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Nel mese di dicembre 2000 Elena Aguzzi ha curato una pagina speciale in omaggio a Pier Paolo Pasolini sul giornale di cinema e cultura da lei diretto, "Quarto potere", distribuito a Milano, sud Milano e Roma. "Pagine corsare" pubblica qui il suo "speciale Pasolini" ![]() A 25 anni dalla morte Pier Paolo Pasolini continua a fare discutere. Lui ne sarebbe contento. Noi abbiamo voluto rendere omaggio a quest’artista poliedrico e a questo instancabile intellettuale con calcolato ritardo, per evitare di dire cose che gli altri hanno già detto e passare sopra le polemiche che puntualmente nascono quando si fa il suo nome. Vogliamo anche evitare domande accademiche del tipo "cosa direbbe del mondo attuale se fosse qui?": non lo sapremo mai. Come di ogni artista scomparso, ci rimangono le sue opere. Di queste vogliamo parlare. "Ogni immagine di questa terra, ogni volto umano, ogni battere di campane, mi viene gettato contro il cuore ferendomi con un dolore quasi fisico. Non ho un momento di calma, perché vivo sempre gettato nel futuro: se bevo un bicchiere di vino, e rido forte con gli amici, mi vedo bene e mi sento gridare, con disperazione immensa e accorata, con un rimpianto prematuro di quanto faccio e godo, una coscienza continuamente viva e dolorosa del tempo"Un uomo scomodo Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922 da Carlo Pasolini, tenente di fanteria, e Susanna Colussi, insegnante, friulana. Durante l’infanzia e l’adolescenza Pasolini deve "continuamente adattarsi a degli ambienti nuovi, seguendo i trasferimenti del padre ufficiale a Parma, Belluno, Conegliano, Sacile, Idria, Cremona, Reggio Emilia...". Il padre è una figura temuta e tirannica; la madre, la figura dominante, è mite e amatissima. Nel ’42, mentre il padre è prigioniero in Africa, la famiglia si rifugia a Casarsa , e il giovane Pasolini inizia a scrivere poesie, che pubblica a proprie spese. Nel ’45 il fratello Guido, che militava in un gruppo partigiano facente capo alla brigata "Osoppo", viene ucciso, appena diciannovenne, dai partigiani jugoslavi: per Pier Paolo è un trauma. Finita la guerra torna il padre, e si riaccendono i contrasti; intanto Pasolini consegue a Bologna la laurea in lettere, con una tesi su Pascoli, e inizia l’insegnamento nelle scuole medie di un paese vicino a Casarsa, Valvasone. Gli anni giovanili, vissuti in un amato mondo contadino, vengono più tardi visti come mitici e irrimediabilmente perduti. Le poesie scritte tra il ’43 e il ’49 rivelano questo, ma un’accusa di pederastia lo costringe a fuggire a Roma. Qui vive anni difficilissimi, da "disoccupato disperato, di quelli che finiscono suicidi", cambiando continuamente indirizzo, legandosi al mondo della borgata. "Era un mondo degradato e atroce, ma conservava un suo codice di vita e di lingua al quale nulla si è sostituito. Oggi i ragazzi delle borgate vanno in moto e guardano la televisione, ma non sanno più parlare, sogghignano appena". Il padre li raggiunge, Pasolini riesce ad avere un impiego da insegnante e, nel ’54, pubblica la raccolta delle sue poesie friulane. Lavora alla rivista "Officina" e, grazie all’amicizia con intellettuali e scrittori, collabora ad alcune sceneggiature. L’anno successivo pubblica il suo primo, dirompente romanzo, Ragazzi di vita, e nel ’60 scopre nel cinema un nuovo mondo espressivo. Dal ’61 al ’75 realizza una dozzina di film (ai quali vanno aggiunti episodi, documentari e cortometraggi), compone romanzi, poesie, opere teatrali, intensifica gli interventi polemici e saggistici, procurandosi numerose denunce, spesso completamente gratuite e fantasiose. All’alba del 2 novembre 1975 il suo cadavere viene rinvenuto, massacrato, presso l’idroscalo di Ostia. L’assassino è subito identificato in Pino Pelosi, reo confesso, un ragazzo che Pasolini aveva "raccattato". Gli amici del poeta non si danno per vinti e sostengono l’ardua tesi del complotto: tracce e testimonianze lasciano intendere che Pelosi non ha agito da solo. Perlomeno, con altri "ragazzi di vita" che si sono divertiti ad uccidere. Finora, è stato il solo a pagare. Cinema e pittura
Se in Accattone la sacralità è maggiormente contenuta nella musica (di Bach: una scelta geniale che all’epoca fu duramente contestata), in Mamma Roma i rimandi ai quadri si sprecano: dal banchetto che riproduce ambiente e posizioni a tavola dell’ultima cena dipinta dal Ghirlandaio, all’immagine finale del ragazzo morente, che riprende fedelmente il "Cristo morto" del Mantegna (uno dei quadri più amati dalla cinematografia). Del resto, il protagonista del film assomiglia in modo impressionante al "Ragazzo con la frutta" di Caravaggio, al quale Pasolini spesso si ispira nella scelta dei volti. Un altro film in cui i richiami pittorici sono addirittura sfacciati è La ricotta, attraversato da "deposizioni" cinquecentesche, quali il Pontormo e un Rosso Fiorentino imitato nei più minuti dettagli. Anche Il Vangelo secondo Matteo è, ovviamente, ricco di particolari pittorici, come la Via crucis che riproduce, in movimento, diversi dettagli de "La storia della croce" di Piero della Francesca. E nell’ultimo episodio del Decameron il regista stesso assume i panni di un allievo di Giotto (e il suo aspetto fisico rimanda a un dipinto di Velazquez...), il quale, di fronte al suo "Giudizio Universale", sogna di animare a "tableau vivant" l’affascinante immagine del paradiso e l’inquietante visione dell’inferno. Appunti per una cinebiografia
