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Cinema Mamma Roma di Pier
Paolo Pasolini
Approfitto della presenza di questo film per parlare di un'attrice unica: secondo me è un omaggio dovuto. 1973: io ragazzo, già amante del cinema, intorno al tavolo per cenare, televisione accesa, telegiornale. All'improvviso il boccone mi è andato di traverso, avevano comunicato la morte della più grande attrice italiana secondo me: Anna Magnani. Me lo ricordo come se fosse ieri, io lì a piangere per la morte di un'attrice, come se fosse morta una mia parente; io che in quel momento e a quell'età avrei dovuto fregarmene di tutto e di tutti; io che in quel periodo combattevo per ideali che poi al giorno d'oggi si sono rivelati un'utopia e avrei dovuto invece piangere per ben altre morti, mi sono trovato a singhiozzare, in fondo per chi? per una persona che apparteneva ad un mondo falso e vuoto e che neanche conoscevo. Però la Magnani mi era entrata dentro, le sue interpretazioni erano qualcosa di sublime da cui non potevi non rimanere affascinato. La sua naturalezza e la sua schiettezza erano cose che nel cinema difficilmente riuscivi a trovare, lei com'era nella vita era nella finzione cinematografica. Forse tanti non la sopportavano per quella sua romanità esagerata che in alcuni casi poteva sembrare sguaiatezza o per quell'aria sofferta che sprizzava da tutti i suoi pori, ma aveva sofferto veramente nella vita. Era nata molto povera, aveva un figlio poliomelitico, era molto sfortunata con gli uomini e questo già mi sembra abbastanza, inoltre gli ultimi anni aveva dovuto combattere con un tumore che l'avrebbe portata poi alla morte. Per fortuna non è stata del tutto dimenticata e la televisione ogni tanto manda in onda i suoi film ed io pur avendoli visti decine di volte, non mi stanco mai di rivederli. Come dimenticarla nella parte della madre in "Bellissima" di Visconti, nella carcerata di "Nella città l'inferno" o proprio nella prostituta di "Mamma Roma" c'è la sofferenza di una donna che vuole uscire dal giro per salvare suo figlio ormai diventato un delinquente non riuscendoci; oppure in "Risate di gioia" un film poco conosciuto ma che è stata l'unica sua interpretazione cinematografica accanto ad un altro grandissimo: Totò (imperdibile è il loro duetto musicale ad una festa di capodanno). Come penso saprete ha vinto anche un Oscar con "La rosa tatuata", forse la sua interpretazione meno riuscita ma che non fosse un'attrice che potesse sottostare allo starsystem hollywoodiano lo si sapeva, tanto che dopo due film girati in America (l'altro fu "Pelle di serpente" con Marlon Brando) scappò via tornando nella sua Roma che senz'altro era più adatta al suo carattere sanguigno. Si potrebbe parlare per ore dell'attività di questa grandissima, ma io vorrei terminare ricordandola in una della sue ultime interpretazioni, una serie in quattro puntate per la TV in cui fa la parte di una vecchia sciantosa durante la Prima guerra mondiale, chiamata a cantare davanti ad un pubblico formato da giovanissimi soldati feriti e mutilati e lei con la voce strozzata ma piena di sentimento canta "O surdato 'nnammurato", vi garantisco ancora adesso sento i brividi dentro come in quel lontano 1973.
