Uccellacci e uccellini
1965
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Primo soggetto
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Il soggetto qui di seguito
riportato è apparso sulla
rivista «Vie nuove», nel
1965, sui numeri: 17 del 29 aprile,
18 del 6 maggio e 19 del
13 maggio. Il soggetto, se pur rivisto in alcuni punti, rappresenta un'indicazione
abbastanza fedele
di quella che sarà la struttura
definitiva del film. In
principio Pasolini aveva
pensato Uccellacci e uccellini
in tre episodi, ma lo realizzerÃ
come unico
film con «dentro» un altro
film.
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I
L'aigle
Magari come epigrafe potremmo
usare una frase di Mao che in una intervista dice pressappoco: «La Francia?
Cosa vuole da noi la Francia? Appartiene forse al Terzo Mondo, ai popoli
affamati? Ebbene, se è così accettiamo molto volentieri la sua amicizia...»
Il fondo della favola è
la critica della crisi del liberalismo occidentale, e, nella fattispecie,
del razionalismo parigino.
M. Cournot è il domatore
di un famoso circo francese, sceso a Roma. Sta dando una intervista a dei
giornalisti italiani, che naturalmente disprezza (magari non a torto...):
che cosa annuncia? L'inizio di una impresa sensazionale: l'addomesticamento
di un'aquila.
Eccola là , l'aquila, ancora
muta e selvaggia, in un angolo del circo che pare un Pantheon: tutt'intorno
ci sono le effigi dei «grandi» francesi, messe in ordine, secondo l'importanza:
Sartre come Mauriac, Claudel come Camus. In una grande parete di fronte
all'aquila, l'immagine di De Gaulle.
M. Cournot ha una moglie,
una specie di Monica Vitti parigina, laica, intellettuale, ecc., e ha un
piccolo aiutante, Ninetto, di Giando e di sora Maria, abitante al borghetto
Prenestino.
Cominciano così giorni
memorabili al Grand Cirque de France. M. Cournot ha una tattica tutta speciale
nell'affrontare l'educazione delle bestie. Prima fa, pedagogicamente, finta
di niente. Si limita a dare esempi di buona educazione in loro presenza
(l'aquila è là ): pranza, fuma, legge il giornale. La cavia è Ninetto,
l'assistente la moglie. Poi comincia piano piano, come se niente fosse,
a rivolgersi alla bestia, con molta cortesia e molto tatto, ignorando educatamente
il suo stato di bestialità . Insomma egli propone direttamente alla bestia
come modello l'uomo parigino, (non ha sospetto della possibilità di altri
modelli, nota dell'Autore).
Egli comincia così a impartire
all'aquila, nel Pantheon delle gerarchie isocefale dei Grandi, lezioni
dirette di comportamento civile.
A tu per tu con l'aquila.
Due grandi concezioni antitetiche della vita che si affrontano.
L'aquila tace, M. Cournot
parla una lingua perfetta.
L'aquila continua a tacere,
e M. Cournot comincia a impazientirsi.
L'aquila pare votata a un
definitivo silenzio, e M. Cournot comincia ad asciugarsi il sudore e a
sentire vacillare la propria dignità (da una parte la moglie, dall'altra
l'animaletto italiano, Nino del Prenestino).
L'aquila non lo fila proprio
per niente (espressione di Ninetto), e M. Cournot è all'esasperazione.
L'aquila pare perduta in
sogni inattingibili, e M. Cournot scoppia: «Rispondi almeno! Di' una parola!
Cosa pensi, cosa fai!» e giù improperi furenti, rimproveri degni di un
accademico di Francia, pronunciati con rabbia elegante degna di un XXXXXXXX:
egli non è in grado di concepire quel silenzio, quello sciopero di ogni
sentimento e di ogni idea, quella lontananza, quella sordità morale, quellaindifferenza
al reale, quell'introversione pazzesca, quella irrazionalità .
Ma l'aquila tace.
Tace travolta da interessi
interni intatti.
Tace.
M. Cournot ha allora una
trovata pedagogica estrema. Fa portare nel Pantheon tutte le gabbie dove
abitano gli animali addomesticati. Un leone del Mali, un serpente della
Guinea, una tigre del Vietnam (la gabbia dell'Algeria è vuota; M. Cournot
si raschia la gola, ehm, ehm) ecc. ecc. Ecco, lo vede, l'aquila? Tutti
gli animali del Terzo Mondo (compreso Ninetto del Prenestino), parlano,
e parlano educatamente, civilmente: la tigre, per esempio, non dice «Ho
fame», ma «Ho un po' di appetito».
