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"Pagine corsare"
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Petrolio, tra paradiso e purgatorio
di Sandra Bardotti

Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?
Questa frase pronunciata da un allievo di Giotto nel Decameron è diventata famosa come uno slogan che si è legato indissolubilmente al film. Non si potevano trovare parole migliori per iniziare uno scritto in cui si pretende di dare una definizione della poesia di Penna, certamente sommaria ed essenziale, e del suo influsso sul mondo poetico di Pasolini. Infatti, l’atteggiamento di stupore innamorato con cui l’allievo di Giotto pronuncia questa frase, è lo stesso con cui Penna e Pasolini osservavano la propria opera d’arte e la realtà da cui essa aveva preso forma. Ma c’è di più; queste parole si dimostrano ancora più significative in quanto dovevano essere pronunciate proprio da Penna, a cui Pasolini aveva deciso di affidare la parte dell’allievo nel suo film. Poi Penna all’ultimo si rifiutò; così fu Pasolini stesso a personificare il ruolo. Il fatto che Pasolini avesse pensato a Penna per una parte in cui c’era bisogno di pronunciare solo queste poche parole ma significative, ci è sembrato importante per capire anche l’idea che Pasolini aveva di Penna, della sua figura e della sua poesia.

La grandezza di Penna si avverte anche solo nella difficoltà a trovare misure adatte per definirlo. La poesia di Penna nasce dalle illuminazioni del desiderio. Tutto, nella vita di questo amante del mondo, felice di girare con il suo “bianco taccuino sotto il sole”, oscilla tra l’espressione panica, dannunziana, luminosa dell’io e una regressione nell’infelicità, nella privazione pascoliana. La libido si presenta in maniera discontinua: ai momenti in cui essa si manifesta e agisce da droga, facendo sfavillare tutto, la realtà e la presenza del poeta in essa, si alternano le cadute, i risvegli, segni del nume che ci rinnega e ci esclude dalla visione numinosa del mondo, l’esilio. Proprio dal riconoscimento dell’estraneità e della fuggevolezza nasce l’amore di Penna per le cose del mondo e per la vita. E se tutto, nella sua poesia fatta di presente già passato e di passato fulmineo come il presente, sembra essere sempre nuovo, emozione mai vissuta, è perché l’appagamento del poeta non nasce dall’immedesimazione con la natura e le cose, ma dal riconoscimento della loro estraneità e fuggevolezza. Dunque esso può ricostruirsi ogni volta come fosse nuovo, grazie alle illuminazioni concesse dalla libido. Il distacco dalla realtà diventa essenziale per far sì che la visione delle cose risulti sempre nuova, inesplorata. Infatti, la realtà, dopo che il soggetto l’ha trasposta nel proprio mondo, nel proprio spazio vitale, deve essere rifiutata, in modo che la sola verità sia quella del soggetto desiderante. Solo così è possibile garantire anche verità a una poesia epigrammatica, di piccole cose quotidiane, che non ha pretese se non quella di esistere nel mondo che, in un istante fulmineo, l’ha creata. Ma il soggetto non può esistere al di fuori del mondo. Così Penna deciderà, per scelta consapevole, di vivere al di qua del mondo e della storia, “al di qua, mai al di là, di ogni inquietudine morale e di ogni complessità romantica e sentimentale riflessione” come scrive Anceschi. 

L’indifferenza di Penna nei confronti delle vicende storiche sembra assoluta. Il contrasto tra intensità del desiderio e inappagamento si risolve così, nella scelta di una vita sul marciapiede, tutta incentrata sul proprio io amante e amoroso. L’eros è la molla di ogni impulso vitale; forza a cui tutta la vita di Penna ha deciso di votarsi, anche solo per vivere dei piccoli attimi di felicità narcotica concessi dal Dio. Non c’è altra legge che quella dettata dagli alti e bassi dell’energia erotica vitale. Una sensualità evidente attraversa tutta la sua poesia, una sensualità che non può appartenere all’umano per il suo carattere intermittente e misterioso. 

È questa onnipotenza del desiderio che affascinò profondamente Pasolini, e che lo portò ad essere sempre attento lettore e critico di Penna. Se la vita di Penna, il suo carattere così evanescente, insicuro, a tratti scontroso e indifferente, non potevano che suscitare il suo biasimo, la poesia di questo piccolo poeta epigrammista di sensazioni lo attirava in una rete di incanto. Pasolini non avrebbe mai potuto scegliere di vivere al di qua della storia. È una questione di carattere e di scelta ideologica, niente di più. 