Lunedì 9 aprile 1962: primo ciak di Mamma Roma, secondo film di Pasolini dopo il grande successo di Accattone. La troupe è la stessa, ad eccezione dei protagonisti principali: Ettore Garofolo ed Anna Magnani, che attira sul set orde di fotografi e curiosi per il suo "ritorno" alle scene. E ciak, si gira: Anna interpreta un ex prostituita sottoproletaria, Mamma Roma, che dopo il matrimonio del suo protettore Carmine (Franco Citti) è finalmente libera di decidere della sua vita. Per questo si reca a Guidonia, alla periferia di Roma, per portare il figlio sedicenne Ettore (Garofolo) in città. I due vivono per poco a Casalbertone per poi trasferirsi a Cinecittà, quartiere dell'Ina Case piccolo-borghese. Mamma Roma nel frattempo apre un banco di frutta al mercato rionale, ma le vessazioni del protettore ricominciano. Nonostante questo, Roma vuole il meglio per il figlio: cerca di distoglierlo dalle cattive compagnie e dalle attenzioni della giovane Bruna, prostituta ingenua fino alla stupidità di cui Ettore si è invaghito. Per questo si rivolge al parroco della zona (interpretato dallo scrittore Paolo Volponi, reduce dal successo del suo "Memoriale") per cercare di sistemare il figlio, ma la risposta, un po' fredda e ipocrita, è negativa. Mamma Roma allora, con l'aiuto dell'amica prostituta, Biancofiore, e del suo protettore attua un raggiro ai danni del proprietario di un ristorante solito ad accompagnarsi con loro, costringendolo ad assumere il figlio come cameriere. Ettore viene assunto, ma lascerà tutto quando scoprirà da Bruna che la madre si prostituiva e continua a farlo. Bazzica per la città commettendo qualche furtarello, ma è malato, con la febbre alta. Decide di fare un colpo all'ospedale, rubando una radiolina ad un paziente (Lamberto Maggiorani, il bravissimo interprete di Antonio Ricci in "Ladri di biciclette"), ma viene scoperto ed incarcerato. Dopo una crisi di nervi, viene messo in isolamento, dove morirà dopo una lenta ed inascoltata agonia. Personalmente considero il film di Pasolini un capolavoro, nella cura delle scene quasi febbrile ed i riferimenti simbolici che spaziano dalla pittura alla musica, cercando un'opera "panartistica". I ruderi delle periferia romana, forse qui meno epica che in "Accattone", rievocano il Pontormo, come l'agonia di Ettore, ripresa ossessivamente nelle sue diverse fasi, è costituita sulla prospettiva del Cristo Morto di Mantegna. Ettore stesso, ripreso con in mano un cesto di frutta al ristorante, ricorda in modo strabiliante il Ragazzo col canestro di Caravaggio. La musica, il cui accostamento di Bach con Accattone risultava un po' stridente, qui è parte integrante del racconto, e a farla da pardrone è Vivaldi: nei suoi pezzi trasformati in stornelli nella scena iniziale del matrimonio con tanto di maialini con la giarrettiera (indimenticabile il "fiore de merda" della Magnani), nel Concerto in Re Minore che accompagna gli incontri tra Bruna ed Ettore, e il Concerto in Do Maggiore che scadisce l'arrivo di Carmine, il Destino di Mamma Roma. Franco Citti non si è fatto crescere i baffi come doveva: lì porterà finti, alla Don Fefè Cefalù di Divorzio all'Italiana. Attore nato e problematico, finirà in carcere per una bravata con un amico, ritardando così le riprese e scatenando l'indignazione della stampa benpensante. I rapporti stessi tra Pasolini e la Magnani sono tesi: lei non sopporta di recitare le battute in modo staccato, ma Pasolini è irremovibile. Vuole seguire ogni sfumatura e ogni movimento, disegna ogni scena con tanto di didascalie. Ed è così che nasce la scena del tango tra Mamma Roma ed Ettore sulle note di "Violino Tzigano": Anna è felice, e Pasolini non trattiene il suo compiacimento. Il montaggio è molto più dinamico di Accattone, ma Pasolini non rinuncia a lunghe carrellate, il "cha cha cha della vita", dove la Magnani passeggia lungo il viale delle prostitute di notte e si confessa, accompagnata a turno da Biancofiore, un