Ma l'aquila tace.
«No, no, no, tu devi metterti
in rapporto con me, e questo rapporto deve essere un rapporto dialettico!»
urla
M. Cournot, fuori di sé,
ai limiti dell'infarto; e infatti brancola, vacilla e cade, fra le braccia
della moglie che vomita ingiurie contro l'aquila (ingiurie francesi, molto
istituzionalizzate: Merde, enfin!), e di Ninetto, che invece si rivolge
pietoso all'aquila, nel suo dialetto che stabilisce subito un'omertà «tra
poveracci», cercando di convincerla a parlare («E daje! e fa' 'sto sforzo!»).
Su M. Cournot mezzo morto,
si sente allora alzarsi una voce stridente e potente:«Volete proprio sapere
cosa faccio?». Tutti guardano l'aquila, che si è decisa a parlare. «PREGO!».
M. Cournot rimane profondamente
scosso da quella rivelazione.
Ed è così che comincia
una seconda fase d'avvicinamento «dialettico» all'aquila. Comincia a
leggerle dei testi religiosi. Pascal: no, pare che Pascal non vada bene...
Forse dei poeti più moderni... a loro modo religiosi... Rimbaud... La
Pacem in terris, infine...
Durante queste letture,
che M. Cournot cerca di fare con calma, con amorevolezza pedagogica verso
la bestia, benché ogni tanto esploda il suo furente stato di indignazione
per lo «scandaloso rapporto dialettico» della bestia con la ragione,
succede però qualcosa di strano, che non sfugge all'occhio attento di
Ninetto.
Vogliamo dire che ogni tanto,
M. Cournot si fissa a guardare la bestia, e rimane lì fissato, come in
una specie di trance: muto anche lui.
Ma c'è di più: quasi meccanicamente,
a metà di una frase di Pascal o dell'Enciclica, M. Cournot non solo si
incanta e si fissa, ma prende inavvertitamente per qualche istante lo stesso
atteggiamento, e oseremmo dire, la stessa espressione dell'aquila.
Questi, che sono momenti
rapidi e fugaci, quasi inavvertibili a un occhio che non sia quello sottoproletario
di Ninetto, si fanno sempre più frequenti e insistenti. Non è raro infine
che succeda di vedere l'aquila e M. Cournot appollaiati una davanti all'altro,
in silenzio, con la stessa espressione, con gli stessi gesti...
Che cosa medita M. Cournot
in quei lunghi silenzi regressivi?
Un bel giorno di scatto
egli esce dal Pantheon, invano trattenuto dalla signora che ora ha verso
di lui l'indignazione che si ha verso le bestie e i matti e i poveri: ma
M. Cournot non la sente nemmeno, se ne va, muto. Solo Ninetto, poverello,
impressionato e pietoso (benché ogni tanto gli scappi di ridere) gli va
appresso.
M. Cournot prende un treno,
e Ninetto dietro. Il treno parte. M. Cournot non resiste a un violento
impulso, e sale sul tetto del treno, appollaiandovisi, con l'espressione
remota dell'aquila. Il treno arriva in vista del Gran Sasso. M. Cournot
scende, con Ninetto svociato e afflitto alle tacche, che non smette di
dire battute romanesche sulla pazzia del suo principale. In mezzo a una
valle sotto le cime nevose, M. Cournot si raccoglie un momento, e poi ecco
che spicca un gran volo su, verso l'azzurrità dei cieli.
Egli si libra, si libra,
fatto aquila, su verso le alte vette, mentre inutilmente dalla valle, facendosi
sempre più piccolo, Ninetto strilla: «A messié Cournot 'nda'annate?
A messié Cournot, ma che state a ffa! che state a ffa!».
