"Pagine
corsare"
I contributi dei visitatori
La prefazione
di Pasolini a
"Le italiane si confessano"
e
Una lettera
di una ragazza sarda
di Antonio Areddu
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La prefazione di P.P.
Pasolini alla terza edizione (1962) del libro “Le italiane si confessano”
curato da Gabriella Parca e la successiva polemica della curatrice del
libro contro lo scrittore con la relativa eliminazione della prefazione
nella quarta edizione del 1977. Una lettera di una ragazza sarda.
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Il
libro di Gabriella Parca apparve per la prima volta nel maggio 1959 ed
ebbe ben sette edizioni, l’ultima nell’aprile 1962. Il testo fu riedito
nella collana “Universale Economica” Feltrinelli nel settembre 1964.
Ebbe quattro edizioni, nella terza edizione apparve la prefazione di P.
Paolo Pasolini oltre a quella di Cesare Zavattini. Nella quarta edizione
la curatrice Gabriella Parca ritenne di non dover riportare la prefazione
di Pasolini e nemmeno quella di Zavattini in quanto tutte e due «mostravano
un po’ il segno del tempo» Il tema trattato riguardava la condizione
femminile in Italia attraverso le testimonianze di alcune centinaia di
lettere inviate ai giornali.
Di seguito riportiamo ciò
che scrisse la curatrice del libro Gabriella Parca nella quarta edizione
del settembre 1977, che cita più volte la prefazione di Pasolini
al suo libro criticando la sua lettura.
Scrive P.P.Pasolini: «La
prima impressione che si ha leggendo queste lettere è che
sono estremamente divertenti: anzi dirò che Le italiane si confessano
è stata la più divertente lettura che io abbia fatto in questi
ultimi anni...». Così inizia lo scrittore-poeta. Ma che cosa
lo avrà divertito tanto? La ragazza che pensa di suicidarsi perché
ha perduto la sua verginità, o quella che vuole uccidere il fidanzato
perché gliel’ha fatta perdere? Ogni lettera, oltre ad essere “curiosa”
come lui dice, rappresenta un caso umano in cui la condizione della donna
emerge in tutta la sua fragilità, la sua incertezza, le sue paure.
È questo il senso che tutti hanno colto del libro. Come mai un uomo
della raffinata sensibilità di Pasolini lo trova invece “divertente”?
Si affaccia il dubbio che
nella scelta di questo aggettivo vi sia una punta di disprezzo: non
nei riguardi delle illetterate autrici delle lettere, ma dei loro drammi,
che sono pur sempre drammi di donne.
Il dubbio si rafforza andando
avanti nella lettura del breve saggio pasoliniano, in cui si tenta di analizzare
il linguaggio usato in queste confessioni, per arrivare a delle conclusioni
che lasciano per lo meno perplessi. Dico “si tenta”, non per dare un giudizio
su uno studio che data la sua brevità non poteva certo essere molto
approfondito, ma per la metodologia seguita. Infatti qualsiasi linguista,
per fare un’analisi del genere, avrebbe preteso di avere sott’occhio gli
originali delle lettere, tanto più che nell’introduzione io stessa
avvertivo di aver operato dei taglia e di aver “tradotto” delle parole
dialettali, per rendere più piacevole la lettura: cosa abbastanza
naturale, e che anche l’editore aveva voluto, in quanto il libro non si
rivolgeva ad un’élite di specialisti ma a un pubblico di lettori
medi, interessati eventualmente all’aspetto sociologico di un documento,
non certo a quello filologico.
È ovvio che avrei
messo volentieri gli “originali” a disposizione di Pasolini:ma nessuno
me li chiese, e quando, avvertita in ritardo dall’editore, proposi allo
scrittore di vederli, mi rispose che ormai aveva già scritto il
suo saggio.
Non so se questo sarebbe
stato diverso qualora l’autore avesse avuto tra le mani quei preziosi foglietti
che a volte stentavo a decifrare, ricoperti da una scrittura minutissima
che girava da tutte le parti, o vergati su carta da quaderno con caratteri
grandi, elementari, con gli errori tipici del modo di parlare: le sarde
che raddoppiavano le consonanti anche dove non c’era bisogno, le siciliane
che scrivevano “bedda” invece di bella e le romane che usavano un sacco
di “erre”; per non parlare poi della costruzione della calabrese, e delle
locuzioni dialettali che spuntavano fuori ogni momento. In quelle lettere
che ho ricevuto a migliaia, per anni, senza essere una linguista ho scoperto
la ricchezza della lingua italiana e delle sue sfumature regionali.
