Cinema



 
 

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"Pagine corsare"
Il cinema

Per il piacere di fare
un cinema fuori genere
Affollato come non mai, il festival a tematiche omosessuali
di Torino rende omaggio a Pasolini
di Cristina Piccinno, il manifesto

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Gli uomini sorridono, sembrano imbarazzati, qualcuno è più disponibile, qualcun altro più consapevole, altri ancora hanno la rabbia dell'imbarazzo. Si parla di sesso. 

Di uomo e di donna, diritti e «doveri». Del fare l'amore. Del tradire e dell'essere fedeli. Di verginità. La donna sì, l'uomo no trinciano alcune voci. Al «delitto d'onore» non ci crede più nessuno, anche se va a sapere, sorride uno con la faccia simpatica. 

Un altro spiega, dice dei tabù, delle riviste porno che si vendono al mercatino e fanno male mica per moralismo ma perché servono solo a far crescere l'ignoranza... 

E se sapeste che qualcuno tra voi è omosessuale?, incalza l'intervistatore. Impossibile. Non ci sono. Forse uno ma in un altro reparto. L'intellettuale: «È che se anche ci fossero se ne dicono tante che si nascondono. Io mi nasconderei, anzi mi licenzierei». Taranto, cancelli della fabbrica. 

È lì che parte Comizi d'amore 80, tre puntate realizzate per la Rai da Lino Del Fra e Cecilia Mangini per un viaggio nell'Italia che riprende laddove l'aveva lasciata Pasolini nei suoi Comizi d'amore. Allora era il 1963, gli anni del boom, dell'industralizzazione forzata, delle nuove periferie che divorano la città. Qui siamo negli anni Ottanta, altro boom di «modernità», tv private, l'alba di Berlusconi, la Milano che sarà da bere, la disco e i video bar. Eppure. Pasolini intrecciava volti noti e anonimi, Del Fra si muove tra operai, militanti del Pci che hanno lottato per l'aborto ma la presenza eventuale di un gay al loro circolo hanno bisogno di tempo per elaborarla. Così il collega transessuale in fabbrica a Torino, c'è chi non sa nemmeno cosa vuol dire.

Da quel filmato sono passati ventitré anni, più o meno quanti ne erano passati nell'82 dai Comizi d'amore pasolinani. E vent'anni festeggia il festival a tematiche omosessuali di Torino, laboratorio per immaginari usati in forma di consapevolezza, resistenza, apertura progressiva e mai ghettizzata sul mondo. Non è questione infatti di «cinema omosessuale» ma di uno spazio del cinema - che è anche linguaggio, colore, suono, fisicità, luce - nel quale scorrono utopie per tutti di rispetto, eguaglianza, la ricchezza di un mondo quale può solo essere a sfumature molteplici. Oggi la Rai non produce più inchieste così anzi vieta. La soglia dello shock su cui ridere insieme - per citare John Waters, star dell'edizione 2005 - è difforme, ambigua eppure altissima. Nel dare per scontate conquiste si cozza invece contro integralismi spettacolarizzati (vedremo cosa accadrà alla cultura con Buttiglione) di religioni oscurantiste che sono soprattutto ipotesi (e perfetti alleati) di politiche sociali iperglobalizzate.

Sarà per questo che il festival è affollato come mai, a ogni ora e proiezione, John Waters come l'omaggio a Pasolini (occasione per presentare il libro di Mirko Grasso, Pasolini e il sud - Poesia cinema e società, edizioni Dal Sud), con la scoperta folgorante di due magnifici quanto invisibili documentari della stessa Cecilia Mangini, Ignoti alla città (1958) e Stendalì - Suonano ancora (1960) in cui la fisicità visuale della cineasta si intreccia alla violenza morbida della scrittura di Pasolini, che firma i testi fuori campo.

Stedalì è la Grecia salentina (Martano) colta nell'intimità del dolore rituale, il canto funebre tessuto da voci di donne che è spazio laico di dolore e vissuto quotidiano presente, erano gli anni della ricerca di De Martino ma qui l'antropologia diventa piuttosto un rito che si fa presente. Ignoti alla città venne invece censurato, parlava dei «ragazzi di vita» (ma mai c'è un accenno al sesso, alla prostuzione per soldi), che vivono nelle periferie, pronipoti del no-future, stessa provocazione «gratuita» e forse questo più che altro irritava il senso comune dell'Italia sorridente e consumatrice di lavatrici prossima a venire in cui marginalità povera dovevano essere delinquenza o «pigrizia».

L'omaggio a Pasolini (Ricordando Pier Paolo Pasolini e Laura Betti) lo cura Giovanni Minerba, inventore insieme a Ottavio Mai del festival in un'esperienza personalissima (come anche la scelta di Pasolini) che era soprattutto politica, dove liberare la sessualità (ce lo mostrano appunto i Comizi) significava (con lotte durissime) sperimentare un'utopia collettiva di vita. Nel tempo i film del festival sono cambiati, resta il potenziale rifiuto - tra finzione, documento, linguaggi misti - del limite, di un «genere» equivalente a una forma (stereotipata). Dunque cinema e piacere di farlo e di mostrarlo. [...]

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Le due immagini inserite sopra si riferiscono a Comizi d'amore, il film di Pier Paolo Pasolini.
 


Per il piacere di fare un film fuori genere, di Cristina Piccinno

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