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Cinema Il fascino discreto
Mi è capitato di rivedere recentemente Il fiore delle Mille e una notte, di Pier Paolo Pasolini. In questa visione recente proprio come in quelle passate ho provato, nel procedere del film, la sensazione di entrare progressivamente sempre più nel cuore del favoloso e del meraviglioso, a mano a mano che le storie che vi si raccontano sono ambientate sempre di più verso Oriente. D'altra parte non è certamente un caso che, della sterminata produzione del romanziere popolare Emilio Salgari, quella che più ricordiamo e che più gli ha assicurato imperitura fama sia ambientata in Oriente: India o Indocina che sia, non c'è America caraibica, o Africa o altrove, che valga il respiro fantastico di un'isola al largo delle coste malesi, o di un rifugio nel delta del Gange. Del resto, Pasolini non fa che riproporre in chiave colta una fascinazione che ha percorso l'Occidente dai tempi di Marco Polo, sufficientemente diffusa da renderla un luogo comune dell'immaginario, una ricetta sicura di evocazione del meraviglioso, del diverso, del fascinoso in quanto incomprensibile. Proprio in questi termini l'Oriente è stato quindi solitamente ripreso in quella letteratura popolare che si esprime a fumetti, da Terry e i pirati sino a Corto Maltese. Se l'America è stata il West, cioè la terra di conquista, e l'Africa è stato il selvaggio, cioè la terra in cui sono le forze primigenie ad esprimersi, l'Oriente è stato il luogo, assai più fascinoso, delle civiltà aliene, delle culture profonde e differenti – e dunque potenzialmente pericolose, ma proprio per questo ancora più intriganti, quando c'è bisogno del contesto per una storia di avventura. Non stupisce dunque il successo in Occidente delle storie prodotte in Occidente che prendono l'Oriente come sfondo: la medesima fascinazione muove autore e lettore. Entrambi si riconoscono in un mito comune. Come si spiega, invece, il successo in Occidente delle storie che in Oriente vengono prodotte? E mi riferisco non al successo d'élite di produzioni raffinate per pochi e bendisposti fruitori, ma al fenomeno di massa del fumetto giapponese in Europa e America. In altre parole, mentre ritengo che una produzione per un pubblico selezionato possa comunque trovare un segmento di pubblico occidentale disposto a varcare il gap della differenza culturale, per poter godere anche degli aspetti alieni e differenti, e magari apprezzare il testo proprio per questa diversità - viceversa un testo destinato a un consumo di massa deve possedere una serie di caratteristiche di familiarità tali da renderlo immediatamente comprensibile e apprezzabile da tutti. Aggiungiamo, inoltre, che il manga (e pure l'anime, ovvero il cartone animato giapponese, che ne ha spesso anticipato il successo in Occidente) non è mai stato prodotto con un particolare occhio al consumo occidentale, perché il mercato interno giapponese è così vasto da essere comunque prioritario rispetto a qualsiasi interesse all'esportazione. Per questo, nello spiegare il successo del manga in Occidente, va esclusa proprio la spiegazione più facile, ovvero che si tratti di un prodotto pensato, da Oriente, per la penetrazione commerciale in Europa e America. Tutte le strategie di marketing verso l'Occidente partono da questo dato fondamentale: il manga è prodotto da giapponesi per giapponesi, e gli Occidentali devono solo adattarsi. Rispetto alle altre (enormemente più ridotte) produzioni fumettistiche orientali, non c'è dubbio che il manga possieda un vantaggio di base, ovvero che l'Occidente è già penetrato al suo interno, e sin dalla sua origine. Non dimentichiamo infatti che il successo del fumetto in Giappone è dovuto alla convergenza di due fattori, uno esogeno e uno endogeno: la secolare tradizione di storie popolari raccontate per immagini, da un lato, e l'influenza americana, dall'altro. Il manga nasce dunque non meno orientale che occidentale, e questa duplice natura si rispecchia tanto nei temi delle storie quanto nel modo di raccontarle. D'altra parte, è la stessa cultura moderna giapponese nel suo complesso a essere il prodotto di una contaminazione vastissima, in cui gli innesti occidentali trovano terreno in tradizioni locali e si sviluppano senza perdere del tutto né le caratteristiche che li rendono riconoscibili in Occidente né quelle precipue della tradizione culturale nipponica. Il manga, quindi, finisce per rispecchiare questa situazione complessiva: una cultura di per sé molto forte e antica, ma invaghita di un'altra, che viene imitata e digerita nei propri stessi termini, sino a un'apparente autonegazione. È l'apparenza di questa autonegazione, io