E Pasolini scrive:«
Osservate la lingua in cui queste lettere sono scritte: è un italiano
perfettamente anonimo, corretto, scorrevole, come si impara a scuola (magari
con qualche piccolo errore, qualche svista sintattica). Non ho mai visto
la lingua italiana media realizzata con tanta precisione e con tanto rilevante
valore stilistico».
È veramente un’osservazione
divertente, che non tiene conto della stesura originale, mentre esagera
notevolmente gli effetti di quell’opera di “traduzione in lingua” e di
taglia, che, evitando ripetizioni o prolissità, riduceva ogni confessione
all’essenziale.
Infatti egli ce ne dà
atto: «È una lingua perfettamente, come dicono i linguisti,
“semantica”, cioè ogni parola, ogni allocuzione, ogni pagina dice
esattamente quello che deve dire, riducendo il pensiero alla dimensione
angusta m precisa della più immediata e sicura comunicatività.
È certo che nessuna delle ragazze e delle donne che hanno scritto
queste lettere ha dubitato un istante di non aver espresso esattamente
quello che voleva esprimere: di non aver posto nei termini esatti il suo
problema».
Francamente su questo ho
i miei dubbi, perché le confessioni sono piene di frasi come
“non so se sono riuscita a spiegarmi”, “non so se sono stata chiara”: espressioni,
che spesso sono rimaste nelle lettere pubblicate e che indicano anche lo
stato di incertezza, di insicurezza interiore, di chi sente il bisogno
di rivolgersi al “consigliere sconosciuto”.
Comunque è vero che
la donna, anche se scarsamente dotata di cultura, quando scrive riesce
in genere a esprimere con grande precisione quello che sente, a volte persino
ad analizzare i suoi sentimenti con grande lucidità: cosa che invece
riesce più difficile all’uomo, forse perché è meno
abituato a guardarsi dentro, e risulta perciò approssimativo, si
direbbe più banale, in quanto resta alla superficie dei suoi stati
d’animo. Questa constatazione si basa sull’esperienza, giacché nei
nove anni in cui ho curato le due rubriche di corrispondenza (una per cinque
anni, l’altra per quattro) oltre alle lettere di lettrici ricevevo anche
quelle di lettori – circa il 10 per cento – generalmente o molto giovani
o piuttosto anziani.
In ogni caso, se la donna
riesce ad esprimersi con grande chiarezza, ad esporre i termini esatti
i suoi problemi che spesso investono la sua coscienza, la sua visione del
mondo, il suo modo di comportarsi – e quindi sono tutt’altro che “divertenti”
per lei – se ne dovrebbe dedurre un notevole grado di individualità
che le permette di percepirsi come persona, di sentirsi “io” nonostante
l’appiattimento dell’ambiente.
Invece per Pasolini ha tutt’altro
senso. «Che cosa se ne deve dedurre? - si domanda. - Questo livellamento
linguistico è il primo, clamoroso prodotto della cultura di massa,
da cui i più deboli, e quindi in prima fila le giovani donne, si
sono lasciate fatalmente plasmare? Probailmente in parte è così:
ormai da una quindicina d’anni, alle nuove generazioni, i giornali, la
radio, la televisione, il cinema (specie quello doppiato) propongono sia
pure malamente e convenzionalmente una esemplarità. Ed è
questa che le giovani donne, con commovente rispetto e obbedienza, e spesso
con molta vivacità, cercando di applicare… ».
Conviene ricordare che questa
prefazione fu scritta all’inizio del ’60, e che le lettere di cui si analizza
il linguaggio furono raccolte negli anni precedenti, quando l’influenza
della televisione era minima, tanto è vero che Zavattini la vedeva
più come una speranza che una realtà. Per quanto riguarda
gli altri fattori della cultura di massa indicati da Pasolini, la radio
veniva recepita da questo pubblico soprattutto attraverso la musica leggera,
mentre il cinema, doppiato o no, si riduceva al filmone domenicale, d’avventura
o d’evasione, visto col ragazzo o con tutta la famiglia.
Il vero “modello culturale”
presente nelle lettere è quello dei “romanzi a fumetti”, che
costituivano la lettura quotidiana di queste donne e di cui il settimanale
a cui si rivolgevano era un esemplare.[…] Quindi non c’è da
meravigliarsi che le autrici delle lettere fossero influenzate da questa
letteratura minore e deteriore, che però era la sola a raggiungerle
veramente.
