Cominciavano
a sparire le lucciole.
Non si vedevano più
le rondini in città.
Si cominciò a dire
che troppi bambini
nascevano handicappati.
C’era chi parlava
di crescita zero
ed era schernito.
C’erano i nuovi bovari
nelle stalle
e tutto era pulito,
igienicamente garantito.
Alle bestie
non fu più dato il
nome.
C’erano i lager
per le carni bianche.
Tagliavano ali,
tranciavano becchi.
Dicevano che così
bisognava fare.
C’era la fretta
di farli ingrassare.
C’erano nelle campagne
alberi crocifissi
e tute bianche tra i filari,
e in tutte le stagioni
trattamenti fissi
e puntuali irrorazioni.
C’era stata la lentezza
e la pazienza delle stagioni.
Poi fu deportato
l’antico sapere
nella riserva delle fiabe.
Portavano i bambini
in pellegrinaggio
nelle corti e nelle cascine,
e i nonni a scuola
a raccontare.
Erano mute le vie del paese
e bianche le sere.
Non più sguardi al
cielo
sulla strada verso casa.
Nessuno
era più capace
di interrogare la luna.
C’era il Corsaro disperato
che sul «Corsera»
avvertiva e spiegava
come e perché
non eravamo più quelli,
come e perché
eravamo diventati
«ridicoli, mostruosi,
criminali»*.
Nella polvere del massacro
fu spenta l’inutile voce
ed era luce,
era pensiero.