"Pagine
corsare"
I contributi dei visitatori
Il Vangelo secondo
Matteo
di Pier Paolo Pasolini
Recensione di Antonello
Vanni
[in occasione di una
rassegna cineforum
a Milano di cui Antonello
Vanni è stato curatore]
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«L’idea
di farne un film mi è nata proprio leggendo “un” vangelo, e cioè
quello di Matteo. Inoltre, in Matteo mi attraeva una tendenza che sembra
molto contraddirsi nei termini: la concretezza storica. Inoltre ancora,
il personaggio Cristo mi
sembra più affascinante in Matteo:
un Cristo più inflessibile,
più esigente, più travolgente, senza
un momento di requie e di
pace. Io fui soggiogato da questa figura».
Pier Paolo Pasolini
da un’intervista rilasciata
a Ferdinando Camon, ora
in Saggi sulla politica e la società,
Mondadori, Milano, 1999,
pp. 1580-1590.
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Il Vangelo secondo Matteo
Regia di Pier Paolo Pasolini
Con Enrique Irazoqui, Margherita
Caruso, Susanna Pasolini,
Natalia Ginzburg, Marcello Morante,
Mario Socrate
Bini Arco film, Lux Cin de France,
1964
Uno dei temi principali della
rassegna Il Cineforum dei Maschi selvatici (vedi www.maschiselvatici.it)
è stato il riconoscimento di un legittimo e necessario grado di
aggressività nell’identità maschile. Questa energia è
in vari modi soppressa o misconosciuta da una società (quella dei
consumi ben nota a Pasolini) che deliberatamente la ostacola perché
la sente come una minaccia per il proprio triste mantenimento. Tale forza
è invece ciò che può determinare il cambiamento ed
il rinnovamento; in essa risiede la possibilità che la vita sussista
e ritrovi la sua sacralità. I film visti nella rassegna mostrano
che l’aggressività si configura come energia positiva solo laddove
si riferisce ad una dimensione trascendente: nel caso del Vangelo secondo
Matteo il riferimento è verso il Selvatico ed il Fallo,
appunto archetipi del maschile e suoi simboli sacri.
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1. Gesù come Uomo Selvatico
Ad esclusione di Giovanni,
gli evangelisti tracciano un ritratto di Gesù prefigurando la figura
dell’Uomo Selvatico. Il motivo è chiaro già a partire dal
Vangelo di Marco che si apre con la scena di Giovanni il Battista. Solo
un Selvatico può aprire la strada a Gesù:
Inizio del Vangelo di Gesù
Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaia:
Ecco, io mando il mio messaggero dinanzi a te, a prepararti la via. Voce
di uno che grida nel deserto: preparate la via del signore, raddrizzate
i suoi sentieri!
Venne Giovanni Battista nel deserto
a predicare un battesimo di penitenza in remissione dei peccati […] Giovanni
indossava un vestito di pelli di cammello con una cintura di cuoio intorno
ai fianchi e si nutriva di locuste e di miele selvatico.
(Mc. 1: 1-6)
Giovanni, che inonda la valle
del Giordano con il suo duro messaggio di penitenza, assomiglia a sua volta,
nell’aspetto e nel modo di nutrirsi, ad un altro selvatico famoso della
Bibbia: Elia. (1)
Dunque un selvatico prepara
la strada a Gesù. Un selvatico venerabile ma primitivo, rude
ed infiammato. Il suo carattere incandescente ed il suo grido inquietante
rendono elettrica l’atmosfera; così elettrica che si ha l’impressione
che da un momento all’altro debba accadere qualcosa, debba arrivare qualcuno,
invocato dal Battista, dai “confini dell’umanità; qualcuno selvaggio,
libero e pericoloso!” (1)
Ed ecco, in perfetta sincronia,
arriva Gesù da Nazareth alla Galilea:
“La selvatichezza incendiaria
di Giovanni Battista, crepitando da lontano nell’aria secca del deserto,
ha infiammato un Nessuno da Nessun Luogo a viaggiare sul proprio “sentiero
di Eroe”. (1)
È
importante fin da ora sottolineare, nella vicenda del Cristo, la presenza
determinante della natura nel suo carattere selvatico ed elementare:
il deserto, gli animali (cammelli e locuste), il miele selvatico, il fuoco
divampante nell’aria secca. È lì, nella natura primordiale,
non civilizzata dalla violenza dell’uomo, che sta per avvenire un evento
fondamentale e trasformatore della vita di Gesù: il battesimo. (Tanto
è vero che il Vangelo di Marco inizia qui, Giovanni e Matteo tagliano
rapidamente sulla vita precedente di Gesù ed arrivano qui già
al terzo capitoletto).
