La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

IL MITO DI MEDEA, PIER PAOLO PASOLINI E MARIA CALLAS
Il mito di Medea,
Pier Paolo Pasolini e Maria Callas
Una tragedia, un regista, una cantante, un film
di Paola Pinna
La Repubblica Letteraria

Medea di Pasolini è un impasto di crudeltà e innocenza, di barbarie e senso del sublime, è una trasfigurazione del mito tragico descritto nella Medea di Euripide. L’idea del conflitto tra il mondo “arcaico” dominato dalle emozioni, e quello “moderno” dominato dalla razionalità, viene sviluppato e portato a compimento con Medea di Pasolini, film del 1970. L’intento del regista è di non narrare la storia di Medea attraverso gli eventi della tragedia, ma di tradurre in immagini le “visioni” di Medea, lacerata di fronte al rapporto irrisolto tra passato e presente: passato e presente che coincidono con due epoche distinte, con due differenti fasi della stessa civiltà. 

La vicenda interiore e la Storia, ancora dissociate in Edipo re (film del 1967, tratto da Sofocle), vengono fatte confluire, portando al limite il moderno insanabile conflitto tra individuo e società, fonte dell’alienazione dell’uomo-massa. 
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La laguna di Grado come appare nel film di Pasolini
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Per rappresentare il mondo ieratico di Medea, sacerdotessa di Ecate, con il quale aveva inizialmente pensato di descrivere un’epoca di sacralità della vita e della morte, viste dagli occhi di Medea, Pasolini, nel corso delle riprese, osservando il passaggio dalla visione alla Storia cambia il registro narrativo: il silenzio della barbarie subentra al canto di esclusione, di abbandono di Medea, canto che doveva essere uno dei pilastri del film, da affidare alla voce sovrumana della protagonista Maria Callas, silenzio che agghiaccia, in una sorta di allucinazione quotidiana, il passato sacerdotale di Medea. 

La vita di questa civiltà fuori della Storia è segnata nella ricostruzione secca e silenziosa di un cruento rito di fertilità. Le visioni di Medea, trapiantate nella realtà fredda e realistica di Giasone, vi sussistono solo come sogni. Pasolini prosciuga la tragedia dal dramma e il documento prende forza, come modello reale del suo cinema. La Colchide viene ricostruita in Turchia e Siria e ripresa con movimenti di macchina sporchi, riprese parallele che Pasolini faceva da solo, quasi che volesse perseguire il compito non meno visionario, affidato a Medea-Callas, di cogliere la verità della vita anche nella realtà ricostruita del set. 

Medea è un film visto con gli occhi del Terzo Mondo, ideale e idealizzato.

Tra Giasone e Medea non c’è mai dialogo, tranne che alla fine, quando le parole non servono più a nulla. 

Le antiche musiche sacre giapponesi e i canti d’amore iraniani, colonna sonora del film, sono le uniche voci umane, infere, indecifrabili, autorizzate ad esprimere il clima evocativo della comunione sacrale tra popolo e natura. Nel film non si vedono gli affetti presenti in Euripide, che sono come azzerati: il tradimento di Giasone, la maternità di Medea, il rapporto tra Giasone e Glauce restano solo come ricordo o come miraggio irraggiungibile dello sguardo visionario di Medea. L’amore la morte la disperazione la rabbia il pianto si consumano in una strana allucinatoria aura di freddezza. Perfino l’atto sessuale è freddo come la morte, come il volto dagli occhi impauriti di Medea, spalancati sul vuoto, contrapposti agli ansimi insensibili e compiaciuti di Giasone. 

In queste visionarie e utopistiche immagini-documento ogni suggestione estetica viene filtrata da una ricercata povertà dell’immagine. In Medea vi è coerenza tra l’istanza ideologica e il mezzo espressivo. In Medea l’origine barbarica e l’inizio della società storica coesistono in un tempo sospeso, fuori del tempo, fuori dalla ragione logica.

