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Il ruolo dell'intellettuale
nell'era
della comunicazione
di massa
di Laura Lazzarin
[Ricerca
scritta per il corso di letteratura italiana
della
prof. Borek, dell'università di Vienna]

PIER PAOLO PASOLINI
"Chi non parla è dimenticato"
SOMMARIO
1. POESIA
E IMPEGNO INTELLETTUALE NELLA SOCIETA' DI MASSA
- Multimedialità
e rivolta degli Scapigliati
Rimbaud:
"Je ne sais plus parler"
- Arte
e vita
D'Annunzio
e i poeti laureati
- "J'accuse":
l'intellettuale e il potere
"O
tempora, o mores!": il moralista fustigatore dei costumi
- Socrate
e i giovani
Rousseau e il
buon selvaggio
- Realismo
e partecipazione. Da Verga al Neorealismo
- "Il
mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa..." (Karl Marx)
2. LINGUAGGIO,
GENERI E MEZZI ESPRESSIVI NELL'ERA DELLA COMUNICAZIONE DI MASSA
- Pasolini
e la lingua
Il
dialetto e il cinema
- Il
destinatario
"La
morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più
essere compresi"
- Musica
e pittura nell'opera di Pasolini
3. CONCLUSIONE
- Il
ruolo dell'intellettuale nell'era della comunicazione di massa
- Bibliografia
- Pasolini
in Internet
* * *
Nel corso della sua vita
Pier Paolo Pasolini (1922 -1975) si è dedicato a diversi generi
e mezzi espressivi in una incessante sperimentazione linguistica, esprimendo
da una parte la sua violenta passione politica, come intellettuale radicato
nel suo tempo; dall'altra il suo complesso mondo interiore, la sua problematica
esistenziale di uomo e di poeta.
1. POESIA E IMPEGNO
INTELLETTUALE NELLA SOCIETA' DI MASSA
Multimedialità
e rivolta degli Scapigliati
Rimbaud: "Je
ne sais plus parler"
La versatilità e
l'originalità dell'opera pasoliniana ricordano la generazione romantica
di Hoffman e la Scapigliatura milanese della seconda metà dell'Ottocento.
Artisti come Praga, Tarchetti, Boito, furono infatti poeti e narratori,
giornalisti e polemisti, musicisti e pittori.
Essi però tendono
alla multimedialità, a un'arte che coinvolga tutti i sensi umani,
al disordine di tutti i sensi (di qui l'uso della sinestesia, la
figura retorica che consiste nell'accostare termini appartenenti a sfere
sensoriali diverse), sulla scia dei Simbolisti francesi, dai quali riprendono
anche un certo maledettismo.
Pasolini si serve invece
dei diversi mezzi espressivi a seconda delle sue esigenze, e solo riguardo
ai suoi film si può parlare di multimedialità, caratteristica
intrinseca del cinema e in particolare del suo cinema di poesia,
commistione di immagine, parola e musica.
Gli Scapigliati si possono
collegare a Pasolini anche per la loro violenta critica alla società,
dovuta alla delusione per gli avvenimenti politici del loro tempo. Pasolini
visse la crisi degli ideali resistenziali nell'immediato dopoguerra, così
come essi vissero, in seguito all'unificazione italiana, la crisi dei valori
risorgimentali che avevano infervorato i loro "padri romantici" : anche
per gli Scapigliati la rivoluzione non è più che un sentimento.
Questi artisti furono animati
da uno spirito di rivolta e di opposizione agli ordini stabiliti e sentirono
profondamente la crisi del ruolo dell'intellettuale di fronte alla borghesia.
Per tutto l'Ottocento infatti gli intellettuali erano stati parte della
borghesia e portatori dei suoi ideali di uguaglianza e libertà,
sostenitori dei movimenti nazionali europei. A partire dalla seconda metà
dell'Ottocento intervengono mutamenti economici e sociali, l'industrializzazione
e il progressivo arroccamento della borghesia in nuovi privilegi, la nascita
del proletariato e dei primi movimenti operai.
L'intellettuale di conseguenza
vive un profondo distacco nei confronti della società e in particolare
nei confronti della borghesia, originariamente destinatario privilegiato
delle sue opere e il più delle volte sua classe di appartenenza.
