Ancora
una volta solo pochissimi elementi dell’ormai stracolmo sistema dei
media e della cosiddetta società dell’informazione lo hanno ricordato
(tra cui Enzo Biagi nel suo Il Fatto), ma noi, se pur con la dovuta
cautela e umiltà, ci permettiamo di richiamare alla mente il giorno
5 Marzo, un giorno che nell’anno 1922 segnava la nascita di uno dei più
significativi protagonisti della cultura contemporanea: nasceva Pier Paolo
Pasolini. La sua città Natale fu Bologna, il padre era ufficiale
di fanteria e la madre insegnante, una famiglia di indubbia estrazione
borghese quindi. I suoi burrascosi rapporti col padre segnarono la sua
formazione giovanile, uno scontro che del resto rifletteva le ideologie
in lotta nel secondo conflitto mondiale. Lui durante la guerra non fu un
vero e proprio partigiano armato, come ama dire, ma certamente lo fu da
un punto di vista ideologico ed intellettuale, contribuendo a suo modo
con articoli e scritti alla propaganda partigiana dell’epoca.
Tra il 42’ e il 49’ trascorse
la sua vita nel paese d’origine della madre, Casarsa della Delizia, in
Friuli, e tale esperienza con quel mondo contadino che sapeva di arcaico,
costituì un momento di sicura rilevanza per la sua futura maturazione.
Si laureò all’Università
di Bologna in Lettere e Filosofia con una tesi su Pascoli.
All’inizio si arrangiò
collaborando con qualche testata giornalistica, scrivendo recensioni, correggendo
diverse bozze di opere letterarie e dedicandosi anche all’insegnamento
nella scuola media. La sua configurazione letteraria è quella propria
degli anni Trenta, dunque Ermetismo e la venerazione della poesia in quanto
tale, assunta a valore sacro.
Proprio a tale contesto risale
la sua prima produzione poetica: Poesie a Casarsa del 1942 e La
meglio gioventù del 1954 in dialetto friulano e poi quella in
lingua L’usignolo della Chiesa Cattolica del 1958, ma in realtà
originaria del periodo che Pasolini trascorse nel Friuli. Infatti è
proprio da quell’ambiente contadino incontaminato, innocente, un stato
di natura dedito alla contemplazione, che Pasolini evidenzia la sua sensibilità
romantico-decadente, la quale non può che essere espressa se non
con l’uso della lingua dialettale, l’unica che possa rappresentare degnamente
quel mondo primordiale. Il linguaggio poetico è di chiara ispirazione
ermetica e influenzata dall’insegnamento di Pascoli su un lingua analogica
tipica della scuola del Simbolismo.
La propensione vitale di
Pier Paolo cela però un lato oscuro, una chiara sofferenza interiore.
Vi è l’ombra del peccato e della morte. La mancata innocenza nel
vivere il suo slancio sessuale lo portarono a vivere la sua omosessualità
come un “serio problema”, su cui incise non poco anche l’insegnamento cattolico
che la famiglia cercò di inculcargli.
Ma già da allora si
capì in Pier Paolo una avversità, materiale e spirituale
al tempo stesso, verso ogni forma di dogmatismo, ortodossia e autoritarismo.
Un animo anarchico potremmo dire… ma sempre costruttivo.
Come già in parte
anticipato, Pasolini subì il fascino dell’ideologia di sinistra
dominate: il marxismo, un marxismo tutto suo, stimolo di impegno civile
con al centro l’essere umano, lontano quindi da qualsiasi ideologia totalitaria
e da qualsiasi imposizione di partito. Lui era un eterodosso per eccezione,
un eretico, uno che amava dire ed esprimere in tutto e per tutto la sua
critica. Non è un caso che fu espulso dal Partito Comunista italiano
dell’immediato dopoguerra! Del resto, la sua adesione al marxismo e quindi
al materialismo storico e dialettico, era una risposta antitetica a quell’animo
decadente ed irrazionalistico. Tale contraddizione è chiaramente
espressa nelle sue due migliori composizioni poetiche: Le Ceneri di
Gramsci (1957) e La religione del mio tempo (1961).
