Medea
1969-70
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Da Medea di Euripide
Scritto e diretto da:
Pier Paolo Pasolini
Fotografia Ennio
Guarnieri; scenografo arredatore Dante Ferretti; architetto
Nicola Tamburro; costumi Piero Tosi; commento musicale
Pier
Paolo Pasolini con la collaborazione di Elsa Morante; montaggi:
Nino Baragli; collaborazione alla regia Sergio Citti;
assistente alla regia Carlo Carunchio.
Interpreti e personaggi
Maria
Callas (Medea); Laurent Terzieff (il Centauro); Massimo Girotti (Creonte);
Giuseppe Gentile (Giasone). E inoltre Margareth Clementi, Sergio Tramonti,
Anna Maria Chio.
Produzione
San Marco SpA (Roma), Le Films Number One (Parigi) e Janus Film und Fernsehen
(Francoforte); produttori Franco Rossellini, Marina Cicogna;
produttori associati Pierre Kalfon, Klaus Helwig; pellicola
Kodak
Eastmancolor; formato 35 mm, colore; macchina di ripresa
Arriflex;
sviluppo
e stampa Technostampa;
sincronizzazione
NIS Film;distribuzione
Euro
International Films.
Riprese maggio-agosto
1969; teatri di posa Cinecittà ; esterni Turchia,
Siria; interni Aleppo (Siria), Pisa, Marechiaro di Anzio,
Laguna di Grado, dintorni di Viterbo; durata 110 minuti e
28 secondi.
Le vicende
narrate nel film
Siamo nella regione barbara
della Colchide, nella città di Ea, dove si trova il vello d'oro. Qui sta
per avvenire un rito di fertilità della terra, un sacrificio umano alla
presenza dei figli del re Eeta, un uomo e una donna: quest'ultima, Medea,
sacerdotessa di Ecate, dea della morte, presiede il sacrificio. La vittima
viene immolata, smembrata, e il suo sangue viene usato per fertilizzare
la terra. Nella bacinella che contiene il suo cuore, degli eletti andranno
a bagnarsi le mani. La lunga sequenza del sacrificio avviene nel silenzio,
accompagnata solo da un canto funebre ancestrale. Medea gira la ruota del
sole in mezzo al campo, e pronuncia le uniche parole dell'episodio, con
cui chiarifica il senso del rito ciclico della vita: "DÃ vita al seme,
e rinasce il seme".
Giasone, ormai ventenne,
torna nella città di Jolco e rivendica il trono a Pelia. Pelia gli promette
di concedergli il trono se Giasone riuscirà a conquistare il vello d'oro.
Giasone, spavaldamente, accetta la sfida, e si imbarca su una zattera,
Argo, la prima nave della storia. Giasone e gli argonauti approdano nella
Colchide, e saccheggiano tutto quanto trovano sul cammino. A Ea c'è agitazione,
Medea prevede l'impresa, sogna il bel volto di Giasone prima che egli arrivi
realmente nella città , e, senza esitazione, decide il suo destino. Di
notte si fa aiutare dal fratello a rubare il vello d'oro, poi insieme a
lui fugge su di un carro. Canti di catastrofe salgono nel giorno in città ,
alla notizia dell'accaduto. Eeta raduna l'esercito nel tentativo di recuperare
i figli e il vello. Il carro di Medea raggiunge i cavalli di Giasone e
gli argonauti. Medea, all'improvviso, uccide il fratello e si unisce a
Giasone, e con un gesto terribile d'amore e dedizione gli dona il vello.
Poi, per fermare l'esercito di Eeta che avanza, Medea sparge uno ad uno
i pezzi del corpo del fratello per la strada, costringendo Eeta a fermarsi
per ricomporli.
Medea e Giasone raggiungono
la zattera degli argonauti e tornano insieme veso Jolco. Ma Medea, raggiunta
di nuovo la terra, cade nel panico: non sente più la voce del sole e della
terra, e mentre gli argonauti, lontano, cantano, lei avverte il disastro
del cambiamento. Ma Giasone giunge a prenderla per mano, la porta nella
sua tenda, e Medea si calma nell'atto d'amore. Giunto di nuovo a Jolco
con il vello, Giasone rivendica il regno. Pelia non mantiene la promessa,
e Giasone, con sprezzo, punta ad altre conquiste, ben più ambiziose del
piccolo regno di Jolco. Medea è vestita dalle ancelle di Jolco con i colori
della nuova civiltà .
