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I contributi dei visitatori

Riflessioni su Teorema
di Emanuele Di Marco


Io sono pieno di una domanda a cui non so
rispondere” (1).
Una domanda, la domanda.

Teorema è la ricerca (in gran parte fallita) della risposta.

Perché guardo fisso davanti a me come vedessi qualcosa?” (2).
“Come vedessi qualcosa”: Paolo, il padre, sperduto nel deserto, crede di aver scorto qualcosa, ma non ne è sicuro; rimane, lancinante, il dubbio.

Inteso come oggettivazione artistica della ricerca dell’alterità, dell’inesplicabile sentimento del sacro racchiuso nell’anima umana, Teorema è da leggersi come film eminentemente religioso. Un film che accese, ai suoi tempi, molte polemiche e discussioni infuocate, proprio per il suo carattere di opera dai forti contenuti; ma che suscitò anche grande apprezzamento. Così Marc Gervais, presidente della giuria dell’OCIC (Office Catholique International du Cinéma) che premiò il film di Pasolini nel ’68, difese in seguito la propria scelta:

“Evidentemente, l’atmosfera erotica e soprattutto una certa sensibilità omosessuale, rendono questo film sospetto. Ma il suo carattere mistico è incontestabile. È una interrogazione sulla condizione umana. È un’opera sull’esigenza dell’assoluto e su un rifiuto dell’imborghesimento che aliena l’uomo”. (3)
Film, questo, accusato da più parti (ancora oggi) di cervelloticità e di intellettualismo; senz’altro, come afferma lo stesso Pasolini, “più problematico, […] ambiguo, […] per le élite” (4) di quanto non fossero stati i precedenti lavori. Un’opera per la cui decodificazione è richiesta al fruitore una partecipazione indubbiamente maggiore ed una riflessione decisamente approfondita.

Il teorema proposto da Pasolini è tanto lineare nel suo enunciato quanto irrisolto nelle sue conclusioni: quando il sacro fa irruzione nella vita dell’uomo, allora cosa accade? Nel film il verbo portato dall’Ospite, non trovando terreno fertile nell’anima dei visitati, porta la distruzione dei vecchi valori senza rimpiazzarli con dei nuovi: porta la pazzia. Recita significativamente una poesia dello stesso Pasolini:

Ah, dolce religione, del resto tante volte tradita,
nell’uomo in cui ti sei inaridita, nasce la pazzia” (5).
L’incontro col divino mette in luce, dunque, in maniera drammatica la terribile ambiguità della natura umana, sospesa com’è fra il divino e il bestiale, fra la possibilità (appena intravista) della salvezza, e la perdizione definitiva.

Alla partenza inaspettata dell’Ospite, ogni personaggio di Teorema si “blocca” in un frammento d’utopia. L’ambiguità, senz’altro cifra di tutta l’opera nonché della vita di Pasolini, si sbilancia decisamente verso il suo polo negativo, la bestialità, per quanto riguarda i due giovani: Odetta e Pietro. Entrambi subiscono uno scacco violento, terribile: la testarda paralisi di Odetta e l’impotenza espressiva ed umana di Pietro, sembrano, infatti, non avere possibilità di redenzione.

Nella magmatica produzione artistica di Pasolini, non è difficile trovare il riscontro poetico di questa riflessione sul mancato accoglimento del messaggio divino; la rigidità sconcertante del corpo di Odetta ci appare come la raffigurazione plastica dei seguenti versi tratti ancora da “Pietro II”:

“[…] L’io soffre un’inestetica erezione: ha per sé un amore infelice” (6).
Nella descrizione del destino assolutamente irredimibile di Pietro e Odetta, il giudizio che Pasolini darà in seguito e con violenza inaudita sui giovani del ’68, e che già da tempo aveva espresso sulla gioventù italiana in generale, figlia del “genocidio” e del violento cambiamento antropologico portato dall’evoluzione neocapitalistica del nostro paese, è ben più che adombrato.

Spostando, invece, la nostra attenzione sui personaggi adulti del film, un discorso a parte merita senz’altro Emilia, la serva. Presenza paradigmatica di un differente universo umano destinato a scomparire, ci appare come l’unica personalità in cui il messaggio soprannaturale trova terreno fecondo, approda ad esiti positivi, fruttifica; non è casuale che sia proprio lei l’unica cui è concesso accompagnare l’Ospite alla porta. La sua successiva santità è simbolico riconoscimento dell’“animus” religioso della cultura contadina e sottoproletaria, così come l’immagine del suo seppellimento è la rappresentazione plastica dell’inarrestabile scomparsa di questo mondo e delle speranze connesse ad esso.

Per quanto riguarda i due adulti della famiglia borghese di Teorema, Lucia e Paolo, mi sembra chiaro che il giudizio di Pasolini rimanga, effettivamente, in sospeso; che l’ambiguità bene-male, divino-bestiale, salvezza-perdizione non si sciolga. Dopo la visita dell’Ospite i due personaggi rimangono assolutamente irrisolti, restano bloccati: lei fra la carnalità dei suoi torbidi incontri sessuali e il doppio richiamo religioso-contadino della chiesetta di campagna; lui in quel deserto, metafisico, dove lancia l’urlo terribile, ma soprattutto terribilmente ambiguo, che chiude il film:

È impossibile dire che razza di urlo
sia il mio: è vero che è terribile
- tanto da sfigurarmi i lineamenti
rendendoli simili alle fauci di una bestia -
ma è anche, in qualche modo, gioioso,
tanto da ridurmi come un bambino.
È un urlo fatto per invocare l’attenzione di qualcuno
o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo” (7).
Il grido lanciato da Paolo rimane, dunque, in sospeso fra la preghiera e la maledizione; la sua esperienza umana resta irrisolta: anche il finale del film, paradigma dell’intera opera, è bloccato.

Ci ritornano alla mente le parole accorate che Pasolini rivolge in una lettera a Don Giovanni Rossi, il direttore della “Pro Civitate Christiana”, col quale fu sodale ai tempi de Il Vangelo secondo Matteo:

Sono ‘bloccato’, caro Don Giovanni, in un modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. La mia volontà e l’altrui sono impotenti” (8).
Pier Paolo, come i personaggi di Teorema, come tanti suoi personaggi, vive drammaticamente questa empasse, questa, lo ripetiamo ancora una volta, ambiguità che è senza dubbio la cifra più autentica della sua opera e della sua stessa vita.

E il dramma esistenziale dell’uomo Pasolini è rappresentato dalla figura dolorosa, violenta e di un rilievo espressivo indimenticabile, evocata dal seguito della stessa lettera a Don Giovanni:

Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio” (9).
 

Emanuele Di Marco
maggio 2002


NOTE

(1) P.P. Pasolini, Teorema, Garzanti, Milano, 1968, p.198.
(2) Idem, p.199.
(3) Le Nouvel Observateur, 23 dicembre 1968.
(4) Bianco e Nero, XXVIII, 3-4, marzo-aprile 1967.
(5) P.P. Pasolini, Poesia in forma di rosa, Pietro II, p.79, Garzanti, Milano, 1976.
(6) Op. cit., p.79.
(7) Teorema, cit., pp.199-200.
(8) N. Naldini, Lettere, vol. II, 27 dicembre 1964, pp.576-577.
(9) Ibidem.




 


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