Anna Magnani e Pier Paolo Pasolini sorridenti in una pausa di lavorazione di Mamma Roma [foto inoltrata da Paola e Lorenzo]
.
.
Il testo "ritrovato" da Claudio Romanelli
dell'Associazione "Controchiave" di Roma

Mamma Roma
[...] Gli occhi di Panzallegra mi fissavano con  primitiva insolenza, il sole mariano e la tramontana ne avevano segnato il volto, incrostandolo di polvere e sudore:
"So du ore, ... du ore de ritardo, che dovemo da fa?"
Anna non arrivava, la troupe era pronta, dovevamo girare la scena finale di Mamma Roma nel villaggio dell'INA Case, avevamo ormai poco tempo.
Tonino e Carlo continuavano a mettere a punto i loro strumenti Franco sembrava morto per davvero, era un'ora che non parlava più, da solo, buttato a terra, aveva smesso di cantare, aspettava immobile.
Non si scosse nemmeno quando da lontano s'alzò un tornado di polvere.
Un taxi brillava e dalla brusca frenata sbucò fuori Anna, vestita di colore azzurro, il viso sorridente e sfacciato: "Buongiorno signor Citti, sempre stanco della vita, no?"
Tutti aspettavano da me grida da Erinni, un'isterica scena da regista tradito.
Ma restai muto, dando secche disposizioni di scena, non volevo alterare la magia di quel meriggio romano, coi suoi sterri assolati e la sua onirica oscenità.
Un sospendersi magico che dovevo trattenere.
Anna si diresse alla roulotte come una regina, seguita da un nugolo di ragazzini a cui regalava caramelle ridendo forte: "ammazzete aho che sfacciati", poi si chinò ad accarezzarne uno, "a pidocchiè,  c'hai un muso così zozzo! (sguainò una moneta di carta)  tiè… porta l'amici tui alle giostre, ahò annate con lui, tutti assieme".
I ragazzini si allontanarono  come un turbine di vento seguendo pidocchiè, col suo vessillo di carta.
Poco dopo sorse dal trucco la madre nera, puttana  di vita,  era gonfia di dolore, pronta ad esplodere, squarciarsi il petto della sofferenza, ad arricciare l'acre sapore di pianto su per le narici, di noi tutti.
Ci fu una sola ripresa, il corpo di quella madre non aveva nulla di vero, era metafora assoluta di amore, divina mimesis del calore perduto.
La commozione ci abbracciò, Franco divenne tanto pallido da sembrare morto davvero.
Gli occhi come iene affamate assorbivano in me ogni sua mossa ed un singhiozzo lontano iniziò ad ulularmi affianco, le rimasi immobile dinanzi.
Anna si alzò, si girò attorno canticchiando, poi mi fissò con la bocca spalancata al riso:
"A Pà,  che c'hai? Ma che me fai la faccia der bambacione?" ma  che te possino ammazzatte, sta lenza!"
E sparì, lasciandoci orfani.
[…]
.