Per questo motivo il rifiuto
della società da parte degli Scapigliati finisce per essere sterile
e velleitario: essi non riescono ad uscire del tutto dalla loro classe
di appartenenza, e questo sarà il problema di molti intellettuali
del periodo industriale, che, sostenitori dell'ideologia marxista e animati
da sincera simpatia per la causa operaia, non potranno liberarsi delle
loro origini borghesi.
In Pasolini l'appartenenza
alla borghesia non viene negata, ma viene usata come arma per condannarla
ancor più efficaciemente dall'interno. Per sua stessa ammissione:
"Essere marxisti, oggi, in un paese borghese, significa essere ancora
in parte borghesi. Fin che i marxisti non si renderanno conto di questo,
non potranno mai essere del tutto sinceri con se stessi. La loro infanzia,
la loro formazione, le loro condizioni di vita, il loro rapporti con la
società, sono ancora oggettivamente borghesi. La loro 'esistenzà
è borghese, anche se la loro 'coscienza‘ è marxista".
D'altra parte questa è
una delle tante contraddizioni che riguardano il poeta, che tra l'altro
aveva uno stile di vita non proprio sobrio, o per lo meno in contrasto
con i cenciosi ragazzi di borgata che tanto amava.
Per gli Scapigliati la scelta
del male sul piano esistenziale e del brutto sul piano estetico è
deliberatamente contrapposta al "bene" dei valori borghesi. Come Pasolini,
sentono forte il contrasto tra l'irrazionalità che li spinge alla
ricerca dell'inconscio e di un mondo naturale e puro, e la necessità
di realismo per criticare costruttivamente la società. In loro però
questa contraddizione è sterile e in parte programmata, non sentita
sinceramente. In Pasolini la contraddizione è il motore di tutta
l'opera, è dialettica ed estrema perchè vuole davvero scuotere
gli animi.
Quelle degli Scapigliati
sono pose, dovute a un vero sentimento di disagio, ma ricalcate dai loro
modelli francesi, in particolare Arthur Rimbaud.
E Rimbaud è una lettura
fondamentale per il giovane Pasolini, tanto che la scoperta del maledetto
di Charleville, avvenuta nel 1937 al liceo di Bologna, segna una vera e
propria cesura nella sua vicenda umana e artistica.
La diversità come
protesta e ribellione al moralismo ipocrita e al conformismo borghese è
una caratteristica comune a entrambi i poeti, ed è una diversità
marcata anche dal punto di vista sessuale, è l'omosessualità
talvolta sbandierata da Rimbaud come arma per épater les bourgeois,
ostentata e nello stesso tempo vissuta come un conflitto non risolto da
Pasolini. Tra i due d'altra parte si pone la cesura attuata da Freud, per
cui per rispondere alle sue contraddizioni Rimbaud va alla scoperta dell'ignoto
e dell'inconscio attraverso il disordine dei sensi e la poesia, mentre
Pasolini è ben consapevole del suo conflitto interiore e può
ricercarvi le cause con gli strumenti della psicoanalisi, per esempio per
quel che riguarda il rapporto con la madre, come si vede nei suoi film
della fase cosiddetta mitico-psicoanalitica che comprende tra l'altro Edipo
Re e Medea.
L'artista che nel 1870 è
corso a Parigi in aiuto degli operai per la difesa della Comune non può
che appassionare Pasolini, sia per la sua poesia e la sperimentazione linguistica,
sia per la sua figura di spirito irrequieto, "veggente" e testimone del
suo tempo, nel difficile rapporto con la società in crisi che lo
porterà molto presto al silenzio poetico, nell'incapacità
di comunicare. Pasolini invece continuerà a gridare fino alla fine,
sempre cercando un destinatario, sempre sperando di essere ascoltato e
compreso, perchè "non c'è mai disperazione senza un pò
di speranza".
Arte
e vita
D'Annunzio e
i poeti laureati
Il legame arte-vita riconosciuto
dallo stesso Pasolini fa pensare al maledettismo dei poeti francesi e all'estetismo
dei Decadenti.
Più volte egli afferma
la necessità di morire per potersi esprimere compiutamente: morire
della sua creazione, come si muore di parto. Si tratta di una morte sacrificale,
scelta liberamente e realizzata attraverso il martirio da parte del carnefice
conservatore: "Ognuno di noi (volendo o non volendo) fa vivendo un'azione
morale, il cui senso è sospeso. Da ciò la ragione della morte.