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1.2 Il battesimo in acqua
marrone e rugginosa
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“Lasciandosi dietro,
in qualche povero ma senza dubbio confortevole e sicuro tugurio di Nazareth,
tutti dubbi, i fondamenti logici e l’anonimità senza pericolo di
un giovane.
La bussola interiore
spirituale di Gesù lo guidava a sud, verso il Giordano e verso Giovanni,
attirato dalla forza attrattiva della più alta energia del maschile:
il Selvatico. Giovanni immerse Gesù nelle acque sporche del Giordano
in un rito iniziatico terrificante. Battesimo (dal greco baptizo: inzuppare),
ora una simpatica e veloce cerimonia, una volta invece rappresentava la
morte per asfissia da annegamento del vecchio Sé di un adepto
spirituale e la nascita di un nuovo uomo.
Così per un momento,
il vecchio Gesù, quello della confortevole vita domestica di Nazareth,
venne immerso a morte nell’acqua color marrone e tenebrosa del Giordano.”
(1)
Gesù sembra ritrovarsi
per un istante nella stessa condizione dell’Uomo Selvatico che Robert Bly
descrive in Iron John. (2) Egli viene immerso verso il fondo nell’acqua
del Giordano, un'acqua marrone, torbida. Giù, come morto, come Giovanni
di Ferro:
Sul fondale era sdraiato
un uomo selvatico; il suo corpo era marrone come il ferro arrugginito e
aveva capelli che gli coprivano la faccia arrivandogli fino alle ginocchia
(Bly, op. cit., p. 282).
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1.3 Sotto l’acqua, fuori
dall’acqua
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È da notare che il
destino o il rischio di finire sott’acqua sembra accomunare molte figure
del Selvatico:
S. Cristoforo rischia
di essere travolto dalla corrente mentre trasporta il Santo Bambino verso
l’altra riva, Giovanni di Ferro resta immerso nel lago per parecchio
tempo prima di essere liberato, Gesù viene battezzato nell’acqua
marrone del Giordano. Altrettanto interessante è il fatto che tutti
e tre alla fine emergono, tornano a galla. Claudio Risé nel Maschio
selvatico si chiede “come mai all’inizio della fiaba Hans se ne sta
sul fondo di uno specchio d’acqua” (3); poi, esaminando la leggenda di
Cristoforo (ivi), l’autore indica che il Selvatico è finito
sul fondo perché il cristianesimo, slegandosi gradualmente dall’autenticità
del messaggio di Cristo, lo ha caricato di un peso innaturale:
Prendendosi sulle spalle
il bambino cristiano l’uomo selvatico si carica di tutto questo peso. Anche
di quello della città, del mondo lontano dalla natura e dalla naturalità,
del mondo dell’artificio. Difficile non esserne sommersi, “restare a galla.”
(Risé, op. cit. in nota 3, p. 38).
A noi interessa: perché
Gesù, Iron John e Cristoforo ce l’hanno fatta?
Sempre dai lavori di Risé
vengono due possibili risposte che presentiamo brevemente. Innanzitutto
nel caso di Iron John e di Cristoforo c’è di mezzo un bambino
che chiede qualcosa al Selvatico: di essere portato sulle spalle. Il bambino
chiede di essere sostenuto in un passaggio. Di fronte a questa domanda
i due Selvatici hanno mostrato attenzione e disponibilità ad
accogliere. In ciò hanno incontrato una dimensione di salvezza
(salvifica, salvatica). In secondo luogo il Selvatico trova energie e forze
nella vicinanza, già sottolineata, della natura primordiale: la
foresta per Iron John, il deserto per Gesù, tutto ciò che
è oltre le mura per Francesco d’Assisi (altro Selvatico).
