I contributi dei visitatori di "Pagine corsare"

"Pagine corsare"
I contributi dei visitatori

Emanuele Di Marco
A casa di Pasolini

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A volte è bello stare al volante di un’automobile; a volte no.
Oggi è bello.
Questo è un dicembre strano, freddo ma al punto giusto; poi caldo, verso mezzogiorno, ma mai troppo.
È rilassante guidare con un tempo così terso, quando l’aria è così frizzante; quando sull’autostrada non c’è traffico, nemmeno un po’. E soprattutto quando vai verso un posto così speciale.
Anche lui la pensava in questo modo, ne sono certo, mentre faceva lo stesso percorso; beh, parlo di un bel po’ di tempo fa, ma non conta. E poi lui era al volante di una spendida Alfa 2000 metallizzata, io di una Duna bianca, ma è uguale. Quasi uguale.
A Paolo piaceva molto il momento in cui l’autostrada la lasciava, e si tuffava nella campagna, sfrecciando. Anche a me piace l’odore che adesso c’è nell’aria, il profumo della rugiada che evapora, qui fra i campi del viterbese. Dopo tanto asfalto, vedere un verde così intenso è un balsamo per gli occhi, e per il cuore… 
Accidenti! Dovevo girare per quella strada lì sulla destra! Come fa un castello così grande ad essere anche così ben nascosto e isolato?! Poco male, mi faccio i duecento metri di retromarcia e ci sono.
Pier Paolo no, non la sbagliava mai l’uscita: lo aveva scelto con tanta cura questo posto e l’aveva fatta così tante volte questa strada che avrebbe potuto guidare ad occhi chiusi, bendato.
Strada poi: adesso è diventata una sterrato, è un viottolo di polvere, di fango, e poi non è più niente, si perde e finisce in mezzo all’erba.
Ventisei anni fa, qualcosa di più a dire il vero, quando Pier Paolo veniva qui tanto spesso (lo amava proprio questo posto), con la macchina si poteva arrivare fin su su. Io adesso devo invece proseguire a piedi, impacciato dalla vegetazione un po’ troppo fitta.
Pier Paolo, lo vedo quasi, andava su spedito e ansioso con la sua Alfa, e così la vedeva subito la torre di Chia. E andava veloce fin dentro il suo "maniero", la casa dove avrebbe voluto ancora tanto creare, scrivere, dipingere; dove avrebbe voluto anche morire…
Proseguo un po’ arrancando; è vero c’è salita ma io pure sono proprio messo male a fiato.
Eccola la torre: è la prima volta che vengo qui e sono un po’ emozionato; allungo il passo. Certo solo uno come Pier Paolo, o meglio solo Pier Paolo perché come lui non ce n’è, poteva scegliere un luogo come questo. Che solitudine, che incanto, che silenzio: che posto meraviglioso per pensare, riflettere, comporre. Ma anche per amare e, se Dio l’avesse voluto, sì, per morire. 
Come lui aveva desiderato. 
Pier Paolo Pasolini amava talmente tanto la vita che per finirla, per trascorrere gli ultimi anni, aveva scelto il posto più bello del mondo. Qui a Chia aveva veramente realizzato un sogno, trovato il buon ritiro per i momenti in cui la vita diventava davvero troppo opprimente, insopportabile. 
L’ho sempre creduto, profondamente: se uno ama così tanto qualcosa, qualsiasi cosa, ma soprattutto il luogo in cui vive, il suo amore resta lì per sempre, anche dopo che è morto, anche dopo che è morto da tanti anni.
E qui a Chia, qui nella torre di Chia, l’amore di Pasolini impregna ogni pietra, ogni passo, ogni ciuffo d’erba e lo senti che c’è ancora qualcosa di lui, tanto di lui…
Pier Paolo se lo godeva proprio questo piccolo viaggio da Roma a Chia, pregustava l’arrivo: 100 chilometri di fremente attesa sulla sua Alfa 2000, bella, fiammante…
Oggi, in questo posto, davanti alla torre, ci sono io. Anch’io fremente. Ma il cancello è sbarrato. E poi non è uno di quei cancelli, magari con le lance sopra che se provi a scavalcarlo ci lasci sopra una bella fetta di coscia, o proprio la pelle, ma da cui puoi vedere dentro, da cui puoi intrufolare lo sguardo, saziare almeno in parte la tua curiosità.
No! Sono sei metri per tre di acciaio massiccio, impenetrabile alla mano e allo sguardo, freddo: non si può vedere niente, ma proprio niente niente!
Non sarò un rocciatore; non sarò nemmeno agile: ma un occhio dentro lo devo buttare lo stesso.
E allora su, a forza di mani, di piedi, di imprecazioni.
Che fatica! Ma la testa è sopra il cancello; il corpo penzola…
Mi sono ferito anche tutte le mani per arrampicarmi sulla parete di ghiaccio. Del resto avevo scelta?
Ma…ma… è incredibile! Non ci voglio credere!
La vista dell’interno è ancora più desolante della rabbia provata prima, per il non poter entrare: non c’è più nulla.
Della sua casa dentro le mura della torre, della sua splendida casa dove lavorò al suo ultimo romanzo, di quei finestroni, di quelle vere e proprie pareti di vetro, di quella amena dimora fatta di pietra fra le pietre, di legno e calce e sogni e sangue, non resta nulla…
Non un sasso, non un gradino, non una rovina, nemmeno le fondamenta, nemmeno un ricordo di una parvenza di un fantasma della vita che fu.
Pier Paolo, che rispetto hanno avuto del tuo amore?
Che ne è stato della tua amatissima casa?
E del tuo ricordo…
Hanno forse buttato giù anche il Vittoriale, lì a Gardone? O la casa ferrarese di Ariosto "parva sed apta mihi"?
Mollo la presa dolorosa; mi lascio cadere dall’altissimo cancello.
Do un spolverata ai pantaloni.
Torno a Roma.

Emanuele Di Marco
9 dicembre 2000










 


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