credo, a costituire la base del successo occidentale del manga. Il lettore europeo e americano non fatica, infatti, a trovarvi quei valori e quelle strategie emotive che lo possono coinvolgere. Anzi, non di rado esse emergono con una chiarezza che nei fumetti occidentali può andare dispersa nella familiarità generale di valori e strategie emotive che caratterizza i prodotti culturali che nascono attorno a noi. Eppure il successo non può essere dovuto soltanto alla capacità mimetica del manga rispetto all'Occidente. Se il manga non si distinguesse dai prodotti occidentali, non esisterebbe un suo successo specifico, come invece esiste. Indubbiamente, la familiarità costituisce una base importante, senza la quale il pubblico di massa non si avvicinerebbe a questi testi. Ma a partire da questo, è la natura della differenza che vi si innesta sopra, a essere interessante! È necessario notare come la fascinazione tradizionale dell'Oriente (quella cui accennavamo nelle prime righe) giochi un ruolo minimo o forse nullo nel successo occidentale dei manga. I manga dal contenuto più evidentemente orientale, come sono, per esempio, quelli che raccontano storie di samurai, sono di solito prodotti di élite, rivolti a un pubblico limitato e capace di apprezzarne la diversità. Nei manga di largo consumo, quello che colpisce immediatamente è la familiarità dei contesti in cui si svolge l'azione, sia che si tratti di storie di argomento psicologico sia che il contesto sia fantascientifico-mitico-avventuroso: qualunque esso sia, il contesto in cui agiscono i protagonisti non è vissuto dal lettore occidentale come un altrove, bensì come un ambiente facilmente riconoscibile, che sia quello realistico della vita quotidiana o quello fantastico dell'avventura. La somiglianza vince dunque sulla differenza, dal punto di vista tematico – e la differenza deve di conseguenza porsi nel modo in cui questi temi familiari vengono affrontati. E qui, finalmente, ecco che salta fuori il Giappone! Abbastanza tardi da non porre problemi di decodifica, ma abbastanza presto da far sentire la diversità. Abbiamo dunque, da un lato, differenze nel modo stesso di raccontare, ma dall'altro anche differenze nel sistema di relazioni sociali che viene descritto. Tutte queste differenze sono abbastanza marginali da poter essere accettate dal grande pubblico, ma sono comunque presenti, con l'effetto di metterci a contatto con un mondo che dovrebbe essere diversissimo dal nostro, e invece è similissimo, con una serie di piccole eccezioni facilmente comprensibili. In altre parole, invece della fascinazione di un mondo comprensibile con difficoltà, ci troviamo di fronte alla sorpresa di un mondo assai più facilmente abbordabile di quanto ci aspetteremmo, a dispetto del mito di un Oriente remoto e favoloso. Involontario figlio della globalizzazione, il manga giapponese porta nelle nostre case le tracce della vicinanza tra Oriente e Occidente, e la sostanziale somiglianza di fondo di tutti gli esseri umani. Eppure, proprio nel fare così, è la cultura giapponese a entrare nascostamente dentro di noi. Il mondo descritto dai manga è sufficientemente familiare da potervisi identificare, ma non è comunque il nostro. Il manga resta un figlio del tutto legittimo della cultura giapponese, che ha imparato a raccogliere quella occidentale senza perdere la propria. Di sicuro, non c'è da preoccuparsi che un imperialismo culturale giapponese possa pervadere l'occidente attraverso i manga così come quello americano passa attraverso il cinema. Però sono ormai numerosi gli atteggiamenti e i comportamenti di fondo tipicamente orientali cui i lettori di manga sono diventati del tutto familiari, compresa una versione del senso dell'onore che assomiglia a quella Occidentale, ma ne resta diversa; compreso un timore della distruzione e dell'olocausto che esiste pure in Occidente, ma con caratteristiche molto differenti; compresa una visione della sessualità che, pur essendo, a grandi linee, genericamente umana, viene evidentemente declinata secondo la tradizione giapponese. E così via. Il Giappone imita l'Occidente: questo siamo abituati a pensare. Attraverso il manga (e non solo) l'imitazione dell'Occidente si rivela tuttavia per quello che è: un modo per conquistarlo. Un modo, peraltro, del tutto accettabile e spesso anche gradevole. Il vero rimpianto in questo (ma si tratta davvero di un male minore, rispetto ai benefici del riconoscere l'altro come simile a sé) è che il mondo si va facendo davvero più piccolo, e quel mondo di favola verso cui viaggiano le vicende del film di Pasolini è destinato a non essere mai più tale.
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