L’obiettivo della poesia pasoliniana era completamente estraneo a Penna: coniugare la propria biografia, la propria esperienza sofferta di uomo e di diverso, con la storia e la cronaca. È proprio da questa osmosi che Penna era fuggito, come spaventato da quelle che sarebbero potute essere le conseguenze della realtà che veniva in contatto con il suo mondo infantile. Come se non fosse stato in grado di sopportarle, come se avesse avuto paura che le illuminazioni sarebbero venute meno e lo avrebbero recluso nella banale quotidianità. 

In Penna non si manifesta l’urgenza del dire, come invece in Pasolini. E forse, proprio per questo, la poesia di Penna non poteva che realizzarsi entro forme metriche brevi e in sé perfette, lunghe quanto la durata dell’attimo di magia concesso dal Dio; e, ancora per questo, d’altro canto, la poesia di Pasolini non poteva che rivelarsi talvolta mancante alla compiutezza dell’espressione. Ma il fascino dell’eros nella poesia di Penna era forte, tanto che non si attardò a definirlo “il più grande, e il più lieto, poeta italiano vivente”.

Lo stato di Penna è quello di uno che si senta punito e torturato ingiustamente: si torce sotto il dolore della punizione e si sente innocente. Se appena gli si presenta il sospetto della colpevolezza, lo rimuove. Intendiamo, appunto, la consapevolezza di non essere nella coscienza e nella storia: di aver ridotto il mondo a teatro delle vicende e dei trascorsi dell’io. 
È soprattutto nell’ Eros indisciplinato e innocente che Pasolini sente una vicinanza con la poesia di Penna. L’omosessualità è il punto di vista principale da cui Pasolini giudicò la poesia di Penna. Garboli notò questo “errore di giudizio” effettuato da Pasolini, e riconobbe la profonda differenza dell’omosessualità di Penna da quella di Pasolini: “L’eros di Pasolini è virile, marziale, da flagellazione caravaggesca; quello di Penna è femminile, androgino, da discreto mistero umbro”. Ma uno stesso amore per i ragazzi delle borgate romane accomuna i due poeti. E come ci si sente vicini ai compagni di pena, così Pasolini non può che guardare a Penna come un fratello, che condivide con lui il peso di una colpa. 

La poesia di Penna è colma di una fisicità traboccante. Il corpo è come se si sostituisse all’anima, determinando la ragione di essere ed esistere di una vita intera. Dunque il mondo sociale è avvertibile tramite l’esperienza del corpo; il mondo storico, invece, dovrebbe essere avvertibile tramite la memoria morale e ideologica. È come se Penna, dunque, avesse rinunciato a quest’ultima. Per questo la sua poesia si presenta di per sé, in virtù di questa semplice condizione, mostruosa. Penna non compie nessun scandalo, nessun gesto moralmente inaccettabile, perché la sua visione della realtà, spoglia dei codici che regolano la normale comprensione, tutta orientata dalla percezione corporea, basta da sola a creare un alone di oscurità intorno alla sua poesia; alone che rende ancora oggi un poeta all’apparenza semplice e cantabile come Penna un “monstrum” , un mistero insondabile. È la fedeltà che Penna dimostra nei confronti del Dio-amore che attrasse tanto Pasolini, l’obbedienza alle ragioni del corpo e dell’Eros pronta a spingersi fino al martirio. In questa posizione Pasolini riusciva a intravedere l’unica forma perfetta di santità possibile. 

In cosa consiste la sua santità? Nel silenzio con cui ha rinunciato alla vita e al suo godimento così come è inteso nella nostra parte di storia in cui siamo apparsi su questa terra. Ripeto, ha cercato il suo godimento altrove, in cose considerate da tutti futili, remote, incomprensibili, infantili e sconvenienti. Anche Penna è stato, ripeto, un po’ predone di quella realtà che forse dovrebbe essere unicamente contemplata. Ma è proprio da questi suoi momenti di peccato – in cui è venuto meno alla regola della rinuncia e della umile, silenziosa, monastica protesta contro il mondo, così sublime e così in accogliente – che ha trovato le ispirazioni per la sua poesia. Essa consiste nell’osservazione lieta e priva di ogni speranza delle cose (per Penna pochissime, anzi forse una sola) che si possono avere nel mondo per sopravviverci: ma questa osservazione è compiuta nel silenzio di quel luogo dove non si vive più ma, appunto, si contempla soltanto. Questa sua esclusione di se stesso da un mondo che del resto lo escludeva, è stata una lunga ascesi, fatta di notti e di giorni senza regola, in cui si ride e si piange, come ingenui personaggi di opere romantiche senza principio né fine, con le loro croci e le loro delizie: una lunga ascesi in cui, anziché pregare, egli ha cantato le forme del mondo lontano. 