Risé, a proposito
di Francesco, osserva:
La conversione di Francesco
si manifesta direttamente come la scelta di un diverso spazio esistenziale.
Invece dello spazio dentro le mura del comune, dove si era fino ad allora
svolta la sua vita, dove si trovavano le ricchezze ed i commerci del padre,
lo spazio fuori le mura (Risé, op. cit. in nota 3, p. 32).
E Bly a proposito di Iron John:
Una delle favole […] si
intitola Giovanni di Ferro o Il Rugginoso; la storia in sé potrebbe
essere vecchia di dieci o ventimila anni. Vi apprendiamo subito che qualcosa
di strano è accaduto in una remota zona della foresta vicino al
castello del re…(Bly, op. cit. in nota 2, p. 11).
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1.4 Gesù accoglie
il Selvatico
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“Ma quale nuovo Gesù
riaffiorò dall’acqua? Un Uomo Nuovo e Selvatico. Non
appena Gesù tornò a galla mostrandosi, i cieli si aprirono
sopra di Lui mentre una voce annunciava compiacimento nei confronti del
suo nuovo Figlio. Gesù non apparteneva più alla madre Terra
e neppure a sua madre Maria. Ora il Padre Celeste reclamava Gesù
come figlio suo. Il rituale iniziatico della sua virilità divina
si era concluso, la dura prova poteva cominciare.La violenza del vangelo
di Marco è notevole in questo punto (Mc. 1:12): «immediatamente
– ci dice- lo spirito lo spinse ad andare nel deserto». Qui
Gesù venne sottoposto ad una serie di prove e tentazioni per 40
giorni, come avvenne ad un altro Selvatico, Elia. Matteo (4:1-11) e Luca
(4:1-13) raccontano di queste tentazioni, ognuna delle quali conteneva
l’invito a rinunciare alle terribili prove previste per il suo divenire
figlio del Padre celeste (dolori per la fame, alto grado di pericolo, costante
impotenza) in cambio dei piaceri e delle grazie di Madre Terra per chi
se ne fa figlio (cibo gustoso, calda sicurezza, potere sulle cose del mondo.”
(1)
Si può già
notare la preferenza di Gesù per il rischio, il sacrificio e la
messa in gioco di se stesso, rispetto alla comodità, all’acquiescenza
ed il potere sulle cose terrene.
La disponibilità
al sacrificio ed al dono è peculiare del maschile sintonizzato con
l’archetipo del Selvatico. Del resto anche l’Uomo Selvatico, studiato
dal punto di vista antropologico, ha queste caratteristiche: spesso viene
tra gli uomini civilizzati ad offrire le sue numerose conoscenze come dono
o in cambio di pochissimo e nella maggior parte dei casi viene preso in
giro e fatto scappare via. (4)
Se l’Uomo selvatico poi
“decide di ritornare verso l’origine, perdere le scorie della civiltà
e ritrovare un suo ecosistema nello spazio selvaggio della natura” (Centini,
op.
cit. in nota 4, p. 16) si può osservare che la stessa cosa fa
Gesù: scopre la natura selvaggia ed i suoi abitanti, sia fuori di
sé che dentro.
Benché terribile
luogo, la natura selvaggia non è abitata solo da demoni. Durante
giorni di fuoco e notti fredde, Gesù fece conoscenza proprio là,
con il suo Selvatico interiore, l’archetipo di originaria unità
con la natura che è preludio di tutte le più genuine
libertà spirituali. Inoltre improvvisamente iniziarono ad arrivare
nuovi amici:bestie selvatiche strisciarono fuori dalle loro pietraie sui
fiumi e gli si avvicinarono furtivamente, sotto lo sguardo protettivo degli
angeli. Gesù si sentiva al sicuro ed a casa nel luogo più
pericoloso della terra. Ora poteva andare in qualsiasi luogo. E ora
che non poteva essere più comprato o minacciato, tentato o domato,
Gesù era diventato veramente pericoloso.