Se noi fossimo immortali saremmo immorali, perchè il nostro esempio
non avrebbe mai fine, quindi sarebbe indecifrabile, eternamente sospeso
e ambiguo". Per Pasolini la vita è una testimonianza, la morte
è il fulmineo montaggio del film della nostra vita, dà senso
alla vita e all'opera. E infatti il Vangelo di S.Giovanni viene citato
all'inizio di una poesia del 1974 intitolata non a caso "Il giorno della
mia morte": "...se il chicco di grano caduto in terra non morirà,
rimarrà solo, ma se morirà darà molto frutto".
Il Decadentismo era affermazione
di assoluto anticonformismo e narcisistico distacco dal gregge, dalla società
di massa.
Così il maggiore
esponente del Decadentismo italiano, Gabriele D'Annunzio, concepisce la
vita come opera d'arte, arrivando a posizioni antidemocratiche, al gesto
teatrale che fa scatenare le masse, al divismo che anticipa l'industria
culturale; si dedica a diversi generi letterari ed è attento al
rapporto col pubblico, all'interlocutore, ma asseconda le regole di mercato.Pasolini
rimane sempre su posizioni marxiste, sia pure intrise di contraddizioni,
vagheggiando, come sottolinea Alberto Moravia, un comunismo populista,
romantico e irrazionale.
Anche se comuni a D'Annunzio
e a Pasolini sono la ricerca di un mondo arcaico, mitico e primordiale,
e l'interesse per la materialità e la sensualità del corpo
umano, colto nella sua purezza originaria, la missione di "poeta vate"
è assolta dai due autori in modo completamente diverso.
Fino a Pasolini la poesia
civile in Italia è stata di destra, celebrativa per forma e contenuti,
a cominciare da Foscolo e Carducci. Come afferma Pasolini stesso: "Non
credo che la mia poesia si possa chiamare 'civilè; non lo è
per definizione, in quanto è poesia di opposizione continua, quasi
aprioristica, mentre la poesia 'civilè, come si è intesa
e fatta finora, è stata sempre poesia consenziente alle istituzioni,
o in opposizione riformistica".
D'Annunzio è poeta
ufficiale, è un poeta laureato secondo la definizione di
Eugenio Montale, che nella poesia "I limoni" afferma il suo distacco dalla
tradizione aulica-accademica, carica di toni retorici, e il desiderio di
una poesia dal timbro familiare e dialogico, riferendosi polemicamente
a poeti come Carducci e D'Annunzio: "Ascoltami, i poeti laureati si
muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi qualche sparuta anguilla". Montale
è un poeta contemporaneo a Pasolini, anch'egli critico nei confronti
della società dominata dai mass media e dell'inconsistenza comunicativa
delle sue forme di conversazione banalizzata, ma meno arrabbiato, più
lirico ed intimista: ciononostante egli non si isolò nella turris
eburnea in cui si erano ritirati i poeti ermetici negli anni del Fascismo,
ritagliandosi il loro margine di libertà nell'accuratezza formale,
e aderì al Manifesto degli intellettuali antifascisti.
Di fronte alla crisi in
cui cade la poesia, accusata negli anni del Neorealismo di essere una fuga
dalla realtà, disimpegno nei confronti della storia e della società,
Pasolini propone di trasporre la crisi in poesia.
È evidente nelle
sue poesie la contraddizione tra lo stile raffinato, quasi decadente, e
le sue posizioni di sinistra. In ogni caso il suo merito sta proprio nello
scandalo del contraddirsi, e il suo impegno intellettuale nel suo essere
incivile, critico, perennemente in opposizione, arrivando talvolta a posizioni
reazionarie nella sua condanna alla società di massa: è un
personaggio scomodo, di certo non un poeta laureato.
"J'accuse":
l'intellettuale e il potere
"O tempora,
o mores!": il moralista fustigatore dei costumi
L'impegno civile di Pasolini
è paragonabile allo sdegnato "J'accuse" di Emile Zola, che
si schierò a difendere l'ebreo incriminato del famoso affaire Dreyfus
e che subì un processo a causa del suo articolo di denuncia.
Nei confronti del Potere,
che definisce argutamente Palazzo, riferendosi agli intrighi e ai
misteri che regnano nella politica italiana, anche Pasolini non risparmia
le sue accuse. Nel 1974, durante una telefonata in cui si accorda per la
collaborazione al "Corriere della sera", dice: "10 giugno come nel'40:
anch'io dichiaro guerra". Ed è una guerra corsara, eretica e
luterana, che colpisce tutto e non risparmia nessuno.
