...

Il cinema

"Pagine corsare"
Cinema

Pasolini cineasta corsaro
Attraverso i millenni:
Sopralluoghi in Palestina
di Loris Lepri
La rivista del documentario - Anno 1 n. 4 luglio 2006
Fondazione Libero Bizzarri

Nel periodo che va dal 27 giugno all’11 luglio del 1963, in una pausa di lavorazione del film-inchiesta Comizi d’amore, Pasolini visita alcuni Luoghi Santi nelle terre di Galilea, Giordania e Siria: il lago di Tiberiade, il monte Tabor, Nazareth, Cafarnao, Baram, Gerusalemme, il Giordano, Bersabea, Betlemme, Damasco. È in compagnia di don Andrea Carraro e del dottor Lucio Settimio Caruso della Pro Civitate Christiana di Assisi, di Walter Cantatore dell’Arco film (la società di produzione di Alfredo Bini) e di un operatore alla macchina da presa, Aldo Pennelli. 

Alle riprese dei paesaggi e degli abitanti si alternano quelle in cui Pasolini espone in presa diretta le sue riflessioni, i suoi appunti di viaggio, oppure dialoga ora con don Andrea ora con i membri di un kibbutz. Da questo materiale di base prende forma Sopralluoghi in Palestina, dopo un montaggio frettoloso e un commento in over-sound di un Pasolini che parla a braccio.
Rivela, infatti, Pasolini stesso:

“[…] Bini ha avuto un giorno l’immediata urgenza di mostrare, a un gruppo di persone, del materiale che documentasse il lavoro già fatto e i suoi possibili sviluppi [per Il Vangelo secondo Matteo, ndr]. […] Il materiale non era neanche montato: era stato solo aggiuntato e, poiché non avevo tempo per montarlo, l’ho lasciato così (eccettuato qualche taglio, per farlo
materialmente rientrare nella durata del cortometraggio). Non ho avuto il tempo di scrivere neanche il commento: siamo andati nella saletta di doppiaggio e, man mano che quel materiale mi passava davanti agli occhi, mi improvvisavo speaker” 
(da Le regole di un’illusione, a cura di Laura Betti e Michele Gulinucci, Associazione “Fondo Pier Paolo Pasolini”, Roma 1991).
L’intento più immediato, più concreto del documentario è quello di verificare l’adattabilità di quei territori visitati alle esigenze di un film da farsi, Il Vangelo secondo Matteo appunto. Fin da prima di recarsi in Terrasanta, però, Pasolini è convinto dell’opportunità di ricreare l’ambientazione de Il Vangelo non nei suoi luoghi originari, bensì nell’Italia meridionale, “per analogia”. “L’avevo deciso – afferma il poeta-regista – già prima di andare in Palestina, cosa che ho fatto solo per mettermi in pace la coscienza”.
Se dunque il titolo Sopralluoghi in Palestina pare indicare una mera funzionalità logistica, una finalità esclusivamente ricognitiva, alla luce di quanto detto è bene interrogarsi su intenti meno immediati, non dichiarati e forse più profondamente significativi.

A meglio riflettere sul contenuto delle immagini offerte allo spettatore e delle parole del commento, il documentario sembra rivestire un’importanza che va al di là del semplice resoconto di viaggio o della pura documentazione ricucita in fretta per soddisfare urgenze “politiche” del produttore Alfredo Bini. Si riscontrano in esso riflessioni, aspirazioni e “ossessioni” fortemente caratterizzanti la poetica di tutta l’opera pasoliniana.

Pasolini in questo documento ci dice qualcosa di intimamente personale e profondamente sincero (d’altronde, come in ogni riga scritta e in ogni fotogramma di pellicola impressionata). Ci comunica una passione, una tensione, un desiderio e, allo stesso tempo, un’apprensione, un’ansia, una preoccupazione, un timore.

La passione è quella per un mondo passato, arcaico, primitivo, una costante tensione verso un universo e un immaginario di purezza e di umile semplicità, un desiderio quasi ossessivo di un’umanità ancestrale e remota. L’apprensione e il timore sono quelli per un’evoluzione sociale e culturale improntata sempre più ai valori di un modernismo neocapitalista che cancella le identità, le diversità, le tradizioni.

Ecco quello a cui aspira il poeta-regista nell’attraversare i territori evangelici: 

“Per tutta la mattina percorrevamo una campagna molto simile a quella italiana, molto moderna, industrializzata; ed ecco improvvisamente questa visione. In fondo era quello che cercavo con grande speranza di trovare: un mondo biblico, arcaico”. 
Si tratta di un’aspirazione che è dovuta, sì, a quei particolari criteri intrinseci cui il futuro film sul Vangelo di San Matteo deve rispondere per come Pasolini lo concepisce, ma che indubbiamente coincide con ragioni estetiche più generali, dettate non solo da un’idea dell’arte, ma anche da un’idea della vita e del mondo.