(1)
Si noti il riferimento dell’autore
del passo precedente, Patrick Arnold, all’archetipo di originaria unità
con la natura. Viene subito in mente l’Uomo Verde dei Celti, una figura
decisamente maschile, da molti autori considerata una via per il ritrovamento
delle immagini mitiche dell’identità del maschio. (5)
Nel confronto con la natura
primordiale Gesù trovò una notevole forza: non poteva più
essere minacciato o impaurito da nessuno, neppure domato. Gli animali selvatici
probabilmente gli insegnarono qualcosa, strisciando fuori da pietraie e
fiumi. Nel mondo incontaminato «non solo l’uomo selvatico, ma anche
gli animali, sono ricchi di indicazioni per chi le sappia cogliere»
(Risé, op. cit. in nota 3, p. 168). Queste indicazioni riguardano
ad esempio la naturalezza dell’istinto come capacità di «giungere
al centro delle cose, al centro arroventato della vita,…, senza perifrasi
e giri inutili di parole» (6), oppure riguardano la
possibilità di “mietere una grande pienezza di immagini”
(7) sulla generosità ed esuberanza della natura mai avara ed anzi
sempre stimolante la creatività umana (a differenza dei programmi
televisivi).
Nondimeno è da considerare
che in molti riti di iniziazione, ad esempio nel caso dei Männerbünde,
si assiste all’assimilazione delle caratteristiche dell’animale da parte
del neofita, che diventa quell’animale. (8) Gesù incontrò
gli animali del deserto le cui caratteristiche più evidenti sono
la capacità di sopravvivere e muoversi in un ambiente altamente
ostile, di trovare nutrimento e acqua laddove apparentemente non ve ne
sono, la prorompente esplosione della vita non appena minime condizioni
lo permettono. Una forza che gli servì ad affrontare una “progenie
di vipere” (Mt. 23:33), serpenti e falsi profeti.
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1.5 Ritorno e predicazione
del Selvatico
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Gesù trasse un notevole
vantaggio nell’ «accostarsi individuale, solitario, meditativo dell’uomo
alla Wilderness, per lasciarsene impregnare e di lì tornare all’ordine
cosmico». (op. cit. in nota 3, p. 82)
Egli tornò eroicamente
in Galilea col fardello della sua mascolinità selvatica e nella
piena forza della sua virilità. Gesù non perse mai la sua
relazione con le immagini della natura selvatica e la sua predicazione
infatti ne fu ricca. Per liberare i suoi discepoli dalle preoccupazioni
paralizzanti che avevano per il cibo, i vestiti e la salute, Gesù
indicò gli uccelli nel cielo ed i gigli nei campi. (Mt. 6:25-34)
Per descrivere la sua totale
libertà una volta disse con tristezza: «Le volpi hanno le
loro tane, gli uccelli i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha luogo
in cui posare il capo». (Mt. 8:20)
Uno dei più radicali
insegnamenti di Gesù (e per noi uno dei più difficili da
seguire) sicuramente venne dalla sua natura selvatica. Il Cristo
condannava in modo inequivocabile, e ripetendolo spesso, quello che sarebbe
poi diventato il più alto valore della storia umana: l’inseguimento
del denaro. A noi interessa il fatto che questo atteggiamento materialistico
comporta la perdita della relazione con i simboli dell’identità
maschile:
Al mondo della libertà
e del desiderio (dunque del benessere psichico), che è quello del
dono, si contrappone quello del vincolo e del bisogno, che è quello
dell’interesse […] La storia della modernità occidentale,[…], dimostra
come il mondo dell’interesse sostituisca all’uomo integrale, con la sua
capacità di amore e di desiderio, l’homo oeconomicus, l’uomo costretto
a calcolare l’interesse di ogni azione. (9)
Gli evangelisti arricchirono
la narrazione della vita di Gesù con temi classici delle leggende
sul Selvatico. Si noti ad esempio il potere di Cristo nei confronti della
natura: durante una notte tempestosa la barca stava per ribaltarsi tra
le onde ed il vento, i discepoli svegliarono Gesù che dormiva supplicando
aiuto. Alle sue parole di rimprovero il vento si placò ed il mare
si calmò. (Mc. 4: 35-41) In questa occasione Gesù vestì
l’aspetto quasi sciamanico del Selvatico, capace di «abbozzare
una sorta di comunicazione con l’universo della natura», dotato di
qualità di «chiaroveggenza, comunicazione a distanza, capacità
di sentire, nei suoni del vento, dell’acqua o nelle voci delle creature
inferiori» (cfr. op. cit. in nota 4, pp. 73-82).