Famosa è la rivelazione
del 14 novembre1974, sempre sul "Corriere della sera": "Io so. Io so
i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà
è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei
primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato [...].
Io
so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono
un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò
che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare
tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche
lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un
intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove
sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero".
Il 28 agosto 1975 parla
direttamente di quelli che lui ritiene colpevoli: "Andreotti, Fanfani,
Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero
essere trascinati sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità
sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione
del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali,
con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il
Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno
in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione
paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione
antropologica degli italiani, responsabilità dell'esplosione "selvaggia"
della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della
stupidità delittuosa della televisione. Senza un simile processo
penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro
paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani
(Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla".
E come Dante, nel 1975 con
"La Divina Mimesis" individua i mali del suo tempo, compiendo un metaforico
viaggio dentro l'Inferno neocapitalistico, dove ogni persona è diventata
principalmente un acquirente.
Al Potere e a ogni forma
di autorità, di prevaricazione e di negazione della libertà
e della diversità, Pasolini oppone sempre un energico rifiuto, un
forte spirito di contestazione.
Molti dei suoi lavori sono
una meditazione sul Potere, da "Porcile" del 1969, in cui il Potere divora
i figli disubbidienti, al pezzo teatrale "Calderon" del 1973, fino a "Salò",
feroce satira della violenza di ogni Potere, a partire da quello nazista,
e della mercificazione del corpo 'oggettò attuata dal potere consumistico:
"È un potere che manipola i corpi in modo orribile e che non
ha nulla da invidiare alla manipolazione fatta da Hitler: li manipola trasformando
le coscienze, cioè nel modo peggiore; istituendo dei nuovi valori
alienanti e falsi, che sono i valori del consumo; avviene quello che Marx
definisce: il genocidio delle culture viventi, reali, precedenti".
Il potere consumistico concede
una falsa tolleranza, manipola mantenendo l'illusione di libertà.
Le critiche a destra e a
sinistra fanno diventare Pasolini un personaggio al centro dell'attenzione
pubblica e di pesanti polemiche, un personaggio scomodo, nè egli
nasconde il suo scopo: "Bisogna essere impopolari: qualcosa cioè
di peggio che deludere! Bisogna dire verità impossibili (ma verità),
giocare con l'Antipatia come prima si era giocato con la Simpatia, preparare
con sorda ironia l'ultimo rifiuto".
E lui stesso spiega qual
è il compito dell'intellettuale: "L'intellettuale deve abbattere
stereotipi e catagorie riduttive, deve applicare ovunque gli stessi valori
senza dèi da venerare e raggiungere il massimo di indipendenza dalle
pressioni, scegliendo la solitudine piuttosto che la tolleranza servile
verso l'esistente", ed ancora "L'intellettuale ha il compito di
provocare e sfidare senza farsi cooptare,difendendo principi uguali per
tutti, impegnandosi, rischiando a 'rappresentarè e testimoniare
in pubblico la sua verità".
Pasolini si presenta come
un moderno fustigatore dei costumi. Nel suo ruolo instancabile di polemista
affronta sui giornali i più scottanti e delicati temi, tratti dalla
cronaca, dalla politica e dagli avvenimenti del suo tempo; analizza le
contraddizioni della società italiana e i mutamenti di costume,
provocando e costringendo alla riflessione e al confronto gli intellettuali
più avanzati e coinvolgendo masse di lettori, soprattutto giovani;
scruta la mutazione antropologica degli Italiani e si scandalizza facendo
a sua volta scandalizzare.
Osserva per esempio che
la famiglia rimane fondamentale nella società di massa perchè
solo all'interno della famiglia l'uomo è veramente consumatore:
"L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non
pronunciato. Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale
agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché
questo è l'ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve
obbedire, a patto di sentirsi 'diversò. Mai la diversità
è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo
di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma
è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo".
Si schiera contro l'aborto
perchè è contrario a ciò che la libertà sessuale
è a suo parere diventata: un obbligo, una convenzione, mentre ciò
che è sessualmente diverso viene ignorato o respinto.
Condanna la Chiesa che accettando
la società borghese capitalistica compie un errore storico che pagherà
probabilmente con il suo declino.
Scrive, articolo che rimarrà
celebre, che sono scomparse le lucciole ("darei l'intera Montedison
per una lucciola!"), metafora di cui si serve per illustrare la continuità
tra fascismo fascista e fascismo demoscristiano.
