Serafino Murri
sul Vangelo secondo
Matteo
di Pier Paolo Pasolini
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Da Serafino Murri,
Pier
Paolo Pasolini, Il Castoro, Milano
La gestazione del progetto
d un film "sulla religione", che risale al 1962 (più o meno ai tempi
in cui il regista girava La ricotta, attraversò diverse fasi,
in cui tanto il soggetto ipotetico del film, quanto lo spirito, la chiave
stilistica in cui affrontarlo, mutarono più volte, a testimonianza
dell'enorme inquietudine con cui Pasolini affrontava questo delicatissimo
nodo della propria formazione intellettuale.
La prima ipotesi era quella
di realizzare un film sulla vita di San Francesco (cosa in parte realizzata
parodisticamente solo in seguito, con Uccellacci e uccellini), la
quale si trasformò lentamente dapprima nella vita di un santo "poverello"
finito, come eretico, ucciso dalle guardie del Papa, poi nel soggetto originale
di Bestemmia, storia di un Accattone del Medioevo che a un
certo punto della sua vita fonda un ordine, piuttosto blasfemo, che si
pone in antagonismo al papato dell'epoca e che per questo verrà
stroncato miseramente; di quest'ultimo soggetto Pasolini realizzerà
un "racconto in versi", edito soltanto di recente. Contemporaneamente al
progetto dell'autunno 1962 di realizzare la trasposizione cinematografica
della vita di Cristo così com'è narrata nelVangelo di San
Matteo, Pasolini scrisse un soggetto, mai realizzato, dal titolo di Sant'Infame.
In questo soggetto, apparentemente non molto dissimile dallo spirito dissacratorio
di La ricotta, è possibile identificare, già nettamente
tracciate, le coordinate della riflessione sul senso dell'esistenza che
sostanzieranno sia Il Vangelo secondo Matteo che Uccellacci e
uccellini (quello che segue è il testo scritto da Pasolini):
«Mandato controvoglia,
con uno stratagemma, dai genitori in seminario (raccontato in un'osteria
tra ladri). Scappa dal seminario, e torna nell'ambiente da cui è
venuto: un ambiente di miseria e perversione (una borgata di una grande
città). Il seminario l'ha peggiorato, involgarito, ecc., in quanto
gli ha fatto perdere l'innocenza del suo rapporto col male. Il vizio e
la delinquenza sono perciò veramente sporchi: egli vi cade fino
in fondo.
«Arricchisce un po',
poi la miseria. Prospettive di un futuro di miseria. Finge il pentimento:
finge un rinnovarsi della vocazione religiosa. Si fa riprendere nel seminario.
Ne esce prete. Attua la sua ambizione di successo e di miglioramento economico,
nell'assurda idea di diventare un santo o qualcosa di simile. Organizza
– con la pazienza dei santi, e aiutato dalla sua malizia di ex-ladro e
truffatore, dal suo cinismo diabolico, dalla sua mancanza di ogni senso
morale, e dalla volgarità derivante dal suo rapporto impuro col
peccato –, riesce a organizzare una città di ragazzi: e, insieme,
a simulare la santità. Viene creduto un santo, o qualcosa di simile.
Egli, di nascosto, continua a fare la sua vita sensuale di ragazzo di borgata,
frequenta magnaccia, puttane ecc. Prende la sifilide. La cura clandestinamente
ecc. (ricatti possibili ecc.), e nella vita normale, continua a fingere
la santità. Egli è sempre stato malaticcio (per questo i
genitori l'hanno mandato al seminario, ecc.). La sifilide gli porta un'altra
grave malattia ecc. Una malattia mortale, che gli causa delle sofferenze
atroci. Questo torna a favore del suo inganno di santità: è
costretto a non occuparsi altro che della sua città di ragazzi e
delle sue opere di bene, ecc.; e la malattia lo tormenta atrocemente. In
questa situazione di santo, muore; in tutto come un santo vero».
Con l'apologo appena abbozzato
di Sant'Infame, Pasolini demistifica (abbassandolo al livello della
concretezza e della meschinità umana) il valore "sociale" della
santificazione, ma nello stesso tempo espone una tesi più complessa,
che riguarda la santità "per sé" del protagonista, così
come nel Vangelo riguarda la divinità "per sé" di
Cristo. Sant'Infame è l'esemplificazione dell'ambiguità della
santità, della sospensione del mito della santità tra la
volgare autoesaltazione, piena di spirito di emulazione in fondo anche
un po' ingenuo, e la vera, concreta sofferenza, psicologica come fisica,
vissuta per raggiungere, follemente, la propria posizione di singolarità
definitiva, di privilegio morale sugli altri.
E, in fin dei conti, in
Sant'Infame
viene descritta l'impossibilità di discernere la mistificazione
dalla verità, l'ambizione dalla realtà di fatto, dal momento
che la Storia non esiste, ma esiste solo l'effetto della Storia sulle tante
storie personali, delle quali, come in questo caso, conta unicamente la
fine, la morte.
Lo stesso irrefrenabile
sentimento irrazionale della propria "unicità", che spinge cialtronescamente
l'immaginario Sant'Infame a millantare la santità fino a non poterla
più distinguere, nella sofferenza, da una santità vera, spinge
il personaggio storico Cristo, nella sua lotta contro l'ipocrisia religiosa
senza concessioni alla tentazione del potere, a porsi come figlio di Dio.
E se questa affermazione,
che gli causerà la morte per il reato di "bestemmia", su un piano
irrazionalistico può essere sostanziata solo dalla "fede" intesa
come credenza disarmata nel Mistero, cosa che Pasolini non accetta, è
pur vero che in un altro senso, più razionale, per Pasolini Cristo
è divino, di una divinità laica, nella misura in cui
"in lui l'umanità è così alta, rigorosa, ideale, da
andare al di là dei comuni termini dell'umanità".
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SUL
VANGELO
SECONDO
MATTEO
VEDI
ANCHE
Alcune immagini tratte
dal film
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La musica nei film
di Pier Paolo Pasolini.
Alcuni riferimenti pittorici
di Angela Molteni
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