Più avanti, in un’altra
notte di vento e tempesta, gli stessi discepoli videro Gesù arrivare
camminando sull’acqua verso la loro barca: quando Gesù salì
a bordo il vento si placò ancora (Mc. 6: 45-52).
Gli evangelisti riportarono
anche alcuni episodi in cui Gesù manifestava poteri magici sulle
creature animali (1): ecco Gesù aiutare i pescatori a realizzare
una pesca eccezionalmente abbondante (Lc.5: 1-11), ed eccolo permettere
a Pietro di pagare la tassa del Tempio facendogli pescare un pesce con
in bocca una moneta (Mt. 17: 24-27)..
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2 Gesù ed il dono
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I vangeli, riportando la
tragica morte dell’Uomo Selvatico Gesù sull’albero del Golgota,
segnalarono terribili segni e prodigi scatenatisi nella Natura. Il cielo
di mezzogiorno si oscurò come di notte, mentre la terra si scuoteva
nelle profondità, dinanzi al terribile crimine commesso contro Gesù
e quindi contro la Natura stessa. (Mt. 27:45-54) E sebbene lo seppellirono
dentro ad una cavità nella roccia, la Madre Terra non poté
trattenere a lungo Gesù: Egli apparteneva infatti al Padre Celeste
ed al cielo doveva tornare. (Lc. 24:50-51) Come Elia, antico Uomo Selvatico,
il risorto Gesù, ascendendo su carri di fuoco, da quel momento appartenne
al vento ed alle generazioni nei secoli.(1)
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2.1 La Croce come simbolo
fallico
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Riportiamo direttamente
questo studio di Gorge Ryley Scott sulla Croce come simbolo fallico:
«Molto prima che la
crocefissione di Cristo conducesse all’adozione della croce come simbolo
cristiano, essa era ampiamente riconosciuta come simbolo fallico. E’ probabile
che nella sua forma primitiva la croce rappresentasse elementarmente il
principio fecondante maschile, cioè il pene con i testicoli, come
nella triade fenicia: Asher, Anu, Hoa. Parallelamente al riconoscimento
del ruolo giocato dal femminile nel processo riproduttivo, questo simbolismo
venne esteso fino ad includere il femminile o Madre Dea, e, in aggiunta,
il risultato del concepimento. Payne Knight nel suo lavoro. Un discorso
sull’adorazione di Priapo (1786) dice: “Gli organi maschili della generazione
sono a volte rappresentati da segni che potrebbero essere propriamente
chiamati “i simboli dei simboli”. Uno dei più degni di nota tra
questi è la croce, nella forma della lettera T, che così
fu utilizzata come emblema della creazione e generazione, prima che la
chiesa se ne servisse come simbolo della salvezza; una fortunata coincidenza
di idee, che, senza dubbio, facilitò l’accettazione di questo simbolo
tra i credenti. Al simbolo degli organi maschili a volte fu aggiunta una
testa umana, che le conferisce l’esatto aspetto di un crocefisso.”