P.S. Ci siamo dimenticati
di un particolare (a causa della fretta con cui abbiamo buttato giù questa
storia, ad uso dei noleggiatori e degli esercenti, e quindi redatta in
uno stile facile, convenzionale e un po' volgare: che non si ottiene
se ci si mette più di mezz'ora ogni tre cartelle). Il particolare è questo:
M. Cournot è pieno di tic: sociali (quelli cioè tipici dei francesi,
la pernacchietta espressiva che fanno a metà di un discorso ecc. ecc.)
e personali (che sono una mezza dozzina tra i più buffi e inquietanti):
ebbene, tali tic scompaiono man mano che M. Cournot regredisce allo stato
irrazionale di aquila.
.
II
Faucons et moineaux
Non abbiamo presente una
frase della famosa intervista di Mao, che si riferisca ai problemi della
Chiesa o delle Chiese di fronte alla lotta di classe: ma pensiamo tuttavia
che non sarà difficile trovarla, magari sotto forma allusiva o metaforica.
Perché è proprio a questi problemi della Chiesa di fronte alla lotta
di classe che, forse un po' arcaicamente, la nostra seconda storia si riferisce.
E ben noto come San Francesco
abbia parlato agli uccelli, e, pare, con successo.
Ebbene, ecco San Francesco,
con alcuni dei suoi frati, fra cui Fra' Marcello e il novizio Fra' Ninetto,
proprio sotto il boschetto della Porziuncola, presso Assisi, dove la tradizione
vuole che egli abbia predicato agli uccelli. Sta meditando. A lungo, naturalmente
nel silenzio rallegrato, appunto, da canti di uccelli. Poi alza gli occhi,
e li punta su Fra' Marcello e Fra' Ninetto: per incaricarli dolcemente
ma inappellabilmente, con la cocciutaggine dei Santi,di continuare la evangelizzazione
degli uccelli. Cominciando magari da due categorie di uccelli molto diverse
fra loro, per esempio i falchi, forti e prepotenti, e i passeri, indifesi
e miti.
È una parola. Intanto,
Fra' Marcello e Fra' Ninetto non sono mica santi che possono parlare con
gli uccelli in italiano e questi li capiscono lo stesso. Sono loro, che
per poter predicare agli uccelli, devono cominciare a imparare le lingue
uccellesche. E non si è mai saputo che un uomo abbia potuto compiere un'impresa
simile. Ma chi non è nato santo deve cercare di diventarlo coi pochi mezzi
che come uomo ha a disposizione. Fra' Ninetto è uno stupidello, nato solo
per cantar litanie e andar alla questua: e poi è ancora un ragazzino.
Ma Fra' Marcello è adulto, ha scarpe grosse e cervello fino. Non ha studiato,
è vero, nella sua terra ciociara, ma se avesse studiato, testone e fino
com'è, avrebbe potuto anche diventare uno scienziato, magari piccolo piccolo,
ma scienziato.
Con pazienza francescana
e scientifica insieme, e con Ninetto storditello alle tacche, egli attraversa
Assisi, e sale in cima alla rocca. Dove stridono i falchi.
Ai piedi della rocca Fra'
Marcello e Fra' Ninetto si accampano, e lì Fra' Marcello comincia le sue
osservazioni. Passa l'estate, viene l'inverno, torna l'estate. E Fra' Marcello
è pronto. Va in cima ad una balza, si fa il segno della croce, si raccoglie,
poi comincia a stridere, a stridere. Ninetto come una scimmietta, lo imita:
gli scappa da ridere, ma vince la tentazione, e con devozione aiuta il
suo frate principale.
Da principio i falchi non
capiscono, poi un po' alla volta si rendono conto della novità , e stridendo,
rispondono ai richiami. È tutto uno stridere, insomma, nel cielo di Assisi.
(Delle didascalie sullo schermo, tradurranno i dialoghi per gli spettatori,
nota dell'Autore). I falchi più di buona volontà cominciano a radunarsi
intorno, e Fra' Marcello comincia a evangelizzarli.
Fondu
I falchi sono evangelizzati,
conoscono ora la parola di Cristo e, falchescamente, come possono, rientrano
nella grande famiglia della Chiesa Cattolica apostolica romana. Tutti contenti
per il successo. Fra' Marcello e Fra' Ninetto pensano ora alla seconda
parte della loro missione: ai passeri.
I passeri non è difficile
trovarli, vai per strada ed eccoli lì.
I due frati scendono dalla
rocca, e arrivano sulla piazza davanti alla Chiesa di San Francesco (non
importa anche se c'è un evidente anacronismo, le favole non se ne sono
mai curate, nota dell'Autore): dove saltellano dei passeri allegri e affamati.
