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Il testo "ritrovato" da Claudio
Romanelli
dell'Associazione "Controchiave"
di Roma
Mamma Roma
[...] Gli occhi di Panzallegra
mi fissavano con primitiva insolenza, il sole mariano e la tramontana
ne avevano segnato il volto, incrostandolo di polvere e sudore:
"So du ore, ... du ore de
ritardo, che dovemo da fa?"
Anna non arrivava, la troupe
era pronta, dovevamo girare la scena finale di Mamma Roma nel villaggio
dell'INA Case, avevamo ormai poco tempo.
Tonino e Carlo continuavano
a mettere a punto i loro strumenti Franco sembrava morto per davvero, era
un'ora che non parlava più, da solo, buttato a terra, aveva smesso
di cantare, aspettava immobile.
Non si scosse nemmeno quando
da lontano s'alzò un tornado di polvere.
Un taxi brillava e dalla
brusca frenata sbucò fuori Anna, vestita di colore azzurro, il viso
sorridente e sfacciato: "Buongiorno signor Citti, sempre stanco della vita,
no?"
Tutti aspettavano da me
grida da Erinni, un'isterica scena da regista tradito.
Ma restai muto, dando secche
disposizioni di scena, non volevo alterare la magia di quel meriggio romano,
coi suoi sterri assolati e la sua onirica oscenità.
Un sospendersi magico che
dovevo trattenere.
Anna si diresse alla roulotte
come una regina, seguita da un nugolo di ragazzini a cui regalava caramelle
ridendo forte: "ammazzete aho che sfacciati", poi si chinò ad accarezzarne
uno, "a pidocchiè, c'hai un muso così zozzo! (sguainò
una moneta di carta) tiè… porta l'amici tui alle giostre,
ahò annate con lui, tutti assieme".
I ragazzini si allontanarono
come un turbine di vento seguendo pidocchiè, col suo vessillo
di carta.
Poco dopo sorse dal trucco
la madre nera, puttana di vita, era gonfia di dolore, pronta
ad esplodere, squarciarsi il petto della sofferenza, ad arricciare l'acre
sapore di pianto su per le narici, di noi tutti.
Ci fu una sola ripresa,
il corpo di quella madre non aveva nulla di vero, era metafora assoluta
di amore, divina mimesis del calore perduto.
La commozione ci abbracciò,
Franco divenne tanto pallido da sembrare morto davvero.
Gli occhi come iene affamate
assorbivano in me ogni sua mossa ed un singhiozzo lontano iniziò
ad ulularmi affianco, le rimasi immobile dinanzi.
Anna si alzò, si
girò attorno canticchiando, poi mi fissò con la bocca spalancata
al riso:
"A Pà, che
c'hai? Ma che me fai la faccia der bambacione?" ma che te possino
ammazzatte, sta lenza!"
E sparì, lasciandoci
orfani.
[…]
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