In origine, nel paganesimo,
la croce era un simbolo del sole, della vita eterna, e del potere generativo
della natura. Analogamente iniziò ad essere considerata un simbolo
del fallo eretto. Nelle mani di molte delle statue e rappresentazioni pittoriche
delle divinità pagane noi troviamo la croce. Così per Brahma,
Vishnu, Krishna, Osiris, Buddha, e molti altri. Gli antichi egizi, secondo
molti studiosi autorevoli, la ritenevano un simbolo di fertilità.
“La croce”- dice King- “sembra essere il Tau egizio, che molti antichi
simboli del potere generativo, poi trasferirono nei misteri di Bacco”.
Higgins ad esempio sottolinea il carattere fallico della lettera Tau.
Lo ritiene infatti il simbolo
di Hermes e Mercurio. Cioè la Crux Ansata e la Crux Hermis. Era
l’ultima lettera degli antichi alfabeti, ma in aggiunta la Crux Ansata
era il simbolo del potere generativo, della vita sempre rinnovatesi, e
per questa ragione fu usata indiscriminatamente in associazione con il
Fallo. Infatti lo era: era il Fallo! La Crux Ansata, afferma Crozius, non
è altro che il triplo fallo a cui si riferisce Plutarco. La si vede
su tutti i monumenti egizi. Questa Crux Ansata è una croce comune
con un collare o un manico attaccato. Fu sviluppata dagli egizi.
La croce non solo era un
simbolo fallico molto prima che diventasse un monogramma di Cristo, ma
continuò ad essere riconosciuta come tale per secoli dopo la crocefissione
di Cristo. Howard dice che la croce era “così generalmente riconosciuta
come simbolo pagano che i primi padri della chiesa proibirono il suo uso
tra i fedeli cristiani” e segnala inoltre che troviamo Minucio Felice “che
si irritava sdegnosamente per l’imputazione dei Romani contro i fedeli
della nuova fede che la usavano nella loro adorazione del Cristo.” (Octavius,
Cap. XXIX)
Nel 336 d.C. sappiamo che
Iamblichus affermava che “le croci sono simbolo di energia produttiva
e forza che provoca la continuazione del mondo”».
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2.2 La Passione di Cristo
come Dono
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Abbiamo sottolineato la
presenza nella figura di Gesù di un rimando chiaro all’archetipo
del Selvatico. Vorremmo ora notare come nella Passione di Cristo si concretizzò
invece la sua relazione con l’archetipo del Fallo la cui qualità
è il dono ed il dare: nella Passione infatti Egli
donò se stesso completamente per gli altri. L’accostamento
tra Gesù, l’archetipo del Fallo e il dono è stato sottolineato
da Risé in La genitalità e il dono: Gesù (op.
cit. in nota 9, pp. 38-39):
«Il cristianesimo
evangelico invece, così come lo stile di vita affettivo di Gesù,[
…], sembra molto più vicino al valore della dépense, dell’amore
e della passione che avevano già caratterizzato gli archetipi di
Shiva e Dioniso».
Gesù si donò totalmente,
inchiodato alla croce, simbolo fallico da cui scese il sangue nella Terra,
portando nutrimento e vita. Questa, del sangue, è l’immagine più
elevata del dono: nei sacrifici e nei rituali il sangue è sempre
stato considerato l’offerta più alta notava ad esempio Ernst
Jünger (11). Lo stesso filosofo tedesco osservava poi che «il
sacrificio in senso mitico presuppone quel libero volere, quell’entusiasmo
che animava i Greci di fronte ai Persiani». (ivi, p. 92) Il
piacere e l’entusiasmo che accompagnano il dono sono sottolineati anche
da Risé:
«il desiderio di donare
agli altri, per puro piacere, esprimendo così una spinta vitale
verso la costruzione di un mondo» (op. cit. in nota 9, pp.
40-42).
e ancora
«Il Fallo, come Shiva,
è essenzialmente dono, piacere del dono, godimento profondo nel
dare se stessi, fino all’estasi» (ivi, p. 40).