Pasolini invece non sembra
tenerne conto, e dopo la prima deduzione, espressa con termini un
po’ paternalistici, ne fa un’altra più grave. Quella di «un
naturale, uno storico coincidere della tendenza alla conservazione linguistica,
secondo la fenomenologia della cultura di massa sia pure ancora incerta,
fluttuante e circoscritta».
Quindi, dando per scontato
che le donne siano conservatrici in tutti i campi, così continua:
«Ma tale coincidenza è sostanziale oppure solamente formale
e epidermica? Voglio dire: il conformismo tipico della donna media è
il conformismo tipico della cultura di massa? Risponderei di no: risponderei
piuttosto che il conformismo di queste donne - spesso chiaramente
coatto, percorso da impuntature di patetica impazienza, di liberi impulsi
- non è altro, in sostanza, che il vecchio conformismo italiano,
borbonico, papalino, piccolo borghese».
Così , da un’analisi
del linguaggio costruita sulla sabbia, si arriva a delle conclusioni completamente
opposte a quelle che qualsiasi lettore attento e non prevenuto ne ricava,
e cioè: 1) queste donne sono combattute tra la morale dell’ambiente
e la pratica dei loro innamorati; 2) sono oppresse dal conformismo maschile
che fa pagar loro ogni “sgarro” a quella morale, anche se è lui
stesso a sollecitarlo; 3) sono profondamente insoddisfatte e vorrebbero
che la situazione cambiasse, mentre non hanno la forza o il coraggio di
muoversi a causa della loro estrema dipendenza.
Del resto lo stesso Pasolini
sembra parzialmente riconoscerlo più avanti, quando afferma: «Mi
pare che queste lettere, pur con la loro deliziosa allegria, vivacità,
tenerezza, birichineria, malinconia, paura, non facciano altro che confermare
questo vecchio stato di alienazione della donna italiana…».
Ma alienazione - cioè
estraniamento - da che cosa, se non dalla vita, vissuta con piena
partecipazione, alla pari dell’uomo, con pari possibilità, con pari
traguardi? Chi aliena la donna da tutto ciò, se non l’uomo
che vuole tenerla in casa a far figli, ad allevarli, a far da mangiare,
a lavare, a pulire, eliminando così anche un pericoloso concorrente
sul lavoro? Chi tiene la donna con la testa sott’acqua, per impedirle che
una volta in superficie respiri, guardi, si muova, divenga un individuo
libero?
È’ semplicemente
angoscioso, concludeva Pasolini, accorgersi che in «Italia persiste
un tipo di alienazione femminile che non appartiene alla fenomenologia
industriale e moderna, ma è sostanzialmente arcaico, anteriore a
quella che per le nazioni civili è stata l’emancipazione della donna».
[…].
È lo stesso Pasolini
a dichiarare in un’intervista rilasciata anni dopo: «È vero
che per secoli la donna è stata tenuta esclusa dalla vita civile,
dalle professioni, dalla politica. Ma al tempo stesso ha goduto tutti i
privilegi che l’amore dell’uomo le dava: ha vissuto l’esperienza straordinaria
di essere serva e regina, schiava e angelo.La schiavitù non è
una situazione peggiore della libertà; può anzi essere
meravigliosa».
Chissà se lo scrittore
si sarebbe lasciato andare a quest’ultima incredibile affermazione, se
avesse parlato di uomini invece che di donne. Comunque, senza volerlo,
egli riassumeva il pensiero dell’italiano medio piccolo-borghese; i vecchi
luoghi comuni “la donna è la regina della casa”, “l’angelo del focolare”,
non esprimono forse lo stesso concetto della dicotomia “serva e regina”,
“schiava e angelo”?
Francamente non si può
più parlare in questi termini. Anche perché molte donne,
se non tutte, rifiutano questo doppio ruolo che le fa assai più
schiave che regine, ponendole in una posizione terribilmente ambigua. Una
posizione arcaica, avrebbe detto Pasolini.
Ma proprio lui, che accusava
le donne di conservatorismo, anni dopo attribuiva “un’esigenza di mediocrità”
a quelle che vogliono cambiare le cose e si rifugiava nel mito della “cultura
popolare, la più giusta - egli diceva in un’intervista - che ha
le sue soluzioni, mentre quella piccolo-borghese non denuncia, è
inutile”.
UNA LETTERA DI UNA
RAGAZZA SARDA
La famosa prova
…Ho quasi 22 anni, ma forse
sono stata troppo ingenua per la mia età. Eppoi molti mi credono
intelligente e furba, ma nel caso in cui mi trovo non lo sono affatto.