ufficiale e tre omosessuali. Lungo la sua scalata dal mondo sottoproletario a quello piccolo borghese, Mamma Roma acquisisce una sorte di responsabilità collettiva, paragonabile a quella del Tommaso Puzzilli di "Una vita violenta" e distaccandosi dalla responsabilità individuale di Accattone. L'acquisizione di coscienza incomincia con l'incontro col parroco ("Dal niente non si costruisce niente") per poi culminare alle lacrime quando vede il figlio al lavoro, con la vergogna per aver ottenuto il lavoro in modo tanto sordido. La morte del giovane, come la forte religiosità che permea tutti i lavori di Pasolini, viene proposta in maniera straziante: le due personalità così distanti, madre e figlio, paiono comunicarsi a distanza l'uno il dolore dell'altra. E quando, poco dopo aver appreso la notizia della morte di Ettore, Mamma Roma tenta il suicidio, capisce la "morale dell'ostrica" verghiana: per quanto si tenti di staccarsi dalle proprie origini, si viene ricacciati dentro con forza. Infine, una menzione speciale per la Magnani: le viene proposta l'idea al primo incontro con Pasolini, la decisione di accettare avviene dopo la visione di Accattone. Non è stato un "ritorno alle scene", semplicemente Nannarella fa solo film che la interessano. E li riempie e li risolve con i suoi sguardi carichi di sofferenza, le sue risate sguaiate, la sua romanità prorompente. Ci sono due scene semplicissime che mi hanno commosso come poche: una da "Abbasso la miseria" (di cui è protagonista), quando un cortese barone De Sica le dice di voler andarsene da Roma e gli occhi di lei si riempiono silenziosamente di lacrime e la seconda è proprio in questo film, quando verso la fine si affaccia alla finestra e poi siede alla tavola, e mentre mangia frugalmente piange per il figlio. Sono scene di una semplicità estrema, ma di estrema intensità e sensibilità. Così era Anna: prendeva la vita di petto. Il cinema, come diceva lo stesso Pasolini, è l'azione dell'uomo che si rappresenta nella vita e nella realtà. Chi meglio di Anna poteva farlo?
Non ero molto grande quando per televisione vidi il film Mamma Roma di Pasolini. Di quella prima visione ricordo solo che a un certo punto viene inquadrato il palazzo dei ferrovieri del mio quartiere di Roma, Casal Bertone, periferia est, Roma Tiburtina... Mio padre conferma che sì, anni fa, Pasolini venne a Casal Bertone a girare quel film. Pasolini mi fu simpatico da subito. Caspita! Casal Bertone in un film! quel lembo mezzo città e mezza campagna stava in un film, che per di più si chiama Mamma Roma! un quartiere dimenticato abitato da romani, di quei romani che però ogni giorno bussano alle porte della Capitale sperando di poter entrare... Da piccola, ovviamente, tutti questi ragionamenti non li facevo, ma ora so che quel petto gonfio di orgoglio di quando seppi questa notizia era dovuto a un briciolo di dignità collettiva restituita perchè qualcuno aveva pensato di considerare Roma anche queste periferie logore, queste appendici urbane problematiche ma vive e pulsanti. Così Pasolini è entrato nella mia vita, con questa prima impronta. Parlare di Pasolini per presentarlo adeguatamente richiederebbe volumi e volumi, per rendere giustizia a quel patrimonio enorme che questo scrittore, regista, poeta e altro ancora, ha lasciato al nostro Paese. Allora ho scelto di raccontarvi il mio personale percorso di avvicinamento e di innamoramento verso quest'uomo che morì assassinato nel 1975, quando avevo appena tre anni e nessuna ulteriore possibilità terrena di conoscerlo, di potere almeno una volta incrociare quello sguardo mite e pieno di viva intelligenza e umanità che io ho visto e rivisto nelle biografie illustrate. Perchè io avrei voluto conoscerlo... Il primo libro fu "Le Belle Bandiere" una raccolta di lettere a lui scritte e le sue risposte su rubriche di posta che Pasolini teneva per varie riviste. Erano anni diversi, forse si parlava un po' di più e si ascoltavano