“Io sono pieno
di una domanda a cui non so
rispondere” (1).
Una domanda, la domanda.
Teorema è la ricerca
(in gran parte fallita) della risposta.
“Perché
guardo fisso davanti a me come vedessi qualcosa?” (2).
“Come
vedessi qualcosa”: Paolo, il padre, sperduto nel deserto, crede di aver
scorto qualcosa, ma non ne è sicuro; rimane, lancinante, il dubbio.
Inteso come oggettivazione
artistica della ricerca dell’alterità, dell’inesplicabile sentimento
del sacro racchiuso nell’anima umana, Teorema è da leggersi
come film eminentemente religioso. Un film che accese, ai suoi tempi, molte
polemiche e discussioni infuocate, proprio per il suo carattere di opera
dai forti contenuti; ma che suscitò anche grande apprezzamento.
Così Marc Gervais, presidente della giuria dell’OCIC (Office Catholique
International du Cinéma) che premiò il film di Pasolini nel
’68, difese in seguito la propria scelta:
“Evidentemente,
l’atmosfera erotica e soprattutto una certa sensibilità omosessuale,
rendono questo film sospetto. Ma il suo carattere mistico è incontestabile.
È una interrogazione sulla condizione umana. È un’opera sull’esigenza
dell’assoluto e su un rifiuto dell’imborghesimento che aliena l’uomo”.
(3)
Film, questo, accusato da più
parti (ancora oggi) di cervelloticità e di intellettualismo; senz’altro,
come afferma lo stesso Pasolini, “più problematico, […] ambiguo,
[…] per le élite” (4) di quanto non
fossero stati i precedenti lavori. Un’opera per la cui decodificazione
è richiesta al fruitore una partecipazione indubbiamente maggiore
ed una riflessione decisamente approfondita.
Il teorema proposto da Pasolini
è tanto lineare nel suo enunciato quanto irrisolto nelle sue conclusioni:
quando il sacro fa irruzione nella vita dell’uomo, allora cosa accade?
Nel film il verbo portato dall’Ospite, non trovando terreno fertile nell’anima
dei visitati, porta la distruzione dei vecchi valori senza rimpiazzarli
con dei nuovi: porta la pazzia. Recita significativamente una poesia dello
stesso Pasolini:
“Ah, dolce religione,
del resto tante volte tradita,
nell’uomo in cui ti sei
inaridita, nasce la pazzia” (5).
L’incontro col divino mette
in luce, dunque, in maniera drammatica la terribile ambiguità della
natura umana, sospesa com’è fra il divino e il bestiale, fra la
possibilità (appena intravista) della salvezza, e la perdizione
definitiva.
Alla partenza inaspettata
dell’Ospite, ogni personaggio di Teorema si “blocca” in un frammento
d’utopia. L’ambiguità, senz’altro cifra di tutta l’opera nonché
della vita di Pasolini, si sbilancia decisamente verso il suo polo negativo,
la bestialità, per quanto riguarda i due giovani: Odetta e Pietro.
Entrambi subiscono uno scacco violento, terribile: la testarda paralisi
di Odetta e l’impotenza espressiva ed umana di Pietro, sembrano, infatti,
non avere possibilità di redenzione.
Nella magmatica produzione
artistica di Pasolini, non è difficile trovare il riscontro poetico
di questa riflessione sul mancato accoglimento del messaggio divino; la
rigidità sconcertante del corpo di Odetta ci appare come la raffigurazione
plastica dei seguenti versi tratti ancora da “Pietro II”:
“[…] L’io soffre
un’inestetica erezione: ha per sé un amore infelice” (6).
Nella descrizione del destino
assolutamente irredimibile di Pietro e Odetta, il giudizio che Pasolini
darà in seguito e con violenza inaudita sui giovani del ’68, e che
già da tempo aveva espresso sulla gioventù italiana in generale,
figlia del “genocidio” e del violento cambiamento antropologico portato
dall’evoluzione neocapitalistica del nostro paese, è ben più
che adombrato.
Spostando, invece, la nostra
attenzione sui personaggi adulti del film, un discorso a parte merita senz’altro
Emilia, la serva. Presenza paradigmatica di un differente universo umano
destinato a scomparire, ci appare come l’unica personalità in cui
il messaggio soprannaturale trova terreno fecondo, approda ad esiti positivi,
fruttifica; non è casuale che sia proprio lei l’unica cui è
concesso accompagnare l’Ospite alla porta. La sua successiva santità
è simbolico riconoscimento dell’“animus” religioso della cultura
contadina e sottoproletaria, così come l’immagine del suo seppellimento
è la rappresentazione plastica dell’inarrestabile scomparsa di questo
mondo e delle speranze connesse ad esso.
Per quanto riguarda i due
adulti della famiglia borghese di Teorema, Lucia e Paolo, mi sembra
chiaro che il giudizio di Pasolini rimanga, effettivamente, in sospeso;
che l’ambiguità bene-male, divino-bestiale, salvezza-perdizione
non si sciolga. Dopo la visita dell’Ospite i due personaggi rimangono assolutamente
irrisolti, restano bloccati: lei fra la carnalità dei suoi torbidi
incontri sessuali e il doppio richiamo religioso-contadino della chiesetta
di campagna; lui in quel deserto, metafisico, dove lancia l’urlo terribile,
ma soprattutto terribilmente ambiguo, che chiude il film:
“È impossibile
dire che razza di urlo
sia il mio: è
vero che è terribile
- tanto da sfigurarmi
i lineamenti
rendendoli simili alle
fauci di una bestia -
ma è anche, in
qualche modo, gioioso,
tanto da ridurmi come
un bambino.
È un urlo fatto
per invocare l’attenzione di qualcuno
o il suo aiuto; ma anche,
forse, per bestemmiarlo” (7).
Il grido lanciato da Paolo rimane,
dunque, in sospeso fra la preghiera e la maledizione; la sua esperienza
umana resta irrisolta: anche il finale del film, paradigma dell’intera
opera, è bloccato.
Ci ritornano alla mente le
parole accorate che Pasolini rivolge in una lettera a Don Giovanni Rossi,
il direttore della “Pro Civitate Christiana”, col quale fu sodale ai tempi
de Il Vangelo secondo Matteo:
“Sono ‘bloccato’,
caro Don Giovanni, in un modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. La
mia volontà e l’altrui sono impotenti” (8).
Pier Paolo, come i personaggi
di Teorema, come tanti suoi personaggi, vive drammaticamente questa empasse,
questa, lo ripetiamo ancora una volta, ambiguità che è senza
dubbio la cifra più autentica della sua opera e della sua stessa
vita.
E il dramma esistenziale
dell’uomo Pasolini è rappresentato dalla figura dolorosa, violenta
e di un rilievo espressivo indimenticabile, evocata dal seguito della stessa
lettera a Don Giovanni:
“Forse perché
io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in
sella (come molti potenti della vita o molti miseri peccatori): sono caduto
da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così
che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via,
con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né
risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre
sulla terra di Dio” (9).
NOTE
(1) P.P.
Pasolini, Teorema, Garzanti, Milano, 1968, p.198.
(2)
Idem,
p.199.
(3)
Le Nouvel Observateur, 23 dicembre 1968.
(4)
Bianco e Nero, XXVIII, 3-4, marzo-aprile 1967.
(5)
P.P. Pasolini, Poesia in forma di rosa, Pietro II, p.79, Garzanti,
Milano, 1976.
(6)
Op.
cit., p.79.
(7)
Teorema,
cit., pp.199-200.
(8)
N. Naldini, Lettere, vol. II, 27 dicembre 1964, pp.576-577.
(9)
Ibidem. |