Ora mi spiego. Amo, riamata, un giovane carabiniere, e questo sarebbe naturale
se non ci fosse del peggio. Per poterci parlare senza che nessuno se ne
accorgesse, sono stata costretta ad andare in una città vicino al
mio paese, in casa di suoi amici. Io, non che ci sia andata volentieri
perché anche se confusamente pensavo a ciò che sarebbe accaduto
trovandoci soli; ma fiduciosa delle parole che lui mi ha detto, cioè
che non mi avrebbe fatto alcun male, andai. Non lo avessi mai
fatto! Dopo la prima volta, altre volte ci andai, e alla quarta volta ho
avuto il colpo di “grazia”. Dopo una violenta lotta e una lite, e cioè
prima di “cedere”, lui mi ha lasciata libera di scegliere: o cedevo e lui
mi avrebbe amata come e più di prima, oppure mi lasciava definitivamente.
Ed io, per non perderlo, ho sacrificato tutto ed ho ceduto. Però
adesso vorrei sapere da voi due cose: è vero che se l’uomo vuole,
la donna non viene incinta anche se cede? Naturalmente con un certo metodo,
quello di cui si è servito lui, che mi ha assicurato che non devo
aver paura, che tanto non succede niente, e lui ha tutto l’interesse che
le cose non si complichino perché ne va della sua carriera.
L’altra domanda è
questa: è possibile che un uomo non conosca una donna se è
pura o no? Nel mio caso dice che non lo ero e vuole sapere il nome di colui
che è stato. Io, naturalmente, sapendo che non c’è stato
nessun altro nella mia vita gliel’ho detto ma non ci crede. Mi ha detto:
“Credo a te, perché so che sei una brava ragazza e conosco la tua
famiglia (sono figlia di un ex carabiniere), però d’altra parte
non posso crederti”. A questo punto, vedendo la sua incertezza, ho creduto
necessario dirgli ciò che, nella mia incoscienza credevo non avesse
alcun significato.
Da ragazza, ingenuamente,
senza saperne le conseguenze, ho fatto un’azione “da sola”. E a lui
gliel’ho spiegato, come avvenne, seppure con molta vergogna. Ci ha pensato
un po’, pero credo che non sia convinto della spiegazione, comunque ha
detto che non se ne parli più. Ma io, da come ho potuto constatare,
seppure amaramente, ora sono abbastanza diversa da come “ero”. Aiutatemi
voi a farglielo capire, anche se le apparenze, come dice lui, sono contro
di me . Del resto credo che una donna, trovandosi come dice lui,
abbia un diverso comportamento dal mio. E credo che se ne sia accorto perché
era felice e più premuroso che mai, non la smetteva più di
baciarmi e di dirmi le più dolci e sciocche parole che si possono
dire .Mi disse anche: “Ora si, che sei veramente solo mia, anzi la
mia adorabile mogliettina”. Ma anche se le sue parole mi riempirono di
gioia, so a quale prezzo, e gliel’ho fatto notare. E lui per farmi più
persuasa della sua sincerità mi ha detto: “Il giorno che ti dovessi
lasciare, sei autorizzata ad uccidermi”. Sebbene rabbrividisca solo a pensarci,
credo che se dovesse lasciarmi, avrei il coraggio di fare ciò che
lui mi ha consigliato. Spero tanto che non succeda, e anche se non ne sono
degna pregherò Dio perché mi aiuti. È possibile, penso,
e mi domando che dopo aver fatto ciò che abbiamo fatto, sia calma
e serena, almeno davanti agli altri, e che sappia mascherare così
bene i miei sentimenti e il mio terribile segreto. Non so più riconoscermi,
è come se avessi un pezzo di ghiaccio al posto del cuore, e mi sento
vuota, e incapace di piangere, io che ero cosi facile al pianto. Solo quando
vedo lui mi sento morire e vorrei che mi fosse sempre vicino, per proteggermi.
Cosa ne pensate voi di me? Forse sono una perfetta incosciente, oppure
l’amore mi ha dato alla testa. Non so neppure io cosa pensare.
[Estratto dalla rivista “Nero
su Bianco" n° 20, 5 ottobre 1990, anno III Casa editrice: il Messaggio
srl - via Saturnia 14/16, Grosseto - Direttore responsabile: Marcello Morante
- Redattore capo: Gianfranco Paoletti - Comitato di redazione: Antonio
Areddu, Stefano Adami, Angelo Russo, Luca Verzichelli, Pier Giorgio Zotti
- aut.tribunale 2/89 – quattordicinale di cultura.]
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