e si interrogavano anche i Poeti... Quello che colpisce di questo libro è l'assoluta trasversalità degli estimatori o comunque lettori di Pasolini. Ricordo una bellissima lettera di minatori sardi e l'altrettanto bella risposta... c'è di tutto, c'è l'Italia in fermento degli anni '60, il cattolico, il comunista, lo studente, la massaia, l'intellettuale e altro e altro ancora in un mosaico di opinioni e umanità davvero incredibile. E ci sono le sue risposte, con lo stesso tono e rispetto per tutti, detrattori o ammiratori e la sua grandissima intelligenza, le sue analisi e la sua passione. Il mio amore per Pasolini allora sprofonda nei romanzi da lui scritti "Ragazzi di vita" e "Una Vita Violenta" entrambi ambientati nella Roma periferica, cinica, vitale e tragica degli anni cinquanta. Ragazzi figli della guerra, dello sfollamento, della sopravvivenza tra le baracche (le ultime a Roma ci sono state fino agli anni '80...), vite senza scampo o quasi... lo stile di Pasolini colpisce per l'uso del dialetto romano non alla Trilussa ma alla borgatara, dialetto del sottoproletariato suburbano romano, cui dà dignità, addirittura ponendo alla fine dei romanzi un glossario dei termini dialettali usati. Entrambe le storie sono amare, poco speranzose ma molto realistiche. Il sottoproletariato e la schizofrenia della società dei consumi, della pubblicità, dell'artificio che maschera e inebetisce... "Il fascismo fu la presa del potere da parte di un gruppo di criminali che però non riuscì a cambiare, nemmeno con un regime dittatoriale, l'enorme diversità culturale italiana. Oggi quello che non riuscì a fare il fascismo lo sta facendo velocemente questa democrazia dei consumi, omologando tutti e tutto..." (intervista a Pasolini della fine anni '60). Parole profetiche, un no global ante litteram, ammesso che il suo pensiero possa essere ingabbiato in una qualche definizione. Pasolini spende la sua vita intellettuale in un'analisi serrata, profonda e sfaccettata della società italiana da ogni punto di vista: culturale, politico, sociale e antropologico e non lo fa da entomologo, da sezionatore scientifico ma passionalmente. Ragione e passione in lui convivono sotto la spinta di una curiosità vivace. In questo senso, oltre che le "Belle Bandiere" ancora più illuminante è il libro "Scritti Corsari" anche questo una raccolta fatta da Pasolini di alcuni suoi scritti provenienti da interventi su giornali. Un libro che si divora e che aiuta soprattutto le persone dalla mia generazione (trentenni) in poi a riprendere contatto con quell'epoca di cui ci è arrivato pochissimo e male raccontato. Inoltre aiuta in una facoltà che l'omologazione sociale ci sta atrofizzando: il ragionamento, la critica, il pensiero... vi riporto una sua frase dell'introduzione del libro: "Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall'essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di ogni più scandalosa ricerca."Una dichiarazione scandalosa nel senso pasoliniano del termine, cioè sincera. La lealtà intellettuale di Pasolini spiazza e fa paura alla società italiana, ai partiti, anche quello comunista col quale il Poeta non ebbe un rapporto idilliaco e che pure Pasolini incitava e spronava. Sempre su questa scia, ma difficilissimi da trovare, sono i "Comizi d'amore" per la tv, dove Pasolini interroga per strada gente comune su argomenti "scandalosi" quali la verginità, o il matrimonio e la convivenza ed altro ancora. Una cosa mi apparve subito chiara: tra Pasolini e quelle persone non certo estremiste o rivoluzionarie, c'è un dialogo mite e nessuno si scandalizza delle domande. Ascoltate il modo di porgerle quelle domande, anche nel tono della sua voce noterete una mitezza e una dolcezza infinite, sincere... Ma Pasolini fu anche regista di bellissimi film, film intensi. Alcuni un po' pesanti forse, altri più facilmente fruibili. Quello che ho nel cuore, come ho già detto, è Mamma Roma con una Magnani al massimo