.La
scomparsa della
Repressione, l'avvento
dell'epoca della Tolleranza
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Di Serafino Murri
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Il rapporto conflittuale
di Pasolini con l'“uomo medio” resta intatto: tanto da far ricevere all'autore
del Fiore delle Mille e una notte, nel giugno del 1974, una denuncia
per oscenità conseguente, paradossalmente, alla proiezione unica
di beneficenza del film, che il regista ha organizzato in anteprima a Milano,
con lo scopo di raccogliere fondi per realizzare un documentario a favore
della "riumanizzazione" della vita in quella città.
Quello che muta è
il rapporto dì Pasolini con il Potere: è infatti quanto meno
singolare che il sostituto procuratore di Milano competente per il caso,
Caizzi, riconosca lo statuto di "opera d'arte" al film senza promuovere
nessuna azione penale nei confronti del Fiore delle Mille e una notte.
Che cosa può essere così radicalmente mutato nella società
italiana per spingerla, nel giro di qualche anno, a considerare prodotto
artistico ciò che prima era oggetto di scandalo e di censura? Di
certo non una palingenesi morale, né una crescita culturale e intellettuale
della nazione: con la scomparsa della Repressione, è l'avvento dell'epoca
della Tolleranza.
Pasolini si accorge di questa
generale tolleranza nei suoi confronti, la quale, lungi dall'essere il
frutto del riconoscimento di una validità intellettuale, e ancor
meno atto di revoca della patente di "diversità" che lo accompagna,
è solo "una forma di condanna più raffinata".
La strategia del Potere
è cambiata, si è fatta più insinuante, diabolica.
Somiglia al principio della arti marziali giapponesi, per cui se l'avversario
spinge, occorre non opporvisi, ma assecondarne il movimento e tirarlo fino
a fargli perdere l'equilibrio.
La falsa permissività
tranquillizza tutti, neoconservatori (che possono fregiarsi di una illuminata
"modernità") e progressisti (che possono andare fieri dei loro sfoghi,
ammessi, pubblicati e proiettati da coloro contro i quali sono indirizzati),
e distrugge, in un solo colpo, qualsiasi dialettica sociale, riducendo
l'intervento politico a fatto di costume (quando non di folklore), considerabile
con gli stessi parametri di una partita di calcio o della concorrenza tra
due marche di prosciutto.
A questo meccanismo di omologazione
delle élites, che completa quello di assorbimento delle classi
subalterne, non sfugge neppure Pasolini, e lo sa bene. Infatti, il Pasolini
"politico" è tormentato da questa falsa dialettica dell'omologazione,
che ha anche il potere di rendere a torto ottimistiche le ipotesi riformiste
dei "progressisti" e degli intellettuali illuminati; ma, a differenza di
questi, riesce ancora a vivere con semplicità la sfera della sua
"diversità", di quell'"abiezione" sessuale che non può che
dispensarlo dall'omologazione. Così, quella di Pasolini diventa
la voce di un uomo solo che, nel deserto della "sdrammatizzazione" generale,
vive nella paura di "adattarsi alla degradazione", di "accettare l'inaccettabile".
Da Serafino Murri, Pier
Paolo Pasolini, Il Castoro-l'Unità, Milano 1995
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