"Pagine
corsare"
Cinema
Bacalov, la religione
delle note
«L'Oscar è solo una statuetta»
di Paolo di Vincenzo, L'Espresso
27 febbraio 2007
Il rapporto tra la musica
e il sacro, l’Oscar regalato alla figlia minore appena tornato da Hollywood
e l’importanza della colonna sonora nel cinema. Sono alcune delle dichiarazioni
che Luis Bacalov ha rilasciato al Centro.
Il
maestro di origine argentina, ma ormai da decenni in Italia, è stato
ieri pomeriggio nell’auditorium del rettorato dell’università D’Annunzio
a Chieti. Il compositore era l’ospite d’onore della Quaestiones quodlibetales
che ieri era dedicata al rapporto tra la musica e il sacro. Prima dell’incontro
pubblico con l’arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, e con
il rettore dell’università di Chieti-Pescara, Franco Cuccurullo,
il musicista ha rilasciato al Centro l’intervista che segue.
La musica e il sacro è
il titolo della conferenza di Chieti. Lei come si pone di fronte a questo
tema?
«Anche nella
musica più popolare, per la lunghissima tradizione che esiste, il
musicista è invogliato a mettere il naso su questo tema. Va oltre
le confessioni».
La musica è l’arte
che più avvicina l’uomo a Dio?
«Evidentemente c’è
un rapporto abbastanza misterioso che fa sì che la musica sia una
componente molto forte per quello che chiamerei un avvicinamento, un legame
tra l’uomo e il sovrannaturale. È un po’ anche nella parola stessa
della religione che rimanda al legare. Mi sembra normale, va oltre i sistemi
culturali, per religioni anche diverse tra loro».
Tra i suoi primi lavori
importanti c’è il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini.
Il regista le fece qualche richiesta specifica?
«Il Vangelo secondo
Matteo è stata una scelta molto coraggiosa, lontana da ogni
forma retorica, che riportò i personaggi nella loro semplicità,
povertà, umiltà. Quando l’ho visto sono rimasto colpito.
A me Pasolini ha chiesto qualcosa di molto modesto, voleva che lo aiutassi
a completare la colonna sonora che, in molti punti, aveva già stabilito.
Lui aveva due angeli custodi, Elsa Morante e Laura Betti, che lo avevano
consigliato. In qualche modo il lavoro fondamentale era stato fatto. Io,
evitando anche il normale narcisismo dei compositori, gli ho fatto ascoltare
il Gloria della Messa Luba, una messa africana, molto bella, con
cori e percussioni. E ogni volta che appare l’angelo c’è questo
brano. Inoltre, scrissi dei brani e arrangiai alcuni pezzi della tradizione
ebraica».
Lei ha lavorato con Fellini
per il film La città delle donne, ma, secondo alcune biografie,
non è stata un’esperienza molto gratificante. E’ vero?
«No, (ride). Questa
è una grande scemenza che hanno scritto i suoi colleghi. Io sono
stato supergratificato dalla collaborazione con Fellini. Siccome nell’immaginario
dei media è certo che Fellini stritolava i suoi collaboratori, che
è una gran menzogna, anch’io dovevo subire questa sorte. No, no,
io ho avuto un rapporto estremamente gratificante, e ho imparato moltissimo
da Fellini. Lui viveva per il suo film, sognava il film, parlava del film
quando mangiava, sempre. Aveva una concentrazione assoluta. Non mi voglio
certo paragonare a Fellini, io fatico molto ad avere la stessa dedizione
ma mi sono reso conto che non si può fare un lavoro che deve essere
“alto” senza metterci tutto te stesso: il cervello, l’anima e il corpo».
Sono difficili i suoi
rapporti con i registi?
«Dipende da due variabili,
da chi è il regista. Più colto, più intelligente,
più sensibile è, e più il rapporto è semplice.
Più è mediocre, insensibile, buzzurro, più è
difficile».
Lei come si pone davanti
a un film prima di scriverne la musica? Lo vede prima tutto, parla con
il regista, legge la sceneggiatura, lo vede a pezzi?
«Intanto, se è
possibile, leggo la sceneggiatura. Ultimamente succede sempre più
spesso. Ma io ho cominciato con il cinema quando il musicista veniva chiamato
a fine montaggio, e ti dicevano: “La musica deve essere pronta fra tre
settimane”. Era un mestieraccio compensato solo da un fatto: che ti pagavano
molto bene. Oggi, invece, si ha più tempo di una volta per scrivere
ma la gente non va più al cinema. Però devo dire che non
scrivo sulla sceneggiatura perché non è mai il film. Gli
attori, la luce, il montaggio danno tutto un altro risultato. Quando leggo
la sceneggiatura mi immagino il mio film che poi non è mai così.
Ai registi, come dico io, tiro un po’ la lingua. Gli chiedo: “Cosa ti aspetti?
A che ti serve la musica? Ma sei sicuro che ti serve?”. Domande anche provocatorie.
A volte, quando vedo un brutto film, invece, dico al regista: “Senta, questo
film non ha bisogno di musica, è perfetto”. (ride)».
Ennio Morricone, intervistato
da questo giornale, ha ribadito che secondo lui la musica nel cinema non
è la cosa più importante, è solo un supporto all’immagine.