Sono passati dieci anni,
Giasone e Medea vivono a Corinto, hanno avuto tre figli, ma Giasone ha
da poco abbandonato Medea per chiedere in sposa la giovanissima Glauce,
figlia del re Creonte. Medea, umilata e lasciata sola con i suoi figli,
soffre, e vuole vedere come sta Giasone senza di lei. Giasone incontra
il centauro, ormai sdoppiato: il centauro metà animale lascia al centauro-uomo
il compito di spiegare i sentimenti di amore che ancora, a sua detta, legano
Giasone a Medea. Ma Giasone non sa rendersene conto, e, sotto lo sguardo
non visto di Medea, si diverte spensierato in attesa delle nozze. Medea
torna a casa, e si rende conto che dieci anni sono passati invano, di essere
rimasta "un vaso pieno di un sapere non mio". Medea sogna la Colchide,
parla di nuovo con il sole, e così giunge, per amore, alla recrudescenza
dei gesti con cui era nato il suo amore per Giasone: si vendicherà di
lui donando a Glauce le sue antiche vesti, maledicendole. Queste vesti,
portate in dono alla sposa dai suoi figli, a contatto con il corpo, dovranno
incendiare la pelle di Glauce. Le immagini della vendetta passano sul volto
piangente e silenzioso di Medea. Il sogno ha termine. Ora ha inizio la
realtà . Medea va a parlare col re di Corinto Creonte, che ha deciso di
bandirla dalla città . Non riesce a far altro che prolungare di un giorno
la sua permanenza e quella dei suoi figli a Corinto. Medea medita di vendicarsi
su Giasone. Lo fa chiamare, e lo invoca di perdonarla prima che lei lasci
la città . Giasone, con un gesto di affermazione del suo possesso, fa per
l'ultima volta l'amore con Medea. Più tardi, mentre Giasone dorme, Medea
richiama i suoi figli e gli affida le vesti da donare a Glauce, strappando
a Giasone la promessa di intercedere presso Creonte affinché lasci vivere
a Corinto i suoi figli. Giasone e i tre figli giungono alla reggia di Corinto.
Glauce, terrorizzata dal dono e dalla visione dell'antica vita del suo
promesso sposo, corre fuori dal palazzo e si suicida, seguita dal padre
Creonte, anche lui impaurito e sconvolto dalla consapevolezza delle arti
magiche di Medea. Medea è a casa, serena. Chiama i figli uno ad uno, gli
fa il bagno prima di farli addormentare, e poi, con tenerezza materna,
li uccide prima di metterli a letto. L'indomani, prima di abbandonare Corinto,
Medea appare tra le fiamme del sole, che, invocato, sta ormai incendiando
la città , con i corpi dei figli accanto a sé. Giasone, sconvolto, vorrebbe
salutare un'ultima volta i suoi figli, ma Medea, carica di odio, gli dice
che "niente è più possibile ormai". Il sole rosso sangue chiude, così
come l'aveva aperta, la scena del film.
da S. Murri, Pier Paolo
Pasolini, Il Castoro-l'Unità 1995
I commenti
Tra maggio e agosto 1969
Pasolini girò, prevalentemente in Siria e in Turchia, Medea: era
divenuto un regista di punta del cinema italiano e ciò gli procurò critiche
di connivenza con il potere, poiché l'industria cinematografica rappresentava
uno degli strumenti della omologazione di massa. Nel corso di una trasmissione
televisiva a uno studente che gli rivolgeva appunto tali accuse, Pasolini
rispose: "io strumentalizzo la produzione che c'è, la produzione che c'è
strumentalizza me, vediamo un po', facciamo questo braccio di ferro, vedremo
un po' di chi sarà la vittoria finale".
La partecipazione, nel ruolo
di protagonista, di Maria Callas, presentata a Pasolini dal produttore
del film, Franco Rossellini, venne considerata un evento straordinario,
anche perché la famosa cantante lirica, dopo avere interpretato sulle
scene dei teatri d'opera di tutto il mondo Medea, l'opera di Luigi
Cherubini, aveva già ricevuto offerte, sempre rifiutate, per una interpretazione
cinematografica del personaggio. Nacque tra Pasolini e la Callas una grande,
affettuosissima amicizia che continuerà anche dopo la lavorazione del
film.
