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Cinema Io, Gesù nel
film di Pasolini
Enrique Irazoqui con alcuni Apostoli nel "Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini. Il primo a sinistra, dietro Gesù, è Simone, interpretato da Enzo Siciliano, purtroppo scomparso in questi giorni (9 giugno 2006). Si dice «agnostico». Ma quando si rivede sullo schermo «ogni volta è uno choc. Per Pasolini il Vangelo era la bellezza assoluta. E il solo pensiero di aver dato il mio volto a quella bellezza senza aggettivi mi riempie di stupore». Enrique Irazoqui aveva 19 anni e non aveva mai recitato in vita sua quando nel 1964 interpretò Gesù nel Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Sono passati 42 anni ma quel sentimento è ancora vivo e bruciante. «Non rivedo il film da molti anni. E ancora mi dico: ma quello, non sono io», confessa. Uno stupore che Enrique avrebbe voluto narrare venerdì a Novara, dov’era atteso come ospite di Passio, l’itinerario di «cultura e arte attorno al mistero pasquale» in corso nella diocesi piemontese. Un problema di salute gli ha impedito di lasciare la Spagna. Ma dalla sua abitazione di Cadaques - il borgo di pescatori, in Catalogna, dove anche Salvador Dalí ebbe casa – non si è sottratto alla richiesta di Avvenire di tornare con la memoria agli anni dell’incontro con Pasolini.
«Nel febbraio del 1964 ero a Firenze e a Roma come rappresentante del sindacato universitario clandestino antifranchista di Barcellona per chiedere a importanti personalità italiane di venire in Spagna a parlare in pubblico per sostenere la nostra lotta contro la dittatura - racconta Enrique. Incontrai La Pira, Nenni, Pratolini... L’ultimo giorno, avevamo poche ore libere, decidemmo di andare da Pier Paolo - Enrique lo chiama quasi sempre col nome di battesimo. Lo conoscevo come poeta, non sapevo nulla della sua attività cinematografica». Che era iniziata solo tre anni prima, nel 1961, con il parto tormentato e contestato di Accattone. «Arrivammo alla sua
casa all’Eur, dove viveva con la madre. Gli spiegai i motivi della visita,
mentre lui stava in piedi, mi girava intorno, come immerso in altri pensieri.
Alla fine disse che ci avrebbe aiutati, ma soprattutto mi chiese un favore:
fare la parte di Gesù in un film sul Vangelo che stava preparando
da due anni, ma non aveva ancora trovato una persona adatta a quel ruolo».
Gli dissi subito di no, che non mi interessava affatto, che avevo cose più serie da fare, la mia lotta per la fraternità universale, altro che film come a Hollywood con i suoi Cristi depilati e romantici. E poi venivo dalla Spagna franchista, dove la Chiesa cattolica era parte del sistema di potere. A Pier Paolo la mia risposta piacque moltissimo e per farmi cambiare idea mobilitò tutte le sue conoscenze: Elsa Morante, che diverrà mia grande amica, il produttore Manolo Bolognini e il giovane che mi aveva accompagnato tra Firenze e Roma, il figlio dello storico Manacorda. Fu questi a convincermi, assicurandomi che sarebbe stato un Gesù diverso, un film in chiave epico-lirica e nazional-popolare nel senso gramsciano del termine. A Gramsci dissi di sì». Pasolini aveva già dimostrato di preferire attori non professionisti. Così fu anche nel Vangelo con i ruoli affidati agli amici - da Enzo Siciliano ad Alfonso Gatto - e alla madre Susanna, che fu Maria anziana. Perché volle proprio
Enrique Irazoqui per il suo Cristo?
Come si lavorava sul set?
Un militante marxista turgido di ribellione chiamato a impersonare il Gesù che comanda di amare i nemici, o che si ritira nel deserto a pregare... Chi era - chi è
- Gesù per Enrique Irazoqui?
Lei è diventato
il volto di quella bellezza...
Terminato il film, Enrique - che per parte di madre ha radici in Italia, a Salò e Padova - torna in Spagna, si sposa, si laurea in economia. «Da bravo marxista credevo che l’economia fosse il cuore della storia. Appena cinque mesi dopo la laurea mi ero già ricreduto. E mi diedi alla letteratura spagnola, che per anni insegnai anche nelle università degli Stati Uniti». Oggi Enrique è padre di due figli, ha un nipote e altri due in arrivo entro fine anno. Non sopporta il Cristo di Mel Gibson («un film sadico»), non disdegna quello di Zeffirelli («ma è un po’ dolce, hollywoodiano»). E nel cuore un ricordo: «Il discorso della Montagna. È la parte del film di Pier Paolo che amo di più».
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