La svolta decisiva giunse
con la decisione di trasferirsi a Roma, affermandosi definitivamente come
scrittore grazie ai romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita
violenta (1959), i quali segnarono immediatamente la sua fama e che
continuano a delineare un Pasolini disorganico, quasi disorientato in cui
la sua contraddizione interna continuava ad animarsi. La sua attrazione
decadente trova spazio nel contesto sociale del sottoproletariato delle
borgate, segnate da un processo di degradazione morale e materiale.
Con la sua impurità
rispetto alla civiltà dei consumi della società borghese
e la sua stessa vitalità, il sottoproletariato rappresenta una negazione
oggettiva rispetto all’ideologia capitalistica dominate. L’utilizzo del
dialetto romano più crudo, ma certamente reale, rappresentava la
volontà di immettersi davvero in quella realtà così
torbida.
Tutto questo trova anche
configurazione nella sua produzione cinematografica: Accattone (1961)
Decameron (1971) e Mille e una notte (1974). Altro film significativo
fu Il Vangelo secondo Matteo (1964) in cui Pasolini esprime la sua
tensione intellettuale verso la spiritualità delle cose, consapevole
anche del fatto che il materialismo di stampo marxista non era sufficiente
a spiegare l’uomo in tutti i suoi elementi e soprattutto bisogni.
Vedendo un forte decadimento
della figura dell’intellettuale tradizionale, letterato e umanista, si
dedica anche alla produzione teatrale con testi quali Porcile (1969)
e Affabulazione.
Con l’affermarsi del boom
economico degli anni Sessanta, la sua critica civile si rivolge al dispiegarsi
della civiltà dei consumi, un’altra rivoluzione borghese come diceva,
intuendo molto prima di altri il pericolo di una “omologazione totalitaria
del mondo”, un mondo di consumatori e produttori, un mondo senza Uomini,
un appiattimento verso un universo piccolo borghese e conformista, un nuovo
“fascismo consumistico” come diceva.
L’uso dei mezzi di comunicazione
di massa e l’unico modello di linguaggio e di comportamento imposto avallarono
secondo Pasolini l’evoluzione del neocapitalismo, della società
del benessere e dello sviluppo. Tutto ciò lo fecero slittare verso
passioni nostalgiche per un mondo contadino, denso di autenticità
originarie e distante dalla modernità corruttrice. Parallelamente,
Pier Paolo non risparmia il ceto politico dirigente, “Il Palazzo” come
lo definiva, criticando poi la medesima organizzazione burocratica
del sistema dei partiti e rifiutando anche qualsiasi etichettatura qualunquista
che gli venne da più parti attribuita, riconoscendosi semmai in
una visione molto più anarchica nell’organizzazione dei partiti
politici.
Pasolini resta un punto di
riferimento della cultura italiana e non, un personaggio pungente nella
sua critica, un uomo di grande coraggio per le sue posizioni e rivelazioni,
un personaggio scomodo per molti. Le sue posizioni polemiche suscitarono
reazioni violente e astiose, fino ad arrivare ad una vera e propria persecuzione
con arresti, denunce e processi, e infine alla sua stessa morte.
Fu assassinato da un certo
Pelosi il 2 Novembre 1975, in una zona desolata di Ostia. Le indagini sull’omicidio
e la stessa autopsia effettuata sul corpo di Pier Paolo Pasolini rivelano
molti lati oscuri sulla vicenda, dimostrando che Pier Paolo fu picchiato
brutalmente da un gruppo di persone e che per nascondere le numerose ferite
tentarono di farlo passare come se fosse stata una macchina ad investirlo.
Il fatto ancora più dubbioso è che Pasolini aveva rivelato
poco tempo prima di avere certe prove riguardanti una delle vicende ancora
in parte oscure della vita repubblicana italiana: l’attentato di Piazza
Fontana del 1969.
Noi non vogliamo dimenticarlo!
E se pur con poche speranze di sapere la verità sulla sua morte,
speriamo che l’opera e l’attività di Pier Paolo possa continuare
a significare qualcosa, nel suo coraggio nella ricerca della verità
e nel suo spirito critico, specie per quella cosa chiamata “Sinistra”,
che oggi tenta di aggiornarsi e ridefinirsi, di fare i conti con un passato
certo doloroso e latente, ma non per questo bisognoso di perdere
i suoi valori di riferimento, ed in particolare uno a cui lo stesso Pasolini
a dedicato tanto: l’Uomo.
Federico, f.d.r.
aprile 2002
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