pasolini.net – “si manifestava
in molti ambienti e non solo da parte dei fascisti”.
Una campagna
che riuniva perbenismo clerico-fascista e radical-chic anche di vedute
“progressiste” e che fece comprendere alle menti assassine come ormai
l'intellettuale fosse isolato. E detestato da diversi notabili e da taluna
intellighenzia
del Pci. Il partito nel quale ancora si riconosceva. Accuse come quella
rivoltagli da Maurizio Ferrara sulla presunta arte “estetizzante” nascondevano
ben altri rancori per le denunce della fase corsara con cui infliggeva
“a fondo” molto più ficcanti del lirismo critico de Alla bandiera
rossa (… Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, sta
per non conoscerti più, neanche coi sensi: tu che già vanti tante glorie
borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli).
Neppure
certa extra sinistra amava Pasolini, forse perché era stato il cantore
dell'ambiguo sottoproletariato anziché dell'operaio-massa e questo lo
rendeva “disorganico” ai crismi del vetero marxismo-leninismo.
La sinistra
rimase sgomenta per l'orrendo scempio dell'Idroscalo ma da tempo aveva
lasciato solo il poeta a condurre battaglie contro un sistema che lui decriptava
secondo codici “corsari” – una di queste è appunto l'individuazione
del Nuovo fascismo ch'era un tutt'uno con l'antifascismo – tesi incomprensibile
al manicheismo dell'ortodossia politica.
Così nel
tempo si è consumata la mummificazione di Pasolini di cui parla
sempre la Molteni ed è apparso il santino conosciuto nelle celebrazioni
del trentennale della morte che è stato riproposto da qualche dirigente
ex comunista, ormai non più giovane comunista, di cui Pasolini aveva sponsorizzato
l'esordio politico.
La
puntuale denuncia psichica, culturale, di costume sull'uso coercitivo del
sesso nei rapporti di potere, che si esalta nelle condizioni d'oppressione
e mancanza di libertà, è stata colta solo parzialmente quale metafora
e denuncia della realtà.
Molti la
leggevano unicamente come l'ossessione del diverso la cui sessualità è
turbata dalla condizione impostagli fra l'altro dal ruolo di uomo pubblico.
Per tacere dell'imprinting cattolico della sua formazione. Su questa corda
le polemiche di Nello Ajello attorno a “… l'immenso repertorio di
sconcezze...” presenti in Petrolio, cui mirabilmente rispondeva
il De Melis, seguivano quelle sul più osteggiato dei film pasoliniani
Salò
o le 120 giornate di Sodoma, contestato anche a sinistra dal conformismo
bacchettone e sessuofobico.
L'ambientamento
storico della trama nel triste periodo della Repubblica Sociale è una
metafora della società oppressiva e funge da diretto trait-d'union
col mondo contemporaneo dove la familiarità con violenza e sopraffazione
rende complici vittime e carnefici. L'identificazione del sesso come rapporto
di potere diventa gesto meccanico e parabola di morte. E quel palcoscenico
che riflette la faccia d'una società sconvolta e oppressiva ne costituisce
una lucidissima ricostruzione.
Nell'imbarbarimento
dei valori civili che l'Italia edonistica divulgava creando il substrato
del qualunquismo ebete e fascistoide che ora ci affligge, la pratica della
violenza legata al sesso, di cui lo stesso omicidio dell'intellettuale
avrebbe dovuto mostrare il tragico epilogo, segnava all'epoca altri episodi
inquietanti. Sono gli stupri politici rivolti ad artisti militanti come
Franca Rame e semplici ragazze alla maniera di Rosaria Lopez e Donatella
Colasanti. Seviziate da fascisti, ispirati nel primo caso da militari di
apparati dello Stato (la Divisione Pastrengo del generale Dalla Chiesa),
nel secondo aiutati dalle conoscenze di famiglie della Roma bene che offrono
protezione ai rampolli dopo i misfatti.
Quelle
violenze avevano il valore simbolico d'infliggere alle donne in tumulto
contro il maschilismo del sistema, oltre alla punizione, una sorta di freno
per l'alzata di testa e la voglia di cambiare. Alla stregua delle bombe
nelle piazze, si cercava d'incutere terrore a chi metteva di traverso la
passionalità della propria esistenza al dipanarsi del disegno dell'“eversione
democratica” che prendeva il posto di quella apertamente golpista. Pasolini
capiva e denunciava, perciò si ordinava d'ucciderlo.
Gli ostacoli
a indagini che andassero oltre la montatura del ragazzetto di vita Pelosi
sono stati mille e molte denunce giornalistiche, opere e saggi di riflessione
l'hanno evidenziato. L'intellettuale non conobbe la P2
di Gelli, che sostituì quella di Cefis-Troya, per il ritiro di quest'ultimo
dopo che il padrino Fanfani s'era bruciato col Referendum sul divorzio.
Ma il disegno autoritario senza golpe proseguiva con altri attori: Craxi
e il Caf e gli epigoni della Seconda Repubblica così eguale alla Prima,
i cui nomi il poeta non poteva fare ma che rientravano apertamente nel
panorama del “fascismo del fronte antifascista”. Complice (ah, la subordinazione
della vittima al carnefice) o muta è stata la sinistra del cedimento e
dell'impotenza che ha (parzialmente) perpetuato sopravvivenze individuali
favorendo la decomposizione delle organizzazioni politiche e praticando
l'eutanasia dei ceti operai a nome dei quali per anni ha continuato a parlare.
Qualcuno
ha detto, e mi si perdoni se non lo cito perché rammento l'essenza del
concetto e non l'autore, che “per fare un regime non sono necessari colpo
di Stato e dittatura, basta la connivenza dell'opposizione”.
Questo
Cefis-Troya non riuscì ad attuarlo, ma i suoi odierni epigoni sì.
Enrico
Campofreda
Giornalista
e scrittore
* Giuseppe Lo
Bianco, Sandra Rizza Profondo nero, Chiarelettere 2009, p.
254.
** Eugenio
Scalfari, Giuseppe Turani, Razza padrona, Baldini Castoldi Dalai,
1998.
Enigma
Pasolini
Il
caso Mattei, un film di Francesco Rosi
Un
magistrato e la sua inchiesta coraggiosa
 |
Enigma
Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
Sommario
|
|
Vai
alla pagina principale
   
|