."Pagine
corsare"
I contributi dei visitatori
Enea Baldi
Il professore
.
Ricordo
ancora, quelle mattinate di primavera in cui mia nonna uscendo di casa
diceva: "oggi andiamo dentro Roma".
Quel "dentro Roma" echeggia
ancora in me, risvegliando ogni volta la stessa curiosità infantile.
Mi sono sempre chiesto cosa volesse dire: quasi che Roma fosse un luogo
nello stesso tempo ampio e oscuro oppure luminosissimo ai miei occhi e
alla mia immaginazione di bambino. Il rumore violento del filobus numero
46 che, impegnando la discesa, faceva deragliare le sue antenne al di fuori
dei fili elettrici, era la benedizione, il viatico per ognuno di quei viaggi.
Ed era proprio quel piccolo
incidente - tra l'altro frequentissimo - che permetteva a mia nonna
di rallentare la sua affannosa corsa: mi sollevava da terra con una bracciata
potente mentre io ancora cercavo inutilmente di starle dietro con le mie
gambette ossute.
Una volta saliti sul filobus,
iniziava il rito della misurazione, un po’ come alla visita medica della
scuola: bastava un'occhiata obliqua del fattorino. Ai miei tempi si era
grandi quando si pagava il biglietto, ma io non arrivavo al metro neanche
in punta di piedi, nonostante i miei sette anni, e lei sempre un po’ seccata
per l’intrusione, mi spingeva regolarmente verso il mancorrente, che, ad
una certa altezza recava una tacca. E poi il dramma del posto a sedere,
e lì la nonna vinceva sempre, non tanto per la sua età, quanto
per un'evidente fasciatura sulla gamba sinistra, che copriva un'ulcera
varicosa.
Scendemmo dal filobus all'altezza
di Piazza della Chiesa Nova, io camminavo facendo finta di essere cieco,
guidato per la mano da mia nonna che mi avrebbe trascinato in ogni caso.
"Bello de' nonna ma n'hai
visto come te guardeno tutti?"
Ci fermammo a far colazione
in un piccolo bar di Via del Governo Vecchio.
"Dù cappuccini e
dù maritozzi ca' panna"
"A Richè fa 'n piascere
a nonna. Vamme a pià Grandotel e puro a settimana neghimistica si
è uscita, sinnò chi a sente tu madre?
Attento quanno traversi
a strada, e nun te fermà a parlà co' nisuno, come ar solito
tuo."
Camminavo rasente la chiesa,
col dito indice attaccato al muro e ovviamente facevo il cieco.
Ad un tratto avvertii un
colpo violento in pieno viso, aprii gli occhi e vidi una scena surreale,
divertentissima: un signore sui trentacinque anni vestito di grigio con
gli occhiali spessi da gufo stava per terra coperto di fogli e cartelline.
Mi toccai la faccia, mi
bruciava tutta la guancia destra.
"Scusami", disse il signore.
"Nu' me so fatto gnente,
e poi è corpa mia, facevo er ceco."
"Prego?"
"Er ceco, co' l'occhi chiusi!"
"Scusa ma non capisco",
disse rialzandosi e cercando di riordinare le sue cose.
"Faccio er ceco!"
"Tu mi ricordi… Sei come
uno dei tanti ragazzini che vedevo ogni giorno a scuola", disse l'uomo
contraendo la mandibola e facendo convergere i sopraccigli.
"Che fai, er professore?"
"Non più, ma dimmi
perché fai il cieco?"
"Perché me piasce
sta co' l'occhi chiusi, a vorte a casa me tappo puro l'orecchi e er naso
co' l'ovatta!"
Lo vidi farsi pallido in
volto, corrugare continuamente una fronte imperlata.
Tirò fuori velocemente
dalla tasca un fazzoletto di lino bianco, sapeva di lavanda, si asciugò
il sudore poi pulì le spesse lenti.
"E tua nonna cosa dice?",
disse accennando un breve sorriso.
"Mì nonna no sa.
O' voj 'n maritozzo cà panna?"
"Sì", rispose l'uomo
dandomi uno schiaffetto sulla guancia ancora dolente.
"Ao me fai male!"
"Scusa non volevo."
"Annamo allora?"
Mi prese per mano come avrebbe
fatto mio padre, attento e scrupoloso nell'attraversare la strada.
"A nò, quest'è
'n amico mio!"
"Giovinò metteteve
seduto, accomodateve."
"Signora non vorrei disturbare."
"Macchè nun disturbate
affatto, sedeteve."
"Richè, và
a chiamà Mariuccio, dije de portà 'n caffè pel signore.
O volete qarcos'artro?"
"Grazie un caffè
va bene."
"Quanto me so divertita!"
"Scusate, non capisco."
"Che botta che v' ha dato,
ah ah ah ah ah ah ah. Sentite, venite qua, nun me fate strillà,
nun vojo che me sente. Io lo so che Enrico fa er ceco, a vorte parla puro
da solo. Oppure fa er prete, se chiude 'ncamera e legge come 'nprete, aho
è uguale m'empressiona. Io lo so che nun è matto, e poi povero
fijetto co quello c'ha passato. Ma diteme de voi chi sete, che fate? C'avete
n'aria così sperduta!"