Due elementi mettono in discussione i fondamenti della volgare evidenza dei fatti imposta dall’industria culturale: il silenzio e il sogno. Il silenzio fa esplodere le immagini di Medea, la pura descrittività soppianta le emozioni e la visionarietà di Medea sostituisce la consequenzialità degli eventi. La logica del sogno raddoppia le scene, ma le pone fuori dal tempo, in uno spazio anch’esso assoluto. Lo sguardo di Medea crea l’evento, denuncia l’inganno della unicità della verità socialmente ammessa. L’amore in Medea è conflitto irresolubile tra ciò che si sente e ciò che è ammesso sentire, tra ciò che si è e ciò che si diventa abbandonando la propria identità per qualcun’altro. Il rapporto è quello irrisolto tra l’uomo borghese, Giasone, archetipo eroico, e l’umanità altra, quella della maga Medea. Medea “sogna” il mito di Euripide, visione irrazionale in cui si compie il destino magico dell’umanità. Ma la realtà moderna, Corinto ricostruita sulla piazza dei Miracoli di Pisa, è teatro di ciò che sognato invece accade: Giasone ama Glauce per conquistare il regno. Si scatena la tragedia.

Medea che si è liberata delle proprie origini fallocratiche, straziando simbolicamente il fratello Ippolito, non può che liberarsi infliggendo la morte al frutto dell’amore insincero. Solo Medea può vivere la catarsi tra le fiamme della distruzione di Corinto. Medea nel supremo atto di affermazione finale, uccidendo i suoi figli impuri, uccide anche ogni possibilità di sopravvivenza del suo mondo, quel mondo arcaico che aveva già profanato sottraendogli il vello, e rinnegato per amore di Giasone. 

Come afferma Marco Salotti (critico cinematografico e docente di Storia del cinema presso l’Università di Genova) l’adattamento della tragedia al film sembra richiedere uno sviluppo epico-narrativo che altera la parabola drammatica. Sia in Edipo re (1967) che in Medea (1970) di Pasolini l’antefatto delle tragedie occupa i primi rulli di pellicola, rimandando l’incontro con il testo poetico. In Edipo re il regista si lascia condurre dall’implacabile meccanismo del dialogo di Sofocle, in Medea taglia e scorcia i versi di Euripide con un atteggiamento tra il pudore e la temerarietà, come nel monologo di Medea: "O Zeus, o Dike cara a Zeus, o luce del sole".
E come osserva Pedro Luis Cano (docente di Storia del cinema presso l’Universidad di Barcelona) Pasolini solo in alcuni momenti ha incluso in Medea un coro che non recita: un coro passivo, di un popolo oppresso, che è necessario all’autore per la sua esposizione dialettica. 

In Medea il personaggio Giasone perde la forza del protagonismo: la storia inizia con la narrazione della sua vita e delle sue avventure, come nell’Edipo re. L’inizio dell’opera è lirico, come lirica è l’infanzia e il passato surrealista, come il ricordo. Come lirica è la voce di Medea, del mito Maria Callas. 

Il brano che stai ascoltando è uno stralcio da
"Ebben, ne andrò lontana" dalla Wally di Alfredo Catalani

VEDI ANCHE IN "PAGINE CORSARE"
E NEL SITO DEL "CENTRO STUDI - ARCHIVIO PASOLINI DI BOLOGNA"

Scheda del film
Mostra Callas a Roma
A Roma in mostra il mito di Maria Callas
Tutto è santo. Approccio alla Medea di Pasolini, di Manuela Latini 
Dibattito televisivo su Medea con Pier Paolo Pasolini (1970) a cura di Oreste Del Buono
Medea in Marco Saggioro, La vittima nel cinema e nei film di Pier Paolo Pasolini
Mostra fotografica a Bologna ottobre 2007
Coro delle donne in Medea
Il mito di Medea, Pier Paolo Pasolini e Maria Callas - Una tragedia, un regista, una cantante, un film, di Paola Pinna
Il libro "Pasolini, Callas e Medea" a cura di Roberto Chiesi
Poesie dedicate da Pier Paolo Pasolini a Maria Callas
E Pasolini creò Medea di Pier Paolo Pasolini e Franco Rossellini, "L'Espresso", 16 ottobre 2007
Barth David Schwartz su "Medea", dal suo libro Pasolini Requiem, trad. it. Paolo Barlera, Marsilio Editore, 1995 
«Avanza un corteo: è la Callas!», di Roberto Calabretto
La grecità di Pier Paolo Pasolini e il Terzo Mondo, di Nicola Pice
Perché Maria Callas è soprattutto Grecia..., di Italo Moscati 
Il volto di Medea, di Mario Centrone
La voce, gli amori, il mito. Maria Callas, di Massimo Penna, Fondazione Italiani, settembre 2007
Callas: in mostra a Venezia seicento cimeli della "Divina", agosto 2007
Cecila Sophia Anna Maria Kalogeròpoulos, in arte Maria Callas (biografia)