Fra' Marcello comincia le sue osservazioni. Passa l'estate, viene l'inverno,
torna un'altra estate. E Fra' Marcello non ci ha ancora capito niente.
Egli, è vero, ha imparato
a cinguettare su tutti i toni. Prova a cinguettare, ma questo lascia indifferenti
i passeri. Anche Ninetto cinguetta, molto abilmente e graziosamente. Ma
i passeri niente. Continuano a saltellare, tic tic tic, tac tac tac, per
i fatti loro.
Come tuttavia spesse volte
è accaduto, è il caso ad aiutare la scienza. Ed è l'innocenza il veicolo
del caso. Ninetto un bel giorno, storditello com'è, ragazzino com'è,
è preso dalla ruzza, e si mette a saltellare, imitando i passeri. E Fra'
Marcello è fulminato dalla scoperta. Ecco! I passeri non parlano cinguettando,
ma saltellando! Ma sì! I loro saltelli sono regolari, tic, tic, tic, tic,
tic. Bisogna studiare i loro ritmi (una specie di alfabeto Morse, insomma,
nota l'Autore). E in capo a poche settimane Fra' Marcello ha capito il
linguaggio ritmico dei passeri.
Va in mezzo alla piazza,
si fa il segno della croce in raccoglimento, e comincia, saltellando, la
predicazione: tic, tic, tic, tac tac tac. E Ninetto dietro a lui, imitandolo
come una scimmietta, o come quando uno che non sa ballare, impara dei nuovi
passi di ballo. Tic tic tic, tac tac tac. Qualche passero comincia a capire
l'antifona e si accosta.
Tic tic tic, fa saltellando,
e vuol dire «Che volete?»
Tic, tic, tac, tac, tic,
tic, risponde saltellando Fra' Marcello e vuol dire: «Portarvi la buona
novella».
Tanti passeri di buona volontÃ
si radunano intorno, e l'evangelizzazione è così una danza, un po' buffa,
se vogliamo, ma molto innocente e quindi gradita al Signore.
Fondu
Anche i passeri sono evangelizzati,
anch'essi conoscono la parola di Cristo, e anch'essi, passerescamente,
come possono, rientrano nella grande famiglia della Chiesa.
Tutti contenti, Fra' Marcello
e Fra' Ninetto lasciano Assisi, e vanno a cercare San Francesco attraverso
l' Umbria per raccontargli il
loro grande successo.
Camminano per bei boschetti,
tra ruscelli e castelli. E, per la lietezza, Fra' Marcello, come sa, come
può, lui che non è un umbro elegante, ma un ciociaro un po' buffo, inventa
una preghiera al Signore, limitandosi a dire tutto quello che si vede intorno,
come se fosse la faccia di Dio, e anche se c'è qualcosa che non va, un
ragazzino che ruba le mele, o una donna che litiga col marito, pazienza.
La bellezza e la grandezza di Dio è tanta, che comprende tutto.
Ma ecco che mentre camminano
tutti lieti, e un po' esaltati dalla preghiera, vedono un falco che si
precipita su un passerotto, e lo uccide.
I due fraticelli restano
senza fiato, istupiditi. Poi Fra' Marcello scoppia in pianto, e piange,
piange come un vitellino, come una donnicciola, e benché a Fra' Ninetto
scappi da ridere a vedere il frate principale piangere a quel modo, piange
pure lui.
Poi tra le lacrime Fra'
Marcello cade in ginocchio e si rivolge direttamente a Dio: «Ecco, come
San Francesco mi aveva comandato, io ho evangelizzato i falchi, e ho evangelizzato
i passeri, i falchi in sé ti onorano, e cosi i passeri i passeri in sé
ti onorano. Ma perché un falco non riconosce in un passero un falco? Perché
ci sono queste classi dei falchi e dei passeri, e c'è questa lotta fra
loro? Cosa posso farci, io, povero fraticello, Dio, nel tuo nome?».
.
III
Le corbeau
La «voce» giusta, aggiornata,
onesta, anche profonda, o almeno profondamente comprensiva, dell'ideologia,
è la voce del corvo: egli appartiene e non appartiene alla vita, comprende
la vita con un distacco che è anche esclusione: ha esperienza di una vita
che in fondo egli non ha, e questo lo mette in una posizione imbarazzante,
povero animale parlante, di cui ha coscienza e ciò dà ancora più umanitÃ
alle sue parole, alla sua partecipazione, al suo impegno.
