Terzo
appuntamento con il ciclo curato dall'Associazione “Fondo Pier Paolo
Pasolini” della Cineteca di Bologna e dedicato alle matrici e alle filiazioni
di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), l'ultimo film di Pasolini.
La sera di lunedì 16 febbraio sarà presentato Fascista (1974),
primo e finora unico film realizzato dallo scrittore, poeta e saggista
Nico Naldini, cugino di Pasolini.
Basato interamente sul montaggio
di ampi e rari brani dei cinegiornali Luce realizzati durante il Ventennio,
Fascista fu realizzato da Naldini quando lavorava come capo ufficio
stampa per la PEA di Alberto Grimaldi, la società che finanziò gli ultimi
quattro film di Pasolini e che produsse anche Fascista. Il commento,
scritto dall'autore, venne letto da Giorgio Bassani e costituiva una sorta
di contrappunto critico alla propaganda mistificatoria degli speaker del
regime.
La proiezione sarà preceduta
da un incontro con Nico Naldini, poeta (ricordiamo il suo recente libro
di versi I confini del paradiso, 2006) e studioso di letteratura
(è autore di saggi critici su Leopardi, Comisso e di numerosi testi su
Pasolini), che presenterà anche il suo ultimo libro, Breve vita di
Pasolini (Guanda, 2009).
QUI
UNA BREVE NOTA E LA COPERTINA DEL LIBRO

Fascista colpì profondamente
Pasolini (che di lì a pochi mesi iniziò la lavorazione di Salò),
tanto che scrisse un'autointervista sul film, di cui riportiamo di seguito
un estratto:
Pasolini su Fascista
(1974) di Nico Naldini (estratto)
«(...) Vedendo quella prima
sequenza [del film Fascista di Nico Naldini], ho osservato le facce
dei fascisti e della gente che, partecipe o indifferente, li attorniava.
Le persone “importanti” (professori, avvocati, ecc.) avevano delle
facce da imbecilli, al solito. (...) Sono proprio quegli imbecilli, magari
rozzi, ingenui, e, oltre tutto, anche in buona fede (non in quanto fascisti,
dico, ma in quanto piccolo - e medio - borghesi). Ma intorno c'erano le
facce dei sicari fascisti. Facce magre, ossute, con occhi fortemente disegnati.
Facce tirate dalla vita povera, dalla fame. Macerate da abitudini nate
dall'osservanza della più stretta economia, dal bisogno (lettucci, stanzette
polverose, stanzoni vuoti, niente riscaldamento, un paio di calzoni e una
camicia, l'osteria, la messa domenicale, la periferia della città quasi
campestre). Insomma, ciò che quei fascisti erano socialmente, aveva infinitamente
più forza di ciò che erano ideologicamente. Erano lavoratori poveri e
piccoli borghesi poveri come loro. Facevano la marcia su Roma come una
scampagnata; al massimo si può pensare che essi, culturalmente, imitassero
l'impresa fiumana. La maggior parte erano chiaramente “assoldati”,
come soldati di ventura di second'ordine.
Questa
prima impressione di trovarsi di fronte a un tipo antropologico di italiano
che è stato così per secoli e secoli, ed è cambiato solo in questi ultimi
dieci anni, dura e si consolida durante tutto il film di Naldini. Questa
inoffensività, non bonacciona o qualunquistica , ma “fisica” degli
italiani in camicia nera, si estende anche ai capi. I famosi gerarchi,
che io ricordavo come il massimo della ferocia e del ridicolo, sono invece
dei patetici imbecilli: qualcuno di loro fa addirittura una specie di schifosa
tenerezza, tanto è stupido e visibilmente attaccato alla greppia, come
un allampanato animale. C'è qualche sguardo gettato da costoro su Mussolini
che è un capolavoro di recitazione involontaria. È lo sguardo di un cane
che sa un po' di latino gettato su colui che gli procura il cibo.
Ad accentuare questa inoffensività
di poveraglia e di piccola borghesia affamata, è l'inevitabile confronto
sia con i fascisti, che con la folla e i “gerarchi” attuali. Rispetto
ai fascisti attuali, che sono ormai dei veri e propri nazisti, quelli hanno
un'aria casalinga che stringe il cuore (tanto più quando il loro entusiasmo
fascista si manifesta in sorrisi sinceri di vecchia felicità popolana
o contadina); rispetto alla folla attuale, quella folla (non necessariamente
fascista) è piena di dignità; in essa contano valori di cui il fascismo
approfittava degradandoli. Infine rispetto ai “gerarchi” attuali quei
“gerarchi” fanno pena. Cosa possono aver rubato, in quell'Italia miserabile?
Qualche miserabile gruzzoletto di palanche. Lo si vede. E il pensiero corre
alle ruberie, alle grassazioni, alle violazioni, ai delitti dell'attuale
classe dirigente, fatta di parassitismo e di clientele, come ormai i dirigenti
democristiani stessi ammettono, senza vergognarsi, e invece di togliersi
per sempre di mezzo. Il fascismo non è stato alle origini che umile manovalanza
del padronato. Alla fine è stata una bieca mascherata assassina. Ma a
questo punto il film finisce.
(...)
Naldini ha preso delle decisioni stilistiche direi ferree nel progettare
il film. Niente retorica antifascista, niente facile “ridicolo” sul
fascismo, rappresentazione del fascismo attraverso materiale elaborato
dai fascisti stessi, cioè attraverso la loro idea falsa e vera di sé.
In tutto questo però Naldini è stato travolto da un dato incalcolabile:
cioè dall'accumulazione di un materiale che aveva quasi costantemente
per oggetto il rapporto pubblico tra Mussolini e le folle cosiddette oceaniche.
Alla fine, e proprio filmicamente, il film è un film sul rapporto tra
un Capo e il suo Popolo. (...) Rapporto inaudito, assurdo, manifestamente
arrangiato, ritagliato e mistificato, ridicolo, bieco: ma in qualche modo,
quello lì, proprio quello lì, come compare nella realtà fisica dei materiali
del film. Materiali che si accumulano, e infine esplodono in una espressività
abnorme e involontaria. È stato un terribile gioco, e il film di Naldini
gioca con questo gioco. Per questo è un film bellissimo. Ma anche pericoloso,
perché sono i destinatari in buona fede che accettano il gioco. Quelli
in cattiva fede fanno il “loro” gioco, cioè, come si sa, non sanno
giocare. Il fascismo è un tetro comportamento coatto».
Pier Paolo Pasolini, da Poveri
ma fascisti, «Il Messaggero», 17 ottobre 1974.