Anche l’improvvisa “visione” cui si riferisce il commento di Pasolini parla, in qualche modo, di questa aspirazione: le immagini ci restituiscono il gesto antico di un contadino arabo che lancia in aria il grano per disperderne la pula. È un’epifania, icasticamente significante, che fa venire alla mente di don Andrea Carraro un episodio delle Sacre Scritture: “San Giovanni Battista si richiama a questa scena giù nel Giordano, quando apostrofa e richiama gli Scribi e i Farisei che si presentano a lui, e li richiama alla loro responsabilità. Saranno presi come
frumento, gettati in aria. La pula si disperde; verrà bruciata nel fuoco, e rimane il
grano buono”. Un mondo biblico, arcaico, appunto. 

E ancora un timore: 
“[…] cominciavo ad avere il sospetto che ci fosse nella campagna qualcosa di troppo moderno, di troppo industriale. Fra un poco infatti vedrai, inseguendo la nostra corsa nella Fiat che ci conduceva su verso Nazareth, verso il cuore della Galilea, verso il lago di Tiberiade, vedrai un paesaggio, diciamo così, contaminato dalla modernità: delle piccole case bianche di operai, delle fabbriche, eccetera, eccetera”. 
Laddove, invece, il paesaggio non ha subìto grandi trasformazioni, ecco trovare conferma l’idea, spiritualmente estetica, secondo cui "le cose quanto più sono piccole e umili, tanto più [appaiono] grandi e belle nella loro miseria": 
“Cafarnao è un posto sublime nella sua piccolezza, nella sua estrema angustia, nella sua assoluta mancanza di ogni scenografia […]”.
C’è, in queste parole, tutta la tensione di Pasolini verso un’ideale e povera semplicità, un’umiltà pura. Ideale, appunto: solo secondariamente esatta dal punto di vista storico. Così cade un po’ nel vuoto, ad esempio, il disaccordo con don Andrea: 
“E di cosa chiacchieravamo qui, don Andrea e io? Mah, probabilmente una delle solite discussioni in cui io tendevo a vedere il mondo del tempo di Cristo un po’ come quello che mi appariva davanti agli occhi qui intorno, un mondo piuttosto miserabile, pastorale, arcaico, frantumato. Mentre don Andrea tendeva sempre a vedere, anche nell’ambiente che circondava Cristo, una certa dignità, probabilmente la dignità quale appare a noi nel mondo moderno, e non sempre eravamo d’accordo su questo punto. Insomma, io tendevo a vedere i villaggi come sono questi qui: villaggi di gente miserrima, mentre don Andrea mi diceva che in realtà i villaggi, nel tempo degli Ebrei, dovevano essere molto più dignitosi di questi”.
Inoltre, non è solo il paesaggio a subire le temute trasformazioni di una modernizzazione neocapitalistica, ma sono anche le persone: 
“Il sottoproletariato arabo è l’unico ad essere rimasto veramente antico e arcaico, mentre, come ti ripeto, la società israeliana è molto moderna, e questo si riflette anche nei visi oltre che nei costumi”. 
Siamo nell’estate del 1963: Pasolini pare alludere ad un mutamento antropologico dovuto alla modernità, concetto che – più compiutamente e con una ben maggiore conoscenza dell’oggetto della propria analisi – riferirà alla società italiana in un famoso articolo del 10 giugno 1974 sul Corriere della Sera, intitolato “Gli italiani non sono più quelli” (compreso poi
nella raccolta postuma Scritti corsari col titolo di “Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia”).

Infine, un’“ossessione”: 

“Ed ecco Betlemme. Non una città così estremamente moderna, addirittura neocapitalistica come Nazareth, o come la Gerusalemme israeliana, però una grossa cittadina, moderna, piena di macchine, di pali telegrafici, come vedi. E… qui nasce l’eterno problema della mia ricerca, che alla fine del viaggio è divenuta una specie di ossessione. Quella, cioè, di trovare una Betlemme che sia il surrogato di Betlemme. Ritrovare cioè una cittadina, un villaggio che abbia conservato attraverso i millenni la propria integrità”. 
L’ossessione nasce, sì, da una necessità concreta, che è quella di trovare la giusta ambientazione per un film completamente calato in un mondo di per se stesso “biblico, arcaico” (quello de Il Vangelo, appunto), ma deriva anche da una necessità – diremmo – più spirituale, più ideale. Cioè, parafrasando: ritrovare un mondo che abbia conservato attraverso i millenni la propria integrità. Ed è quello, in ultima analisi, per cui Pasolini, senza mai assumere atteggiamenti né retrogradi né – tanto meno – reazionari, si è battuto per tutta la vita.
 
.


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
.

 


Attraverso i millenni: Sopralluoghi in Palestina, di Loris Lepri

Vai alla pagina principale