Dunque l’ammirazione di Pasolini sembra passare anche attraverso una lettura para-cristiana, che invece è del tutto estranea al profondo realismo di cui è intrisa la poesia di Penna. Concordiamo con il critico Alfonso Berardinelli nel pensare che la diversità assoluta di Penna inquietasse Pasolini, e che egli, come per scongiurare la paura di qualcosa che non si fa mai conoscere completamente e a fondo, cercasse di ricondurre la sua poesia su toni eufemistici. La figura che ne è venuta fuori è quella di un Penna problematico, che sublima e nasconde. Ma in realtà Penna non sublima o nasconde: semplicemente, ignora. La sua è un’indifferenza assoluta nei confronti della morale, il suo linguaggio è solo quello della nuda vita, fuori dalla storia, presenza reale e non paradosso ideologico. Le sole leggi da cui si lascia governare sono quelle naturali, perché inspiegabili e non umane. 

Penna e Pasolini furono amici a Roma. Si frequentavano vicendevolmente, anche grazie alle amicizie comuni, in primis quella con Elsa Morante. Dunque ebbero modo di apprezzarsi direttamente, di scambiarsi poesie e pensieri. 

Ma l’insofferenza nella vita di Penna negli ultimi anni era giunta ad un punto tale che l’atteggiamento di Pasolini nei suoi confronti si fece addirittura bonariamente ironico. Non mancò mai il rispetto e l’ammirazione nei confronti del grande poeta, ma Pasolini imparò a non prenderlo più così sul serio, almeno nelle sue scelte di vita e editoriali. Ne abbiamo testimonianza in una lettera a Nico Naldini del marzo 1952, dove consiglia al cugino di non inviare poesie a Penna: “È perfettamente inutile mandare poesie a Penna: se ne frega altamente di tutto. Comunque ha sempre una vaga idea di scrivere sul tuo friulano (nota che sono alcuni anni che non scrive una riga: quindi c’è poco da sperare)”.

Tutto l’ultimo Pasolini è sospeso tra una luce infernale e una purgatoriale. Minime variazioni di toni, di accenti cromatici. Tutta la realtà che egli descrive nei suoi scritti è filtrata attraverso questo schermo allucinante. La luce purgatoriale è evidente soprattutto all’inizio di Petrolio, nelle pagine che descrivono il peregrinare di Tetis dentro Roma, verso la Sicilia, alla ricerca di una donna a cui affidare un segreto. E questa luce sembra quella che illumina il mondo descritto dalle poesie di Penna. Sono soprattutto i paesaggi romani, nel periodo della trasformazione urbanistica, quelli delle borgate assolate e umide, in cui si muovono fanciulli sensuali, che Pasolini riceve dalla umile e misteriosa poesia di Penna, e fa suoi. 

Leggendo Petrolio, sin dalle prime pagine della follia prefatoria, veniamo immersi in una luce magica, proprio perché così profondamente anonima e quotidiana. È una luce diversa da quella che attraversa il resto del libro. Siamo a Roma, e in quell’atmosfera calda e brillante, determinata da una giornata straordinariamente bella, si compie la morte di Carlo e lo sdoppiamento della sua anima in due esseri identici, opposti ma complementari. Un angelo e un diavolo si contendono l’anima di Carlo e il suo Peso, ma la lotta divina si conclude presto in un pacifico accordo tra le parti. 

Appunto 3a: ecco che nella descrizione di questo paesaggio solare della borgata romana si sente forte e invadente l’eco di Penna. Riporto un estratto che renderà subito visibile questo riverbero penniano:

«[...] era proprio questa luce, appunto, la cosa straordinaria. E non lo dico per poesia: ma perché - in questo particolare caso - la bellezza della luce è in qualche modo proprio in funzione del mio racconto. Succede spesso, effettivamente, che la luce sia così assoluta, quieta, profonda - rendendo il colore del cielo di un azzurro perfetto - anche se appena un po’ velato, chiaro, quasi marino - da dare l’impressione di non appartenere al presente, ma a un passato miracolosamente riapparso. La luce del mito che ritorna e si ripete, se così posso esprimermi: ma in tal caso il mito resta indefinito, non appartiene a nessun momento concreto del ritorno delle stagioni, legandosi a qualche divinità di una qualsiasi religione: no: eravamo nel pieno dell’estate, e il tempo pareva non essere mai cominciato; si era nel cuore di qualcosa - appunto silenzio, azzurro, pienezza - di cui non contava il passare: ma la sua fissità: cosa che succede appunto per i giorni ricordati. Soltanto pensando a estati del passato, la luce di uno qualsiasi dei loro giorni, è “così assoluta, quieta, profonda”. Ed ecco la ragione per cui la mia descrizione, sia pur sommaria di tale luce, non vale per se stessa, ma è in funzione della mia storia». 
Questa rappresentazione paesistica può essere sicuramente accostata alla luce che percorre come un tremito quasi tutta la poesia di Penna. Penna era illuso di essere un poeta innamorato del mondo, felice di girare con il suo bianco taccuino sotto il sole. Così lo definisce puntualmente il suo più grande critico e profondo amico, Cesare Garboli. La sua poesia nasce dal ricordo di cose presenti, che si manifestano nel loro duplice essere vicine e lontane nello stesso tempo. Tutte le sensazioni, le immagini dipinte sembrano appartenere a un presente che è sempre già passato e a un passato fulmineo e istantaneo come il presente. “Sole” è una parola-tema in Penna: tutto ruota intorno a una solarità che fa pensare a uno stupore da primitivo. Potrebbe essere lo stesso sole descritto qui da Pasolini. Anzi, sicuramente lo è. Ne è spia quel sintagma “passato miracolosamente riapparso”, come in Penna si manifesta il presente, come un miracolo, che filtrando attraverso il ricordo alcune sensazioni stanate da un tempo impreciso e lontano le riattualizza. E ancora “il tempo pareva non essere mai cominciato”, che evoca quella situazione sospesa in cui vive la poesia di Penna. È lo stesso sole che brilla nel cielo romano in cui vivono Penna e Pasolini.

Ma per attenerci più fedelmente alla lettera del testo, è opportuno sottolineare che già nell’Appunto 2 Pasolini aveva ripreso letteralmente da Penna l’espressione “nuvole calde” . Si trova in una poesia apparsa su ‹‹Paragone››, n. 288, febbraio 1974. Questo dimostra anche che il lavoro di Pasolini in Petrolio si configura come un continuo accumulo, un incessante ritorno sulla scrittura precedente, visto che all’altezza del febbraio 1974 torna ad occuparsi di un appunto iniziale. Del resto la non definitività era la forma progettata per Petrolio. Dal tempo della Divina Mimesis Pasolini coltivava l’idea di un libro “scritto a strati”, di un libro che alla fine doveva presentarsi come “una stratificazione cronologica, un processo formale vivente”, in cui la nuova stesura non cancellasse la precedente ma la lasciasse inalterata: “un misto di cose fatte e di cose da farsi - di pagine rifinite e di pagine in abbozzo, o solo intenzionali […]” che abbia “la forma magmatica e progressiva della realtà”.

Ancora: Appunto 3d. Carlo scende verso la Sicilia. Cerca qualcuno a cui affidare un segreto, quello della sua scrittura stessa. Anche qui una descrizione paesistica fa uso di alcune figure-simbolo della poesia di Penna: il mare brillante, il treno e l’alba, un afono abbaiare di cani, la luce incerta, la nave, l’odore del mare, i marinai. 

La vita... è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all'alba: aver veduto fuori 

la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia 
vergine e aspra dell'aria pungente. 

Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino 
un marinaio giovane: l'azzurro 
e il bianco della sua divisa, e fuori 
un mare tutto fresco di colore. 

Sembra proprio che Pasolini abbia trasposto in prosa questa celebre poesia di Penna. Ci sono tutte le figure-simbolo della poesia di Penna, accostate l’una accanto all’altra, come se fossero oggetti su una tela.

Ancora: Appunto 17, La ruota e il perno. Si tratta della prima visione dopo la scissione nell’anima di Carlo. Qui il richiamo a Penna si fa esplicito. Pasolini stesso ce lo dichiara in nota, in margine all’appunto. L’espressione prelevata a Penna si riferisce al “coro sommesso, immemorabile, sereno” . È lo stesso coro che dà spiegazioni a Carlo sulle visioni provocate dai giri della ruota, e che dà a Penna la notizia della morte della madre in La battaglia
Significativamente La battaglia era comparsa per la prima volta in ‹‹Paragone››, n. 288, febbraio 1974, insieme all’altra poesia da cui Pasolini aveva prelevato il sintagma “nuvole calde” di cui abbiamo trattato sopra. La lettura di queste poesie inedite apparse nel 1974 deve dunque aver molto colpito Pasolini. Non a caso questa espressione si trova in un appunto allegorico, visionario, dal carattere quasi medievale. Pasolini deve essere stato colpito da quella che Garboli individuerà come una radice medievale della poesia di Penna.