Si può parlare di un
senso sociale e rituale del dono, di un ruolo fondativo del dono, del piacere
connesso al dono come tessuto connettivo della Comunità. (cfr. ivi,
p. 41) E si noti Jünger, a proposito del carattere fondativi e trasformativo
del sacrificio eroico: «Nel mito è l’eroe a sostenere il sacrificio.
Sul suo sangue si fondano i regni, così come sul suo sangue sacralizzante
si basa l’edificazione delle Chiese». (op. cit.in nota 11, p. 91)
E ancora: «In ogni
caso, mai sulla Terra è avvenuta una trasformazione che non abbia
richiesto spargimento di sangue. Non sappiamo se, e in quale senso, vengano
compiuti sacrifici di sicura efficacia. Di un fatto però non possiamo
dubitare: si esige sangue. Che tutto ciò possa non avere il senso
attribuitogli da quanti il sangue lo spargono, non solo è verosimile,
ma è al tempo stesso l’unico pensiero in grado di promettere redenzione,
riconciliazione». (ivi, p. 94)
Infine il dono ha un valore
nettamente maschile, fallico. Il dono non serve a nulla se è finalizzato
al successo, al guadagno, all’interesse personale, alla gratificazione
superficiale:
«No. L’uomo deve,
e può, ritrovare il Fallo e la capacità e la gioia di donarlo,
‘donando il dono’, non per sé, ma perché gli altri, il mondo,
ne hanno una vitale necessità e un profondo desiderio”. (op.cit.
in nota 9, p. 118)
Nel dono e nel Fallo sta
infatti la possibilità del cambiamento, della creazione di nuove
forme, della semina fiduciosa della vita.
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2.3 Una riflessione sulla
Passione di Cristo come riferimento per “la sfida maschile”
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Gesù
donò
se stesso, versò il suo sangue. Il momento del compimento del
dono di sé (la Passione) riguarda molto da vicino il percorso
maschile proposto lungo la via del Selvatico. In questo percorso troviamo
molte immagini chiave tra cui il cavaliere Parsifal, la Terra Desolata
di T. S. Eliot, e le figure del Selvatico come il dio celtico Kernunnos.
Esse sono legate alla dimensione del dono e del sacrificio, della Passione.
Parsifal scopre le ragioni dell’inaridimento della Terra e del dolore di
Amfortas, attraverso l’insegnamento dell’Eremita proprio nel tempo del
Venerdì Santo. (12) È allora che scopre il significato del
Graal in cui fu raccolto il sangue di Cristo versato in quel giorno.
Osserva Rudolph Steiner:
«Ricordiamoci ora che nella leggenda di Parsifal viene messo in rilievo
che ad ogni ricorrenza del Venerdì Santo, cioè per Pasqua,
un’ostia discende dal cielo, s’immerge nel Graal, si rinnovella: ad ogni
Pasqua s’immerge nel Graal un nutrimento apportatore di ringiovanimento.
E fu proprio un Venerdì Santo che anche Parsifal fu avviato al Graal
dall’eremita». (13)
Alla Passione ed al Venerdì
Santo è legata anche la figura dell’Uomo selvatico vero e proprio,
ad esempio quello a tre teste di Bressanone: «A Bressanone, nel punto
dove i Portici Maggiori si incontrano con i Portici Minori, in alto, si
nota un uomo di pietra con tre teste, le cui facce guardano verso le tre
vie sottostanti. E’ avvolto con fogliame e osserva i passanti. Ogni Venerdì
Santo dalle tre bocche escono monete d’oro, che rotolano lungo le tre vie.
Di quando in quando l’uomo selvaggio sputa oro anche in altri venerdì
alle ore nove, quando la campana suona l’agonia di Gesù, predicendo
con ciò fertilità, produttività e ricchezza».
(14)
Si noti che il dono dell’oro
o delle monete è tipico anche del dio celtico Kernunnos, progenitore
del Selvatico: «in alcune raffigurazioni possiede una borsa dalla
quale trae monete da diffondere». (15) La borsa da cui vengono tratti
doni come ghiande, focacce o datteri compare anche in molte rappresentazioni
di S. Cristoforo, Uomo Selvatico presente in molti valli alpine.