Il giorno è uno di quei
giorni di sole, né primavera né estate, che si fanno godere dagli uomini
quasi inconsapevolmente. Il sereno, la luce, l'arietta di mare ci sono,
ma è naturale che ci siano. E il mondo intorno è quello dei poveri, com'è
naturale che sia. Acilia, Vitinia, le campagne verso i Castelli o verso
il mare, le casette, le baracche, i lotti, i casali rustici, i ponticelli,
le siepi, le radure scottate dal sole.
Marcello e suo figlio Ninetto
vanno, vanno, in quel bel giorno di sole. Vengono da un luogo povero e
vanno in un altro luogo povero, a fette, cavallo di San Francesco; oppure,
di tanto in tanto, con un vecchio autobus scassato. Vanno.
Il corvo si aggiunge a loro,
come un compagno di strada, irrichiesto, un po' gratuito, imbarazzato:
ma subito amico e comprensivo. Indovina subito, per scherzo, su di loro
tante cose, i loro guai, le loro mire: non vuol farsi dire le ragioni di
quella loro scarpinata, vuole indovinarle da solo: e ne dice tante, appunto,
tutte reali; ma non azzecca, divertendosi molto, quella vera: essi vanno
da una chiromante a farsi dare una medicina per far passare il verme solitario
a Ninetto. Ah, ah, il corvo ride, con sua timida risata filosofica.
Presto i tre diventano buoni
amici, benché i due uomini, il padre, Marcello, un uomo tosto e fantasioso,
e il figlio Ninetto, un po' stupidello, tutto riso, come un arabetto, e
sulla via di ingrassarsi e intostarsi come il padre, abbiano sempre un'ambigua
riserva mentale, un dissimulato sospetto «qualunquistico» nei riguardi
della bestiola tutta voce. Capiscono o non capiscono? Ascoltano o non ascoltano?
Bene, un po' questo e un po' quello, come avviene nella vita.
Durante la lunga scarpinata
per le campagne oltre la periferia, succedono tante piccole cose, tanti
piccoli incidenti: che non son nulla, e insieme sono delle enormità . È
il corvo che ogni volta, da ogni particolare, trae i significati: la loro
portata ideologica. E lo fa con estremo pudore, poveretto, e con assoluta
lucidità , che non esclude l'umanità : egli tiene sempre presente che parla
con dei semplici e si adatta a loro. Sarebbe assolutamente ingiusto definirlo
un «rompicojoni», eppure, in fondo, sì, in fondo, lo è. Ma no, in fondo
in fondo, non lo è...
Facciamo due o tre esempi,
improvvisati (perché potremmo sceglierne anche degli altri). La mattina
è avanzata, il luogo deserto. Ed ecco che padre e figlio avvertono certi
stimoli, non piacevoli, per cui devono appartarsi dietro una grande siepe
polverosa, perdendosi ognuno nella solitudine della sua privacy in una
sorta di contemplativo raccoglimento.
Il corvo resta la di qua
della siepe, pudicamente aspettando. Ma ecco che si sentono delle urla,
che si avvicinano, e poi altre urla, più rauche, e poi le voci del padre
Marcello e del figlio Ninetto, che rispondono, imbarazzate, offese... Il
corvo vola oltre la siepe, giusto nel momento in cui padre e figlio si
aggiustano l'ultimo bottone, e un energumeno capo, seguito da altri energumeni
dipendenti, sta sopraggiungendo sul luogo. A farla breve: il padrone del
campo, evidentemente esasperato per una lunga consuetudine, dovuta certo
all'ubicazione solitaria e accogliente della sua proprietà , ce l'ha contro
i due profanatori; li insulta; li minaccia; non solo, ma pretende da loro,
che, con le loro mani, portino altrove ciò che vi hanno depositato. Marcello
e suo figlio, per amore di pace, avrebbero magari anche abbozzato sugli
insulti e le minacce, ma a quest'ultima pretesa, si sentono passare dalla
parte della ragione, e cominciano a gridare insulti a loro volta ecc. ecc.