livello, una maschera tragica e forte allo stesso tempo. Ma poi anche Accattone e Uccellacci e Uccellini, con Ninetto Davoli, dove Pasolini incontra Totò e lo spoglia di tutto fino a trovare una maschera tragica, che per lui rappresenta l'essenza del sottoproletariato napoletano. In questo film la grandiosità della regia di Pasolini la ritrovate quando Totò fa una battuta su un capellone, che in uno dei tanti film di Mattoli o Mastrocinque avrebbe fatto ridere da morire, qui no. Qui si sente l'acido in bocca, qui Totò si abbandona e si lascia guidare da Pasolini cui era legato da un rispetto profondo reciproco. Pasolini rispetta così tanto Totò da essere stato l'unico regista a capirne le reali potenzialità drammatiche, e Totò capì che con lui poteva finalmente fare quel salto di qualità che aspettava da anni. Questo non vuole togliere nulla alla sua comicità, casomai è un ulteriore apprezzamento a questo attore. Nella filmografia pasoliniana troviamo anche la trilogia con I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte e Il Decameron davvero ben fatti sia per la regia che per i costumi e i richiami pittorici rinascimentali: Pasolini aveva una profonda conoscenza umanistica, e numerosi sono i richiami a dipinti e affreschi nei suoi film (come la scena della Deposizione ne La ricotta con Orson Welles). Non dimentico Salò o le 120 giornate di Sodoma e infine uno dei film più belli Il Vangelo secondo Matteo. Anche la religione è un argomento cui Pasolini dedica molto della sua attività intellettuale. C'è una religiosità profonda in Pasolini, ma umana che viene dagli uomini e a loro torna, almeno così mi è sempre apparso. Il Cristo cinematografico di Pasolini è rabbioso e scarno, spigoloso, esige coerenza in primis da se stesso. Infine le sue poesie, le sue raccolte bellissime. Da quelle, di difficile lettura direi, in friulano (sua terra natale) La meglio gioventù, Poesie in forma di rosa, Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, per citare le più famose. Pasolini pensa in versi, versi a volte agri e stupendamente scandalosi. Vi riporto un passo dalla Religione del mio tempo: Leggo questi versi e sento di amare profondamente queso Poeta, che l'Italia doveva ascoltare, col quale dialogare, rispettare perché riconoscenti, perchè di intellettuali veri da allora per me non ce ne saranno più, almeno di questa levatura. Perché era uno scandaloso Profeta dei bui tempi a venire, dell'omologaione, ma anche un incoraggiatore alla lotta personale e civile. Un maestro, un Poeta...... ecco.... la Casilina, Prima di finire questa sicuramente insufficiente presentazione personale di Pasolini, voglio dire che non ho mai creduto neanche un secondo che quella sera di novembre del 1975 Pasolini tentò di abusare di quel ragazzo (vedetevi tra l'altro Blu Notte - l'omicidio Pasolini) e che la sua uccisione fu legittima difesa. Pasolini fu ucciso deliberatamente, perché era scomodo, perché tra le altre cose aveva scritto di sapere chi erano non i "bombaroli" ma i mandanti delle stragi, come può saperlo una qualsiasi persona ragionevole, solo che lui aveva anche saputo scriverlo e analizzarlo, come sempre impeccabilmente. È l'Italia facilona, insabbiatrice e corrotta, democristiana nelle ossa, che non ha mai voluto vedere, che l'ha ucciso. "Non si uccidono i Poeti! questi poeti ne nascono uno ogni cento anni forse!" gridò Moravia al suo funerale, in lacrime, incredulo e più solo... Pasolini mi ha insegnato il rigore quasi monastico del ragionamento, del dubbio, dell'analisi, che io mi sforzo sempre di tenere come lezione presente e futura così come la tolleranza che ne è figlia. Io Amo Pasolini, lo amo scandalosamente... Vicino Montecatini c'è un posto dove ci sono ancora le lucciole e spesso vado la notte a vedere queste lucine svolazzare... e penso al poeta con tenerezza (chi ha letto Scritti corsari capirà al volo il perché...).
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