Pasolini fu un grande ammiratore e sostenitore di Penna. Quel Penna, poeta vagabondo, era destinato a diventare, dopo la prima raccolta di poesie, un piccolo maestro per le nuove generazioni, soprattutto per quelle della scuola romana, come Pasolini e Dario Bellezza.

Il secondo libro di versi di Penna uscì nel 1950 nelle edizioni milanesi della Meridiana col titolo di Appunti. Pasolini gli dedica un articolo su ‹‹Il Popolo di Roma››, il 28 settembre dello stesso anno. E già in questo si può vedere la sincera ammirazione per la poesia pura di Penna, per il mistero che essa racchiude e svela a tratti, a illuminazioni improvvise. Significativamente Pasolini accosta la figura di Penna a quella di un altro grande maestro: 

«Naturalmente, la tecnica di Penna è inimitabile, come, del resto, è senza veri precedenti: se gli volessimo trovare una figura cui assimilarlo, crediamo che l’unico nome da fare sarebbe quello di Rimbaud, il Rimbaud ragazzo, con tutto il suo dérèglement ancora potenziale, e magari con una vena melodica ancora più fluida e tersa. Come Rimbaud, Penna è, nelle lettere italiane, il ribelle infantile e assolto. Naturalmente anch’egli giunge spesso, nel suo quotidiano delirio, a un’illogica saggezza, a un’acerba e ingenua maturità». 
Nel 1955 vi fu la pubblicazione di Una strana gioia di vivere, che costituisce un punto fermo nella storia di Sandro Penna, accolta molto bene dalla critica tanto da meritare l'assegnazione di un premio letterario, il fiorentino “Le Grazie”, e Pier Paolo Pasolini, lettore attento del volume, con un articolo su ‹‹Paragone››, a. VII, n. 76, aprile 1956, riconobbe la modernità della poeta, analizzando e controbattendo le critiche che finora si erano sviluppate nel panorama letterario. Quella di Pasolini è una delle prime letture originali e intelligenti fatte della poesia di Penna. Pasolini è uno dei critici più profondi e analitici della sua poesia. E il mondo di sensazioni che Penna riusciva miracolosamente a creare con la forza dell’Eros non poteva non entrare anche nel mondo poetico e narrativo di Pasolini, anche in Petrolio.

Nel 1956 esce la raccolta di Sandro Penna Poesie, che vinse il premio Viareggio insieme con Le ceneri di Gramsci dello stesso Pasolini. 

"Io ho fatto un culto di Penna: e, come tutti i culti, esso mi dà il rimorso di non essere così forte e fedele da praticarlo degnamente”  scriverà Pasolini nel ‹‹Segnalibro›› all’edizione di Tutte le poesie di Penna, uscita nel 1970 per Garzanti. È il segno di una stima che va ben oltre la parola poetica, e anche sintomo di un’identificazione personale che si è consumata tra due poeti accomunati dall’aver scelto Roma come patria di elezione e dall’averla vissuta negli stessi anni portandosi dietro lo scandalo dell’omosessualità. 

L’ultimo grande elogio per Penna è la recensione che Pasolini dedica alla raccolta Un po’ di febbre, sul ‹‹Tempo››, a. XXXV, n. 23, 10 giugno 1973. Nell’epoca fascista niente è stato più antifascista della visione che Penna dette dell’Italia di quel periodo. Egli ha preferito rimanere al di qua della storia, descrivendo la bellezza e la bontà del nostro paese senza immettervi tracce della ferocia e dell’ottusità fascista. 

«Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo! […]
Le città finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai “cari terribili colori” nella campagna folta: subito dopo i capolinea dei tram o degli autobus cominciavano le distese di grano, i canali con le file dei pioppi o dei sambuchi, o le inutili, meravigliose macchie di gaggie e more. I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cocuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi. La gente indossava vestiti rozzi e poveri (non importava che i calzoni fossero rattoppati, bastava che fossero puliti e stirati); i ragazzi erano tenuti in disparte dagli adulti, che provavano davanti a loro quasi un senso di vergogna per la loro svergognata virilità nascente, benché così pieni di pudore e di dignità, con quei casti calzoni dalle saccocce profonde; e i ragazzi, obbedendo alla tacita regola che li voleva ignorati, tacevano in disparte, ma nel loro silenzio c’era una intensità e una umile volontà di vita (altro non volevano che prendere il posto dei loro padri, con pazienza), un tale splendore di occhi, una tale purezza in tutto il loro essere, una tale grazia nella loro sensualità, che finivano col costituire un mondo dentro il mondo, per chi sapesse vederlo. È vero che le donne erano ingiustamente tenute in disparte dalla vita, e non solo da giovinette. Ma erano tenute in disparte, ingiustamente, anche loro, come i ragazzi e i poveri. Era la loro grazia e la loro umile volontà di attenersi a un ideale antico e giusto, che le faceva rientrare nel mondo, da protagoniste. Perché cosa aspettavano, quei ragazzi un po’ rozzi, ma retti e gentili, se non il momento di amare una donna? […]
Per quelle città dalla forma intatta e dai confini precisi con la campagna, vagavano in gruppi, a piedi, oppure in tram: non li aspettava niente, ed essi erano disponibili, e resi da questo puri. La naturale sensualità, che restava miracolosamente sana malgrado la repressione, faceva sì che essi fossero semplicemente pronti a ogni avventura, senza perdere neanche un poco della loro rettitudine e della loro innocenza. Anche i ladri e i delinquenti avevano una qualità meravigliosa: non erano mai volgari». 
E questa realtà descritta da Penna è la stessa che è stata amata e riprodotta da Pasolini nei suoi primi due romanzi romani, quando ancora l’illusione della purezza del mondo delle borgate romane sopravviveva. 
Ora che tutto è laido e pervaso da un mostruoso senso di colpa – e i ragazzi brutti, pallidi, nevrotici, hanno rotto l’isolamento cui li condannava la gelosia dei padri, irrompendo stupidi, presuntuosi e ghignanti nel mondo di cui si sono impadroniti, e costringendo gli adulti al silenzio o all’adulazione – è nato uno scandaloso rimpianto; quello per l’Italia fascista o distrutta dalla guerra. 
[…]
Nel libro di Penna quel mondo appare ancora in tutta la sua stabilità ed eternità, quando era “il” mondo, e nulla avrebbe mai fatto sospettare che sarebbe cambiato. 
[…]
Tanto che è difficile parlare di Un po’ di febbre come di un libro: esso è un brano di tempo ritrovato. È qualcosa di materiale. Un delicatissimo materiale fatto di luoghi cittadini con asfalto e erba, intonaci di case povere, interni coi modesti mobili, corpi di ragazzi coi loro casti vestiti, occhi ardenti di purezza e di innocente complicità.
[…] 
Un dolore sconfinato vi è a malapena contenuto come presentimento di perdere quella gioia. Questa illimitatezza sentimentale, fa intravedere in questo poeta, che (forse con Bertolucci) è realmente il più grande poeta italiano vivente – anche quel poeta che egli non è stato: un poeta al di fuori dei limiti che egli si è imposti con commovente e purissimo rigore. 
Questo è l’ultimo pensiero di Pasolini su Penna. E in Petrolio, là dove vi sono quelle grandi descrizioni paesistiche, lungo le prefazioni, si sente l’eco di quella città e di quegli esseri viventi descritti mirabilmente da Penna. 

Non ci si può sbagliare. È la stessa realtà ad essere invocata, è lo stesso sole che getta una luce avvolgente su quei palazzi grigi e su quelle esistenze povere. È la bellezza che non può più resistere alla corruzione. Ma Pasolini non può reagire come Penna davanti a questa immanente distruzione. 

Penna aveva deciso di starsene sul marciapiede, al di qua della storia; Pasolini, invece, è per vocazione tutto immerso nella storia. Pasolini non può ignorare il degrado in cui la stessa istituzione culturale lascia sprofondare questa bella Italia del periodo fascista e subito seguente. La mercificazione, l’omologazione, la distruzione di una purezza originaria delle coscienze non può lasciarlo indifferente, né limitarlo a descrivere con nostalgia. 
Pasolini è un poeta civile, in primo luogo, e dunque non può starsene a guardare con gli occhi incantati di Penna quella dissoluzione. 

Sandra Bardotti
4 novembre 2007
 
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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Petrolio tra paradiso e purgatorio, di Sandra Bardotti

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