Lei cosa ne pensa?
«No, non sono mai
d’accordo con Ennio, che è un grande amico mio, e non sono d’accordo
nemmeno stavolta. Io ho una posizione diversa. Ci sono certi film in cui
la musica è totalmente inutile. Ci sono altri film dove la musica
è un valore aggiunto importante. Si immagini un po’ un film di Leone
senza la musica di Ennio, un film di Fellini senza la musica di Rota. Ora,
certamente, c’è qualcosa di più importante ma io penso che
non sia l’immagine, la parte visiva, io credo che sia la storia. In linea
piramidale secondo me c’è prima la storia, poi la realizzazione,
dunque il film, e dopo tutto il resto, ivi compresa la musica».
Una sola domanda sull’Oscar
che lei ha vinto nel 1995 per Il Postino di Michael Radford con
Massimo Troisi e Philippe Noiret. La gratificazione e il senso di questo
premio.
«Io non ho mai
mitizzato l’Oscar. È una statuetta che costa 300 mila lire e che
al mio ritorno da Hollywood ho immediatamente regalato alla mia figlia
più piccola, per non tenermela sul pianoforte e non coccolare il
mio narcisismo più becero».
E la statuetta ce l’ha
ancora sua figlia?
«Certo. Ma non l’ho
fatto per essere giudicato come un originale. In realtà credo di
essere stato saggio e penso che sia stata la cosa giusta. Io sono stato
molto gratificato, invece, dalla nomination. La nomination, per ogni singola
categoria, viene fatta da colleghi. Quindi c’è veramente un riconoscimento
da parte di professionisti a un altro professionista. Questo, effettivamente,
mi ha fatto molto piacere».
* * *
Luis Bacalov (nato a San
Martin, Buenos Aires, il 30 agosto 1933) nizia la sua attività concertistica
in Sudamerica e in Spagna, svolge studi di perfezionamento a Parigi, dove
è ingaggiato come pianista in night-clubs. Brillante esecutore,
si dedica al concertismo, alla composizione e a varie attività musicali.
In Italia, dal 1959, si vede offrire l'opportunità di comporre musiche
per il cinema, attività svolta, fino al 1963, con lo pseudonimo
di Luis Enriquez; poi i produttori utilizzano per un po' sia lo pseudonimo
che il nome vero (dal 1967/68 le partiture sono firmate esclusivamente
col nome vero).
Dopo diversi commenti abbastanza
corrivi, Bacalov va sempre più raffinando la sua partecipazione,
dedicando ad alcune pellicole particolare attenzione e precisando un impegno
sempre maggiore. Da segnalare: La noia (1963, di D. Damiani); La
congiuntura (1964, di E. Scola); Il Vangelo secondo Matteo (1964,
di P.P. Pasolini: scelta delle musiche); Una vergine per il principe
(1965, di P. Festa - Campanile); Questa volta parliamo di uomini
(1965, di L Wertmüller); Una questione d'onore (1966, di L.
Zampa); Una rosa per tutti (1966, di F. Rossi); Quién
sabe? (1966, di D. Damiani: supervisione di Ennio Morricone); A
ciascuno il suo (1967, di E. Petn, buon uso del pianoforte in funzione
accanitamente ritmica): Questi fantasmi (1967, di R. Castellani);
I
protagonisti (1968, di M. Fondato: partitura assai matura e moderna,
anche questa basata su forti elementi ritmici); Cuori solitari (1969,
di Franco Giraldi); L'amica (1969, di A. Lattuada); Il prezzo
del potere (1969, di T. Valeri); Roma bene (1971, di C. Lizzani:
buoni spunti ironici); Milano calibro 9 (1972, di F. Di Leo: fitto
dialogo degli strumenti su sostenuti ritmi di base); La rosa rossa
(1973, di F. Giraldi: sono inclusi robusti brani sinfonici di Mahler);
La
seduzione (1973, di F. Di Leo); I prosseneti ( 1976, di B. Rondi);
Improvviso
(1979, di E. Bruck); Le rose di Danzica (1979, di A. Bevilacqua);
La giacca verde (1980, di F. Giraldi).
Il nome di Bacalov raggiunge
una vera popolarità soltanto quando Federico Fellini affida a questo
musicista il commento di La città delle donne (1980), privo
come si trova della fida presenza di Nino Rota, deceduto alla fine del
1978.
Si segnalano la partiture
di Coup de foudre (Prestami il rossetto 1983, di D. Kurys),
di Caro Gorbaciov (1988, di C. Lizzani), di Donna d'ombra
(1988, di L. Faccini), di Burro (1989, di J.M. Sanchez), e soprattutto
di La maschera (1988, di F. Infascelli), dove Bacalov si rifà
con gusto alla musica barocca ed inventa una operina caricaturale. Interessante
anche la colonna sonora di Una storia semplice (1991, di E. Greco).
Nel 1995 vince il Premio
Oscar come Miglior Colonna Sonora per il film Il Postino, di Massimo
Troisi. Nel 1999 fa parte della direzione artistica del 50° Festival
di Sanremo.
Nel 2001, invece, è
autore del commento musicale del film tv Come l'America, in onda
su RaiUno.
[da Wikipedia]
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