Nella
primavera del 1968, Pier Paolo Pasolini stava progettando un film diviso
in cinque episodi, sotto il titolo complessivo di Appunti per un poema
sul Terzo mondo, che avrebbe voluto ambientare, rispettivamente, in
Africa, India, America Latina, nei Paesi Arabi e nei quartieri neri dell’America
del Nord. Per l’episodio africano, considerò l’ipotesi di rielaborare
la sceneggiatura di un film mai realizzato, Il padre selvaggio,
ma alla fine decise di ispirarsi all’Orestiade di Eschilo.
Erano trascorsi quasi dieci
anni da quando Pasolini aveva tradotto la trilogia eschilea per uno spettacolo
teatrale diretto e interpretato da Vittorio Gassman. Nella Lettera del
traduttore (1960), scriveva: «Il momento più alto della
trilogia è sicuramente l’acme delle Eumenidi, quando Atena istituisce
la prima assemblea democratica della storia. Nessuna vicenda, nessuna morte,
nessuna angoscia delle tragedie dà una commozione più profonda
e assoluta di questa pagina. Le Maledizioni si trasformano in Benedizioni.
L’incertezza esistenziale della società primitiva permane come categoria
dell’angoscia esistenziale o della fantasia nella società evoluta».
Nell’immaginazione pasoliniana,
la “società primitiva” venne ad identificarsi con l’Africa tribale
e arcaica. Mentre il progetto di Appunti per un poema sul Terzo mondo
si arenava per ostacoli produttivi, nel dicembre 1968, si concretizzò
invece la possibilità di realizzare l’Orestiade sotto forma
di “appunti per un film da farsi”, in Kenia e Tanzania.
«Il tema profondo dell’Orestiade,
almeno per noi lettori moderni, è il passaggio tra un periodo storico
“medievale” e un periodo storico “democratico”: indi della trasformazione
delle Menadi (dee medievali del terrore esistenziale) in Eumenidi (dee
dell’irrazionalità in un mondo razionale).
Se oggi, nell’Africa, accade
qualcosa di simile, è indubbio che Atene (modello di forme democratiche)
è il mondo bianco progressivo: e Atena, la Dea che ha insegnato
a Oreste la democrazia, istituendo il primo tribunale umano e l’istituzione
della votazione, è una dea bianca.
Il progetto di un film dall’Orestiade
di Eschilo ambientato nell’Africa nera moderna, potrebbe essere intanto
un perfetto filo conduttore per un documentario, appunto sull’Africa nera
moderna» (da L’Atena bianca, 1968).
Come era già avvenuto
con il mediometraggio documentario prodotto dalla RAI Tv, Appunti per
un film sull’India (1968), anche il film girato in Africa, segue un
itinerario scandito dalla ricerca dei volti e dei luoghi, in questo caso
per le figure di Agamennone, Oreste, Clitennestra, Cassandra e Pilade,
tra le popolazioni delle tribù e dei villaggi della Tanzania e dell’Uganda.
La voce di Pasolini si sofferma
a commentare le possibili scelte di visi e corpi per i personaggi del suo
film, ma sceglie e filma anche una povera capanna sul lago Vittoria, con
gli umili utensili del lavoro quotidiano, il villaggio di Kasulu, “ancora
vicino alla preistoria”, un mercato e la folla che lo gremisce, i sarti
e i loro clienti, un barbiere, un altro mercato della città di Kigoma,
perduto nella Savana. Negli Appunti per un’Orestiade africana, appaiono
anche le immagini della modernità, come una fabbrica nelle vicinanze
di Dar es Salaam, una scuola moderna “Livingstone”, nei pressi di Kigoma.
Il poeta confronta la sua visione dell’Africa a quella di alcuni studenti
africani dell’Università La Sapienza di Roma, cui mostra alcune
sequenze girate.
Per rappresentare le Furie,
irrappresentabili sotto l’aspetto umano, Pasolini filma le forme degli
alberi africani, “perduti nel silenzio della foresta, mostruosi, in qualche
modo, e terribili. La terribilità dell’Africa è la sua solitudine,
le forme mostruose che vi può assumere la natura, i silenzi profondi
e paurosi. L’irrazionalità è animale. Le Furie sono le dee
del momento animale dell’uomo”.
Nel film si inseriscono anche
sequenze di diverso registro: come i brani di repertorio sulla guerra del
Biafra, che, nell’immaginazione di Pasolini, diventano una sorta di evocazione
contemporanea della guerra di Troia da cui ritorna Agamennone all’inizio
dell’Orestiade.
Ad un registro diverso appartiene
anche la sequenza di un duetto cantato, “nello stile del Jazz” da Yvonne
Murray e Archie Savage con la musica di Gato Barbieri. In seguito, Pasolini
mette in scena, quasi come sequenze di prova, l’arrivo di Oreste (impersonato
da un giovane africano) sulla tomba del padre e la sua fuga, dopo il matricidio,
perseguitato dalle Furie. Nell’immaginazione pasoliniana, la città
di Kampala, capitale dell’Uganda, evoca Atene e l’Università di
Dar es Salaam il Tempio di Apollo. È nella libreria del college
che la mdp. di Pasolini scopre i segni della colonizzazione culturale neocapitalista
e anglosassone, nonostante che la costruzione rechi una lapide di ringraziamento
alla Repubblica Popolare Cinese.
Dopo avere nuovamente interrogato
gli studenti universitari africani, Pasolini filma una danza antica della
tribù Wa-gogo, che potrebbe raffigurare la trasformazione delle
Furie in Eumenidi. Quindi riprende una festa di matrimonio, che ha caratteri
più moderni. Due rituali emblematici:
“il nuovo mondo
è instaurato. (…) Le antiche divinità primordiali coesistono
con il nuovo mondo della ragione e della libertà. (…) Una nuova
nazione è nata. I suoi problemi sono infiniti, ma i problemi non
si risolvono, si vivono. E la vita è lenta. Il procedere verso il
futuro non ha soluzioni di continuità”.
Le riprese africane di Appunti
per un’Orestiade africana avvennero in due tempi: nel dicembre 1968
e nel febbraio 1969. Ai primi mesi del 1970, risalgono, invece, le riprese
effettuate all’università di Roma.
Per la prima volta nella
sua attività cinematografica, Pasolini fece anche l’operatore per
la maggior parte della durata delle riprese, come per tutti i film realizzati
successivamente (da Il Decameron,
girato nel 1970, a Salò o le 120 giornate
di Sodoma, nel 1975).