Insomma, dopo le parole si viene ai fatti, Marcello e il figlio danno un
sacco di botte al contadino, e ai due tre vecchietti che erano con lui,
ma al sopravvenire dei figli giovani, uno armato di fucile, se la danno
a gambe, e via a tutta callara per la campagna, sotto il sole, col fiatone,
e due tre fucilate che echeggiano alle spalle dietro le siepi. Ecco, da
questo episodio di violenza, le corbeau, che benché irrichiesto ha partecipato
con imbarazzo e timida ironia alla deplorevole situazione, trova modo di
fare molte osservazioni: la violenza nel mondo contemporaneo, la sua bestialità ,
ciò che ne dice Freud, ciò che ne dice Marx; l'esempio di Gandhi; il
dialogo tra marxisti e cattolici fondato sulla non violenza ecc. ecc.
Mentre egli, bonariamente
e con grande semplicità di linguaggio, per farsi capire dai due semplici,
dice queste cose, ecco che sulla strada bianca, tre sagome nere si danno
da fare intorno a un grosso cassone che si può a stento chiamare automobile.
Sono tre napoletani illuminati
negli occhi obliqui come profeti o tigri, con venti centimetri di gamba
in meno, e un negro.
Marcello e Ninetto sono
chiamati dal dovere civico a dare una mano a spingere il macchinone
carico, e lo fanno, malgrado i calli, e la corsa di poco prima. Spingono,
spingono per un chilometro, ma la macchina non parte.
Tutti accasciati si riposano
sul ciglio della strada, e così si va sul discorso dei calli; neanche
a farlo apposta i napoletani pare abbiano un rimedio infallibile, anche
se un po' costoso, che fa sparire i calli per sempre ecc. ecc.
A Marcello, però, glielo
potrebbero dare per mille lire. Il negro lo tira fuori, Marcello, pieno
di speranza l'osserva, lo palpa e infine lo compra, coi soliti discorsi
del burino che fa un affare ecc. ecc.
Appena conclusa l'operazione,
i napoletani e il negro montano in macchina, e questa, sia pure scricchiolando
e scoppiettando, parte. Allora padre e figlio sul ciglio della strada si
tolgono scarpe e pedalini, e cominciano a ungersi i piedoni con l'unguento
miracoloso.
Ed ecco il corvo che fa
la sua timida e un po' forzata risata filosofica. «Leggete» dice, indicando
la scatoletta.
Ma i due ci sfangano poco
a leggere: il padre incarica il figlio, che dopo molti sforzi riesce a
dire a voce alta per intero una frase incomprensibile. È il corvo che
ne spiega il significato: la pomata che si stanno dando ai piedi è un
antifecondativo.
Che è questo «antifecondativo»?
fanno i due. Che è il «controllo delle nascite»? (Marcello ha otto figli).
E di qui gli ilari discorsetti
del corvo; sul vero grande problema del futuro, l'eccesso di popolazione;
questo problema attualmente in India, in Cina; e ancora, il problema morale
che implica il controllo delle nascite; la posizione della Chiesa, il Concilio
ecumenico...
Ma sotto le sue parole,
seguite dalle facce di Marcello e di Ninetto che sono un poema di curiositÃ
vera o falsa, di cortesia doverosa e di sguardi al cielo come di chi si
sente le scatole proprio rotte, di sguardi ammiccanti, tra loro, e di sguardi
carichi di reale e intrattenuto rispetto verso il compagno di viaggio -
ecco altri fatti, fatterelli, cose e persone di ogni giorno, nei pomeriggi
di sole, nella campagna intorno a una grande città : ragazzini, nozze,
soldati, fabbriche nuove di zecca, latitudine; ed ecco infine - cosa che
non manca mai - su un ponticello, una prostituta. (Presenza del sottoproletariato,
squilibrio fra il vecchio mondo della fame e della miseria col nuovo mondo
del neo-capitale ecc. ecc. Ce n'ha da parlare il buon corvo...)
Una masnada di facce da
galera in una macchina sta passando davanti alla donnaccia, ancora mal
osservabile, sul suo muretto.
La investono con una bordata
dei soliti insulti indistinti, a cui lei indistintamente risponde; poi,
più vicino, la macchina dei gangster; si ferma accanto a dei giovanottelli
bravi, per aizzarli contro la donna.