Pasolini descrive così
una scena di Medea e parla della scelta della Callas quale protagonista
del film:
"Nel fondo di una di queste
vallette - sul greto del fiume - c'è intorno il grano e file di pioppi
e ulivi spinosi, argentei contro il rosa delle centinaia di cuspidi - cammina
verso di me e si imprime violentemente nella mia retina, una piccola folla
assurda. Al centro c'è una figura femminile. Essa è coperta fino all'altezza
del seno da un velo bianco, pende un mazzo di collane dorate, grossissime,
che mandano un suono opaco, come i campanacci delle mandrie: penzolano,
queste collane, su una 'pazienza' azzurra listata d'argento - sembra vecchissima,
di quelle conservate nelle teche dei musei, che a toccarle, si direbbe
che debbano andare in polvere. Sotto la pazienza cade una grande sottana
nera: che viene sostenuta per i lembi da due o tre persone, attente a tenerla
alta fin sopra il ginocchio della donna che l'indossa. Essa procede così
come una regina non vista. Dietro di lei, viene un altro gruppetto del
seguito: e tra questo, la fedele cameriera, vestita di rosso e di verde,
che tiene per il guinzaglio i due magici cagnolini, innocenti come due
insetti, due farfalline al loro primo svolazzare qua e là ; e insieme decrepiti,
di una saggezza di re contadini. E dietro ancora, con gli strumenti delle
loro tecniche in mano, tutti gli altri".
"Ho pensato subito a Medea
sapendo che il personaggio sarebbe stato lei. Delle volte scrivo la sceneggiatura
senza sapere chi sarà l'attore. In questo caso sapevo che sarebbe stata
lei, e quindi ho sempre calibrato la mia sceneggiatura in funzione della
Callas. [...] Cioè, questa barbarie che è sprofondata dentro di lei,
che viene fuori nei suoi occhi, nei suoi lineamenti, ma non si manifesta
direttamente, anzi, la superficie è quasi levigata, insomma i dieci anni
passati a Corinto, sarebbero un po' la vita della Callas. Lei viene fuori
da un mondo contadino, greco agrario, e poi si è educata per una civiltÃ
borghese. Quindi in un certo senso ho cercato di concentrare nel suo personaggio
quello che è lei, nella sua totalità complessa".
Pasolini sintetizzò i contenuti
di questa sua opera cinematografica anche in una intervista a Jean Duflot:*
"Ho riprodotto in Medea
tutti i temi dei film precedenti. [...] Quanto alla pièce di Euripide,
mi sono semplicemente limitato a trarne qualche citazione. [...] Medea
è il confronto dell'universo arcaico, ieratico, clericale, con il mondo
di Giasone, mondo invece razionale e pragmatico. Giasone è l'eroe attuale
(la mens momentanea) che non solo ha perso il senso metafisico,
ma neppure si pone ancora questioni del genere. È il 'tecnico' abulico,
la cui ricerca è esclusivamente intenta al successo. [...] Confrontato
all'altra civiltà , alla razza dello 'spirito', fa scattare una tragedia
spaventosa. L'intero dramma poggia su questa reciproca contrapposizione
di due 'culture', sull'irriducibilità reciproca di due civiltà ".
Duflot gli chiese ancora
se la narrazione mitica racchiudesse implicazioni storiche attuali, come
in Edipo re, Il Vangelo secondo Matteo o Porcile.
"[...] potrebbe essere benissimo
la storia di un popolo del Terzo Mondo, di un popolo africano, ad esempio",
rispose Pasolini, "che vivesse la stessa catastrofe venendo a contatto
con la civiltà occidentale materialistica. Del resto, nell'irreligiosità ,
nell'assenza di ogni metafisica, Giasone vedeva nel centauro un animale
favoloso, pieno di poesia. Poi, man mano che passava il tempo, il centauro
è divenuto ragionatore e saggio, ed è finito col divenire un uomo uguale
a Giasone. Alla fine, i due centauri si sovrappongono, ma non per questo
si aboliscono. Il superamento è un'illusione. Nulla si perde".
Oltre al gran numero di attori
non professionisti, come di consueto presenti nei film di Pasolini, vi
sono in Medea le presenze, in ruoli principali, del saltatore olimpico
Giovanni Gentile (Giasone), di Massimo Girotti (Creonte), di Laurent Terzieff
(il centauro). Elsa Morante, infine, collaborò con Pier Paolo Pasolini
alla scelta delle musiche: brani religiosi antichi dal Giappone, canti
e danze d'amore iraniani.
* Jean
Duflot, a cura di,
Pier Paolo Pasolini. Il sogno del centauro, Roma
1983, in Nico Naldini,
Pasolini, una vita, Einaudi, Torino 1989:
da Jean Duflot sono tratte tutte le citazioni pasoliniane contenute in
questa pagina (poi riprese da Nico Naldini nella sua essenziale biografia
di Pasolini.
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SU
MEDEA
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Alcune immagini tratte
dal film
La musica nei film
di Pier Paolo Pasolini.
Alcuni riferimenti pittorici
di Angela Molteni
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