Infine T. S. Eliot, ne La
Terra Desolata, osserva il protagonista compiere il suo viaggio spirituale
a partire da un’immagine della desolazione e sterilità, proprio
allorché scocca l’ora della Passione di Cristo: «Una folla
fluiva su London Bridge, tanta che io non avrei creduto che morte tanta
ne avesse disfatta […] Saint Mary Woolnoth segnava le ore con suono morto
sull’ultimo tocco delle nove». (16) Verso la fine del poema però
Eliot allude all’episodio dei discepoli che sulla strada per Emmaus sono
avvicinati da uno sconosciuto: «Chi è il terzo che cammina
sempre al tuo fianco? Quando conto, ci siamo solo io e te insieme \ ma
se guardo innanzi, lungo la strada bianca c’è sempre un altro che
cammina al tuo fianco \ scivola avvolto in un manto bruno \ incappucciato».
(ivi)
Il terzo: l’uomo della Passione.
La negazione della relazione
tra il maschile, il sacrificio, il dono e la Croce è strettamente
collegata alla desolazione della Terra poiché «è
sul piano collettivo che si realizza il quadro della morte, del naufragio,
della rovina del maschile». (op.cit. in nota 9, p. 52) Ora
tocca «al propagatore della vita…al creatore di forme» (ivi)
al maschio dunque, il compito di contrastare la Terra Desolata. Ma questo
è possibile solo recuperando la dimensione del dono e del Fallo
senza la quale gli uomini «si sentono le forze diminuire, hanno paura.
Non hanno più il coraggio di avere grandi visioni, speranze alte».
(ivi)
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Bibliografia
.
(1) Cfr. Arnold P. M., Wildmen,
Warriors
and Kings. Masculine Spirituality and the Bible, Crossroads, New York,
1991.
(2) Bly R., Per diventare uomini,
Mondadori, Milano, 1992.
(3) Risé C., Il maschio
selvatico, Red, Como, 1993.
(4) Cfr. L’uomo selvatico, depositario
di antiche conoscenze in Centini M., Il Sapiente del bosco. Il mito
dell’Uomo Selvatico nelle Alpi, Milano, Xenia, 1989, pp. 65 e segg.
(5) Cfr. Anderson-Hicks, Green Man.
The
Archetype of our Oneness with the Earth, Harper Collins, London and
San Francisco, 1990; Anderson R., Oracoli celtici, Sonzogno, Milano,
1999.
(6) Saba U., Ernesto, Einaudi,
Torino, 1975, p. 14.
(7) Cfr. Hervier J., Conversazioni
con Ernst Jünger, Guanda, Parma, 1986.
(8) Eliade M., La nascita mistica.
Riti e simboli d’iniziazione, Morcelliana, Brescia, 1974, p. 125 e
segg.
(9) Risé C., Essere uomini,
Red, Como, 2000, p. 43.
(10) Ryley Scott G., Phallic
Worship. A history of sex and sexual rites, Tiger Books, UK, 1996,
p. 205.
(11) Cfr. Jünger
E., Al muro del tempo, Adelphi, Milano, 2000, p. 91.
(12) Cfr. Risé C.,
Parsifal,
Red, Como, 1988, pp. 81-90.
(13) Steiner R., Cristo e il
mondo spirituale. La ricerca del Santo Graal, Ed. Antroposofica, Milano,
1996, p. 89. Ma cfr. anche von Eschenbach W., Parzival, Tea,
Milano, 1981.
(14) Merci L., Le più
belle leggende dell’Alto Adige, Manfrini, Trento, 1990, p. 298.
(15) Cfr. Centini M., a cura di,
Simboli
Celti, Red, 2000. Un’immagine di Kernunnos (Rheims) che dona grano
o oro agli animali selvatici è pubblicata sul sito dei Maschi selvatici
nella Sezione Noi, I Selvatici in http://www.maschiselvatici.it/noiselvatici/indice.htm
(16) Cfr. Eliot T. S., La Terra
desolata, Feltrinelli, Milano, 1995.
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