Dai mezzi discorsi, si ricostruisce
una cosa enorme, e cioè: la battona è là , fa la vita, per mantenere
dei gatti: l'esercito di gatti affamati che vive intorno al Pantheon o
a largo Argentina.
I gatti insomma sono i suoi
sostenitori, o i suoi figli, come meglio si preferisca pensare.
I ragazzetti seguono l'incitazione
dei grandi, e vanno a tormentare la battona: che è un curioso spettacolo,
enorme come la Soreghina, ma zoppa, con un viso bellissimo, ma da matta.
È dolce certo coi gatti suoi papponi, di cui i papponi umani sono invidiosi,
ma è terribile coi rompiscatole: e infatti mette subito in fuga i ragazzini.
Tutto questo visto fugacemente
dai tre che passano. Ma ecco che Marcello, poco più in là , accusa un
terribile mal di pancia (i fagioli della merenda? l'aria freschetta del
mattino?): il figlio lo guarda loffio.
Ma lui incurante si getta
tra le boschine, riguadagna il posto della donna, la guarda, si mette d'accordo,
vanno insieme sul posto.
Il corvo intanto fa col
figlio considerazioni umoristiche e leggere sul problema della prostituzione
su quella famosa frase di Fidel Castro: «No, noi non vogliamo sopprimere
con la forza le prostitute dell'Avana: esse scompariranno da sole man mano
che le condizioni di vita cambieranno»; e di qui delle considerazioni
più vaste sulla trasformazione «naturale» di una società dopo un'eventuale
rivoluzione, a seconda delle reali condizioni storiche...
Il padre torna, ma che è
che non è, adesso è il Ninetto a essere preso da violenti attacchi di
mal di pancia: devono essere stati proprio i fagioli, o la camminata mattutina
sulla guazza.
Scappa reggendosi la pancia
tra le mani in mezzo alle boschine. Raggiunge la donna, si mette d'accordo,
va con lei sul posto.
Poi i tre riprendono il
cammino, col corvo che prende argutamente in giro padre e figlio; egli
è escluso da quella e dalle altre cose del mondo, però comprende tutto,
umanamente, e quindi con humour e quasi religiosa comprensione ecc. ecc.
Egli viene così a parlare,
sempre con facilità e leggerezza, del problema del sesso nell'epoca moderna:
sesso e morale arcaica o religiosa, sesso e morale reale, ovvero sesso
e società contemporanea; il libero amore del primo comunismo, la rinuncia
del comunismo a questa sua prima ipotesi; il moralismo marxista; lo stalinismo;
la crisi del marxismo negli anni sessanta...
«I MAESTRI SONO FATTI PER
ESSERE MANGIATI IN SALSA PICCANTE» - GIORGIO PASQUALI.
Cammina e cammina, a un
certo punto, mentre il corvo continua a parlare, padre e figlio cominciano
a rivolgersi delle occhiate.
Il padre, guardando con
la coda dell'occhio il corvo, apre e chiude la bocca, facendo il gesto
di masticare; il figlio non capisce e strizzando gli occhi esprime in silenzio
la domanda «Che?»; il padre ricomincia ad aprire e chiudere la bocca;
e così il dialogo continua a lungo con cenni e ammicchi; ma i due non
si capiscono perché il corvo, pur continuando a parlare, potrebbe accorgersi
della loro disattenzione.
Finché il padre si decide,
chiede al corvo: «Permette?», si avvicina al figlio, e a bassa voce,
come tra malandrini, gli comunica che ha fame, che si è rotto le scatole
del corvo, e che gli è venuta l'idea di tirargli il collo e mangiarlo.
Il figlio, prima è tutto
una profonda colorazione di stupore, poi è subito preso e affascinato
dall'idea, ed è tutto una colorazione di felicità e di dritteria.
Detto fatto, si riavvicinano
al corvo, poveretto, che questa volta non ha capito e continua, continua
a parlare, gli tirano il collo, lo spennano e se lo mangiano.
Dopo averlo mangiato, riprendono
la loro strada, e vanno, vanno, di spalle per la strada bianca, verso il
loro destino come nei film di Charlot.
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E
UCCELLINI
VEDI
ANCHE
Alcune immagini tratte
dal film
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La musica nei film
di Pier Paolo Pasolini.
Alcuni riferimenti pittorici
di Angela Molteni
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