pasoliniana
E dopo un paio di documentari (La rabbia, firmato con Giovannino Guareschi, e Comizi d’amore) tocca all’intellettuale di sinistra Pasolini realizzare un film sulla vita di Gesù. "La storia della Passione è per me la più grande che sia mai accaduta, e i Testi che la raccontano i più sublimi che siano stati scritti", dichiara l’artista e Il Vangelo secondo Matteo, filmato secondo l’ormai caratteristica cifra stilistica di un realismo "contemporaneo" fortemente estetizzante, segue con assoluta fedeltà letterale il testo evangelico. Dopo un sopralluogo in Terrasanta, si decide di girare il film (non solo per ragioni economiche) presso Matera. Gli attori sono di nuovo dei non professionisti (la Madonna anziana ha il volto dell’amatissima madre Susanna). Il set è povero, primitivo. Se si escludono certe "forzature" messe tra le righe (Gesù è quasi un marxista...), è forse il miglior film realizzato su un testo sacro. Lo spirito religioso e al contempo marxista, le immagini realistiche e al contempo simboliche e studiatissime, tornano nel successivo Uccellacci e uccellini, che vede protagonista Totò (!), accanto a un amico di borgata, Ninetto Davoli. È la storia di un tentativo di "iniziazione" di due poveracci da parte di un corvo saccente (la voce è quella del regista), che finirà ucciso dai due. Da questo momento la carriera registica del nostro prende tre strade espressive: precisi cortometraggi (La terra vista dalla luna, Che cosa sono le nuvole?, La sequenza del fiore di carta) e diari di lavoro (Appunti per un film sull’India, Appunti per un’Orestiade africana, Le mura di Sana’a); film palesemente simbolici e metaforici (Teorema, del ’68, dove il bellissimo Terence Stamp seduce un’intera famiglia dell’alta borghesia milanese e poi scompare, lasciando dietro di sé conseguenze diverse – disastrose o positive – a seconda dell’individuo sedotto; Porcile, del ’69, con due storie parallele di cannibalismo e zoorastia, una ambientata in epoca arcaica e l’altra in epoca contemporanea, dal significato antiautoritario e che riecheggiano il cinema di Buñuel); film tratti da importanti opere letterarie. Questi ultimi sono i "mitici" Edipo Re, con Silvana Mangano, e Medea, con un’intensa, infelice, innamorata Maria Callas, autentici salti mortali in un immaginario mitologico e pauperistico, dove la parola viene soffocata dall’immagine e dal suono e dalla violenza della vicenda narrata; e la "trilogia della vita" composta dal Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte. Medievaleggianti e "volgari" i primi due, sublime il terzo, questi film hanno avuto la disgrazia storica di inaugurare un esecrabile filone di pellicole pecorecce che nulla hanno a che spartire con gli originali letterari, né con quelli cinematografici. Nel percorso di Pasolini, invece, rappresentano il ritorno alla letteratura e si spogliano di certi eccessi visivi ed ideologici che stanno minando la sua opera, per riportare alla luce il piacere della narrazione e la gioia dell’erotismo qui, anzi, per la prima volta visto in maniera positiva e non colpevole. Purtroppo l’ultimo film che ci lascia è il controverso, violento, cupo Salò, o le 120 giornate di Sodoma, una sorta di viaggio nei gironi infernali della violenza, senza riscatto. Poesia in forma di rosa
In particolare, Pasolini è stato grande nell’ambito della poesia, con la quale è artisticamente nato, e in quello della narrativa. Nulla di più distante, a prima vista: malinconico, suggestivo, semplice, musicale quando scrive in poesia, in particolare nelle sue prime liriche "furlane": "Lassàt in tal
recuart
Liriche che egli stesso traduce in calce, e che richiamano la semplicità e il sottile erotismo di Sandro Penna, e il cui stile non si perde nemmeno quando, successivamente, darà loro un più preciso impianto ideologico: anche Le ceneri di Gramsci mantiene la diretta musicalità e lo "struggimento" de La meglio gioventù. Viceversa i suoi romanzi Ragazzi di vita, Una vita violenta, il controverso (e postumo) Petrolio si distinguono per la loro violenza verbale e il crudo verismo degli ambienti e del linguaggio (fu un altro scandalo: l’uso del dialetto non solo nei dialoghi, ma per l’intera narrazione, era una cosa che non si era mai vista, e a peggiorare le cose c’era l’evidente empatia tra il narratore e il mondo degradato delle borgate romane che andava raccontando). Eppure le poesie in friulano e i romanzi in romanesco non sono così lontani. Vi è in entrambi l’uso quotidiano e popolare della lingua, vi è l’amore per un mondo quasi animalesco, vi è il tentativo del colto autore di immedesimarsi con la vitalità gioiosa (anche quando drammatica) dei ragazzi che ammira e descrive. Di più: nel gergo rozzo dei borgatari si insinuano sprazzi descrittivi liricheggianti che rimandano ai primi tentativi narrativi del nostro: Il sogno di una cosa, Amado mio, Atti impuri (questi ultimi due titoli rimasti incompiuti e pubblicati postumi, anche se diversi brani che li compongono erano già apparsi sulle pagine di alcuni giornali). Romanzi, guarda caso, ambientati a Casarsa. |
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