"Poco fa, quando mi sono
scontrato con suo nipote, stavo rileggendo una lettera inviatami da un
mio amico, un giovane insegnante di storia dell'arte… Dice che sarà
destituito dall'incarico in seguito ad un procedimento disciplinare."
"Che?"
"Aspetti, faccio prima a
leggervela", disse l'uomo sollevando gli occhiali sulla fronte e portando
il foglio quasi a contatto con il naso.
«Carissimo
amico,
l'atto di condanna nei miei
confronti è stato firmato quest'oggi dal Provveditore agli studi
di Roma. A nulla sono servite le denunce sul degrado culturale e sociale
in cui vivono i miei ragazzi.
Tu sai con quanto spirito
d'abnegazione e pertinacia io affronti ogni giorno le insulse, continue
provocazioni dei miei colleghi. Una settimana fa, mentre mi trattenevo
con un mio allievo che mi mostrava alcuni disegni che aveva fatto, dopo
l'orario delle lezioni, è entrata in aula la vicepreside e ci ha
trovati abbracciati. Quasi una scena di un tuo film: io semiseduto sulla
cattedra, con la gamba destra in appoggio e la sinistra sollevata a descrivere
l'angolo in cui lui si era rifugiato. Sopra di noi, testimoni severi, un
Cristo appeso al legno e il Presidente. Ho letto in quello sguardo, tutta
la violenza e l'odio del cattolicesimo borghese. Come spiegare, e a chi
soprattutto, che quell'abbraccio era un atto dovuto ad un giovane che vive
con terrore la triste condanna di rimanere per sempre in un mondo che non
è il suo. Come spiegare, e a chi soprattutto, che nella matita di
quel ragazzo c'è un caleidoscopio di colori e d'emozioni. Come spiegare
infine che il suo disagio di non essere 'normale' deriva dal fatto che
è vittima dei reiterati ed umilianti abusi sessuali del padre che
lo devastano di sensi di colpa. Sono costernato, e vivo costantemente la
prostrazione della cultura del nostro tempo.
Un fraterno abbraccio.
Tuo Marco»
Mia nonna ruppe il lungo silenzio
che seguì a quelle parole, e sbottò:
"Poro regazzino! Ma puro
voi fate er professore?"
"Lo sono stato, più
di dieci anni fa, poi sono tornato a leggere e a scrivere, quello che dovrebbero
insegnare ai ragazzini come suo nipote."
"Guardate giovinò
che Enrico sa legge e sa scrive, che vi credete; e puro bene", disse mia
nonna tradendo con disappunto un certo orgoglio.
"Mi scusi non intendevo…
non mi riferivo in particolar modo a Enrico. Anni fa insegnavo in una borgata
romana dove il degrado era tale che i miei ragazzi facevano fatica a essere
felici per più di cinque secondi. Quanta paura ho letto nei loro
occhi. Nessuno si occupa di loro, capisce signora? Sono soli, e suo nipote
ha gli stessi occhi, ma con una nonna come lei è al sicuro. I vuardi
Màri."
"Che avete detto?"
"Più vi guardo e
più vedo mia madre."
"De do' siete?"
"Sono nato a Bologna, ma
la mia infanzia l'ho trascorsa in Friuli."
"Richè che stai affà
co quer caffè, dallo ar signore che je se fredda."
Bevve velocemente il suo
caffè, si asciugò furtivamente gli occhi con l'indice e il
pollice sollevando appena gli occhiali scuri.
"E' proprio ora che vada",
disse raccogliendo le sue cartelle.
"State comoda signora e
grazie per la chiacchierata, se permettete…"
"Nun ce penzate nemmeno
er caffè ve l’offro io. Richè dà 'n bascetto ar signore."
Si avvicinò e mi
baciò in testa, avvertii di nuovo un buon profumo di lavanda, mi
sorrise, e prima di andarsene scompigliò i miei capelli ricci, fu
quasi violento nel farlo, e disse: "Mi raccomando stai vicino a nonna che
tu sei facile a perderti".
Lo vidi prendere di corsa
l'autobus diretto a Largo Argentina.
"Madonna mia, s'è
dimenticato 'a cartella, oddio e mo'? Famme npò vedè ce fosse
n'indirizzo, manco er nome m'ha detto quer signore."
Vidi mia nonna inforcare
i suoi occhiali da presbite, aprì la borsa di pelle scura e tirò
fuori dei fogli, diventò dapprima pallida, poi gli s'infuocarono
gli zigomi e due nuvole di condensa satinarono i suoi occhiali.
"Ma 'o sai chi era quello?"
disse ripiegando accuratamente un foglio.
"No", risposi io.
"E' quello che… quello che
tu nonno dice che… inzomma, quello che fa pure i firme un po’… Vabbè
nonna te lo dice n'artra vorta. Adesso aiutame 'a arzamme che sinnò
me chiude er Monte de Pietà."
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