E inoltre:
Paesaggio a-sonoro nel cinema di Pasolini. La poetica del silenzio, di Alessandro Cadoni

[...] Medea, dove si trovano intere sequenze in cui la parte dialogica è quasi del tutto assente, ma la drammaticità delle immagini e la suggestività del sonoro costituiscono un piano semantico assolutamente compiuto. È il caso della lunga sequenza del sacrificio in Colchide (che va dall'inquadratura 27 alla 180), nella quale le uniche parole sono pronunciate da Medea (nello spazio di una sola inquadratura). Ma è soprattutto il caso, eccezionalmente importante per come affronta il problema del rapporto fra cinema, realtà e sogno e di quello fra cinema, realtà e visione (o delirio), della doppia sequenza della vendetta di Medea: doppia perché essa viene proposta per due volte nel film (caso assai raro, almeno per quanto riguarda la mia esperienza di spettatore), con variazioni quasi impercettibili. Il fatto che le due sequenze rappresentino realtà e sogno oppure realtà e visione (o delirio) non è qui, per quanto molto interessante, motivo di discussione. Ciò che ci interessa notare, al fine di questa analisi, è come il cinema di Pasolini riesca a riportare sullo schermo due sequenze, anche uguali e diegeticamente contigue, e a dar loro vita mediante la pura espressione visiva, che è uno dei sensi della realtà e che in questi momenti diviene per lo spettatore il referente principale per la comprensione dell'esperienza cinematografica (ed è anche il mezzo più efficace per tradurre nel cinema l'esperienza onirica, nei limiti del verosimile). [Si vedano le sequenze finali del film Medea, in particolare da 0:30 a 6:55] La sfiducia nella razionalità, nel logos da parte di Pasolini, che si manifesta pienamente in Medea, è uno dei temi principali in tutto il ciclo del cinema d'élite, e spesso si traduce in astrazione e silenzio.


 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Come in un sogno
di Carla Benedetti

Ha un fascino particolare questo dialogo di Pasolini con il produttore. Vi si respira una gaiezza, un'euforia da progetto che sta per realizzarsi. I sopralluoghi sono già stati fatti, ma le riprese non sono ancora cominciate. Entriamo nella fucina dell'opera proprio nel momento in cui le idee artistiche sbarcano nel mondo reale, si confrontano con i vincoli posti dai luoghi e dalle cose, con i problemi pratici ("Vediamo il cielo sia sotto che sopra. Si può fare col trucco del cristallo, o no?"). E tutto ha una sua bellezza. È ancora il progetto, certo, ma è come soffuso di sogno: il sogno di un'opera da farsi. "Perché realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto?", dirà un anno dopo Pasolini nel Decameron, recitando nei panni di allievo di Giotto
In questo stadio persino le incertezze del regista ("Potrei fare così, oppure così.") appaiono non come dubbi da superare,ma come un meraviglioso serbatoio di possibilità, da mantenere compresenti. Tutto resta così in uno stato potenziale, nell'interregno tra il progetto e la sua realizzazione. È la forma-progetto di cui Pasolini ha appena scoperto la possibilità negli 'Appunti per un film sull'India': una serie di immagini accompagnate dalla voce del regista che spiega ciò che ha in mente di fare - proprio come ora sta facendo con il produttore. Poi questa forma verrà estesa anche alla scrittura romanzesca, nella Divina mimesis e in Petrolio. Quest'ultima opera si presenta come una serie di appunti per un'opera da farsi. L'autore spiega al lettore il libro che ha in mente, restando sempre un gradino più in qua della realizzazione. Non diventa mai narratore, ma solo voce che espone un progetto, da cui si viene coinvolti sempre più, quasi fosse l'opera finita. 
(L'Espresso)

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A Bologna il 18 ottobre fino all'8 dicembre 2007 alla galleria Ta Matete (via Santo Stefano 17/A, Bologna): 'Pasolini, Callas e Medea', mostra organizzata da FMR e dalla Cineteca di Bologna, propone una settantina di foto mai viste, scattate da Mario Tursi durante la lavorazione del film. Dalle immagini e dai testi, in gran parte inediti, raccolti nel catalogo, emerge il feeling tra regista e cantante. La Galleria bolognese prevede ulteriori iniziative, incontri, conferenze sul tema proposto dalla mostra.

 


Il mito di Medea, Pier Paolo Pasolini e Maria Callas
Una tragedia, un regista, una cantante, un film, di Paola Pinna

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