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"Pagine corsare"
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‘Na specie de cadavere lunghissimo
recensione di Alessandra Spadino

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Forte efficace profetico e attualissimo. 

‘Na specie de cadevere lunghissimo, spettacolo nato da un’idea di Fabrizio Gifuni, che ne è anche sublime interprete, con la regia di Giuseppe Bertolucci, si basa sugli scritti politici di Pier Paolo Pasolini dell’ultimo periodo e su un poemetto dell’autore milanese Giorgio Somalvico.

Una rielaborazione drammatica di testi non teatrali dell’opera pasoliniana, forte nella sua originale sintesi creativa, che da un lato racconta l’intensa vicenda esistenziale e intellettuale di un uomo, pietra miliare imprescindibile nella storia del nostro Novecento, e al contempo si prefigge un ambizioso obiettivo: quello di individuare il nodo poetico che unisce  l’intellettuale al suo assassino. 

Un monologo intenso e commovente per la forza espressiva di un linguaggio sorretto da verità autentica e profonda. Un discorso continuo ma scandito in tre tempi ideali che conduce lo spettatore calato nella scena - non reso estraneo da una frontalità escludente, ma partecipe appunto prossemicamente, grazie alla presenza dell’ attore “immerso nel pubblico” - a rivivere un percorso di dolore e di morte.

Lo spettacolo inizia con un prologo che dà spazio esclusivo alla parola pasoliniana e nella sua essenzialità scenica ne esalta la lucida forza analitica. Attraverso un’ampia scelta di  testi (tratti dagli Scritti corsari, dalle Lettere luterane e dall’intervista Siamo tutti in pericolo,  rilasciata a Furio Colombo alla vigilia dell’omicidio) viene descritta quella società degli anni Settanta nella quale a un vecchio potere si sostituisce un nuovo potere che, attraverso il consumismo, determina un processo di omologazione anche della cultura. Un potere surrettizio, il cui volto bianco, e ancora indefinibile, si manifesta più spietato, pericoloso - proprio perché magmatico, non chiaramente identificabile -, più distruttivo di qualsiasi dittatura esplicita del passato.

Nella denuncia di verità scomode, nello smascherare la falsa tolleranza e la falsa democrazia di quegli anni, Pasolini, come sempre, compie una scelta di opposizione, chiara e forte, a un presente sempre più omologato e omologante, sordo ai valori dell’esistenza e beffardo delle sue varianti.

A questo nuovo totalitarismo del pensiero, che ha come strumenti  di penetrazione nella società la scuola e la televisione, capaci di modificare le coscienze nel profondo, il letterato contrappone il passato. Ma il rimpianto del passato non è il rimpianto dell’“Italietta” piccolo-borghese (accusa che gli muove Italo Calvino), ma quello di un popolo che dignitosamente, grazie alle sue differenze, aveva proprio in queste una sua identità. Un passato immobile, opposto provocatoriamente a un presente tanto variabile da essere evanescente, così velocemente mutevole da negare, nell’effimero, la propria stessa essenza. La contrapposizione è, dunque, fra la purezza di un mito cristallizzato, ma autentico, incontaminato, e l’ipocrisia di un mondo che sente sempre più manipolato, inautentico e, dunque, estraneo.

Il Gifuni-Pasolini in scena è spietato nell’attribuire le colpe di questo misfatto, di cui ritiene responsabili tutti, dunque anche se stesso, avendo contribuito, sebbene non volendo, a una degenerazione epocale  irreversibile. Dunque, dopo una struggente ammissione di colpa e di responsabilità si prepara ad affrontare la resa, con un emblematico passaggio da una nudità scenica a una nudità fisica.

Nella seconda scena, senza soluzione di continuità, al discorso di denuncia civile e politica, segue una riflessione più intima, privata, una dolorosa presa di coscienza di un fallimento,  quello di un “padre simbolico” di fronte a una generazione di figli-mostri. 

Questa seconda parte dello spettacolo, che ha come fulcro la lettera luterana I giovani infelici,  rappresenta la morte del padre, analoga a quella del povero Laio, ucciso dalla mano di un inconsapevole, ma colpevole, Edipo.

Così il pensiero pasoliniano, dopo aver lucidamente descritto la “mostruosità” dei nuovi giovani, progressivamente e fatalmente si concretizza in personaggio, criminale degenere, quasi partorito dallo stesso: il Pelosi del poemetto di Giorgio Somalvico che occupa tutta la terza parte dello spettacolo. L’assassino, figura negletta e scomposta, osceno disonore dell’umanità, concentra su di sé tutta l’infamia del mondo. Rappresentato magistralmente da un  talento pregno e  coinvolgente, quello di Gifuni – che per questo spettacolo ha vinto il Premio Hystrio 2005 -, che  col proprio corpo e la propria voce non solo manifesta una rara sensibilità attoriale, ma rivela anche la capacità, oggi rara, di assumere su di sé responsabilità. Quelle di un autore difficile il cui pensiero, sebbene ancora molto studiato e riesaminato postumo, continua in molti aspetti a non essere capito e apprezzato fino in fondo.

Lo spettacolo - che ha generato anche un prezioso libro + DVD, uscito nel settembre 2006 per i tipi della Rizzoli, nella collana Bur senza filtro - è, dunque, sintesi preziosa del pensiero di uno scrittore,  regista,  sceneggiatore,  poeta, critico, e della sua genialità, capace di fotografare il presente con analisi lucide e spietate, e di anticiparne – quasi profeticamente  - sviluppi che forse solo  oggi appaiono così chiari nella loro drammatica attualità. 

Alessandra Spadino
27 febbraio 2007


 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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‘Na specie de cadavere lunghissimo, recensione di Alessandra Spadino

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