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Saggistica L'Africa vista dalla
Festa di Roma, anno due
Non è questo il luogo per articolare, dati alla mano, un’analisi puntuale della questione, né tantomeno per avanzare delle spiegazioni: certo è che, aggiungendosi a limiti e povertà strutturali, l’avvento del digitale ha incoraggiato il fiorire di un’ondata di mediocri produzioni a basso costo, e ad ancor minore tasso di ricerca espressiva, pensate ormai sempre più per il piccolo schermo. Dall’altra parte, a Cannes che festeggia i suoi sessant’anni con un film collettivo (Chacun son cinéma, riproposto dalla Festa) che relega l’Africa a due episodi (un non esaltante Chahine e l’altro diretto da un non africano, Wim Wenders), risponde Torino che inaugura la stagione Moretti con una selezione praticamente priva di titoli panafricani (salvo un documentario firmato a quattro mani da Nevina Satta), e uno staff scandalosamente privo di corrispondenti per l’area africana e araba. Fatto sta che, come nel 2006, anche quest’anno l’unico segno di presenza panafricano nel Concorso romano è legato a un film diretto da un regista europeo (allora l’onesto Herbiet di Mon colonel, ora il ritrovato Mazzacurati di La giusta distanza). E meno male che dopo il successo planetario di Tsotsi, il sudafricano Gavin Hood ha avuto abbastanza potere contrattuale per scritturare Jake Gyllenhall e Reese Witherspoon, così da risultare appetibile per il divistico red carpet di Première. Non rimane che consolarsi anche quest’anno con la riserva indiana di Extra, che già l’anno scorso aveva dato diversi segnali di interesse nei confronti della galassia panafricana. In quest’edizione numero due, il capotribù Sesti ha tirato fuori dal cappello anzitutto il kolossal panafricano di Charles Burnett (Namibia: the Struggle for Liberation) e tre titoli nonfiction di pregio come In Prison My Whole Life di Marc Evans (che, grazie a Fandango, vedremo anche nelle sale), War Dance degli americani Sean e Andrea Fine e New Home Movies from the Lower 9th Ward di Jonathan Demme. Di più, nell’offerta polimorfica della sezione, hanno trovato posto anche due piccoli saggi di recitazione Actors Studio come Dutchman (Anthony Harvey, 1967), e Black Like Me (Carl Lerner, 1964), che è purtroppo saltato all’ultimo momento e speriamo di recuperare il prossimo anno, magari proiettato in una sala più grande. A questo proposito, l’auspicio che formuliamo è che titoli come quelli menzionati, red carpet o no, siano valorizzati maggiormente, nel palinsesto generale, e in quello delle proiezioni per la stampa, così da conquistarsi l’attenzione che meritano. Due importanti restauri hanno arricchito la selezione di Extra. Dopo l’anteprima di Cannes, Scorsese ha portato a Roma il film con cui ha lanciato la sua World Cinema Foundation, il documusical Transes (1981), diretto da quell’Ahmed Maanouni che proprio quest’anno è tornato a firmare un nuovo lungometraggio (Coeurs brulés) con cui ha vinto il Festival National du Film de Tanger. E poi La rabbia (1963), il cinesaggio firmato a quattro mani da Pasolini e Guareschi, rimasterizzato dalla Raro Video in vista di un’attesa edizione homevideo: un’opera bifronte, da rivedere come documento di un’Italia spaccata in due dalla guerra fredda, che annuncia al contempo il terzomondismo de La battaglia di Algeri e gli esecrabili pamphlet neofascisti di Jacopetti e Prosperi. Ma anche gli under 18 di Alice nella città hanno avuto un paio di visioni panafricane: se hanno mostrato di apprezzare – tanto da attribuirgli il massimo premio – la bioblaxploitation di Pride, diretto dallo zimbabwese Sunu Gunera, e interpretato dal talentoso Terrence Howard, con non meno trasporto hanno rivissuto il viaggio di Cristina Comencini e Carola Cerquetti nel paese delle mille colline (Il nostro Rwanda). All’appello manca un piccolo ma importante segno di promozione del nuovo cinema africano, lanciato lo scorso anno da New Cinema Network, con il sostegno della Unidea-Unicredit Foundation. Certo, 33 mila euro sono, se si vuole, un contributo trascurabile, nell’economia di un film sia pure a basso budget, ma tanti colleghi di Ayouch, Gamboa e Matabane ne avrebbero approfittato volentieri. Un segnale in controtendenza, in una fase in cui, dall’Olanda alla Germania, dalla Francia alla Spagna, sorgono o si rafforzano programmi di cooperazione mirati al sostegno delle cinematografie del sud. Meno male che, a rappresentare l’Italia nella sezione New Cinema Network sono stati quest’anno filmmakers tunisini di nascita (Mohsen Melliti – che si è poi aggiudicato il Premio Siae al miglior progetto italiano, per l’adattamento di un classico della letteratura palestinese come Ritorno ad Haifa di Ghassan Kanafani) o sudisti militanti come Agostino Ferrente (L’orchestra di piazza Vittorio), Giovanni Piperno (This is my sister) e Domenico Distilo, quest’ultimo con un progetto (Quando gli elefanti combattono), già presentato al Talent Project Market della Berlinale, che riguarda la tragedia senza fine della guerra in Sudan.
Ridefinire dei punti identitari in funzione di una concorrenza virtuosa mi sembra l’unica mossa per contrastare la minaccia di una progressiva marginalizzazione ed esclusione dal circuito internazionale dei festival che contano, minaccia che incombe su Roma ma anche, inevitabilmente, su Venezia e Torino.
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