La critica a 360 gradi che
investe la sfera politica e la società lo rende paragonabile alle
grandi voci polemiche e satiriche del mondo latino: a Cicerone che rimpiange
i costumi e i valori degli antichi e lancia le sue Catilinarie come Pasolini
lancia a Moravia la sua Pasolinaria sui modi d'esser poeta; agli epigrammi
arrabbiati di Marziale; alle satire di Persio che condanna la corruzione
e il degrado socio-politico, l'ipocrisia e il dominio del denaro nella
turbida
Roma.
Sembra quasi di poter accostare
l'Italia neocapitalistica alla Roma imperiale.
Socrate
e i giovani
Rousseau e il
buon selvaggio
Pasolini ha dimostrato fin
dall'inizio la sua appassionata vocazione pedagogica, non solo nei riguardi
dei giovani ma come volontà di educazione collettiva sul piano etico-sociale.
Infatti non solo fu insegnante di scuola media, prima in Friuli e poi nella
periferia romana, ma fin da giovanissimo partecipò al dibattito
culturale su giornali e riviste.
Tra 1943 e 1944 fondò
a Casarsa la rivista "Stroligut di cà da l'aga" e l'Academiuta de
lengua friulana, pensata per i figli dei contadini come scuola in friulano
e luogo di discussione, e chiusa subito perchè dichiarata illegale.
In una lettera inviata a
un amico-poeta Luciano Serra nel 1943, dopo la deposizione di Mussolini
e la caduta del fascismo, emerge la sua concezione della missione di educazione
e di civiltà assegnata all'intellettuale: "L'Italia ha bisogno
di rifarsi completamente, ab imo, e per questo ha bisogno, ma estremo,
di noi, che nella spaventosa ineducazione di tutta la gioventù ex-fascista,
siamo una minoranza discretamente preparata. [...] Ho sentito in
me qualcosa di nuovo sorgere e affermarsi, con un'imprevista importanza:
l'uomo politico che il fascismo aveva abusivamente soffocato,senza che
io ne avessi la coscienza".
Dal 1960 al 1965 instaura
un vero e proprio dialogo con i lettori su "Vie Nuove", il settimanale
del Partito comunista italiano. Tra 1968 e il 1970 tiene sul settimanale
"Tempo" una rubrica chiamata "Il caos", il cui scopo è sempre il
colloquio con i lettori. Dal 1970 fino alla morte scrive articoli in vari
settimanali e quotidiani, tra cui "Il Corriere della Sera", suscitando
polemiche con la sua acuta quanto provocatoria indagine della società
italiana.
Alla base della sua Weltanschauung
c'è la dialettica, il dialogo, il dibattito che porta allo scontro
ma mira alla verità. E in questo ci ricorda Socrate, altro intellettuale
scomodo condannato come corruttore di menti e di giovani.
L'attenzione nei riguardi
dei giovani è evidente anche nei suoi romanzi e in alcuni suoi film,
i cui protagonisti sono ragazzi del sottoproletariato romano.
Pasolini coglie gli ambienti
e i tipi sociali delle periferie romane in un preciso momento della loro
storia, prima che siano travolti dai modelli consumistici e dai sogni piccolo-borghesi
portati dal boom economico degli anni '60. Pasolini porta alla luce una
realtà terribile e sconosciuta nel resto della penisola, e nello
stesso tempo osserva con simpatia questi selvaggi che si trovano per certi
versi in uno stato di purezza a-storica, al di là e anteriore alla
morale, libero dalle convenzioni e dalle istituzioni. Si tratta quasi di
uomini in stato di natura nel senso di Rousseau, i quali pur compiendo
i più spregevoli crimini non sono colpevoli perchè le loro
azioni non hanno carattere morale, sono anteriori ai concetti di Bene e
di Male. E se i ragazzi di vita di Pasolini non sono originariamente buoni
come il buon selvaggio di Rousseau, è proprio vero, nell'ottica
di Pasolini, che è la società, per non dire la borghesia,
la causa di tutti i mali. La società è generatrice della
disuguaglianza che impone ai giovani di borgata di vivere in condizioni
precarie, e il progressivo diffondersi del benessere economico porta anche
questi a desiderare di più, ad avere bisogni che vanno oltre quelli
dell'immediata sopravvivenza. Il sistema capitalistico infatti impone sempre
nuovi bisogni e corrompe i valori contadini, le culture popolari e infine
la forza sincera e vitale del sottoproletariato. Nel suo vagheggiamento
di un mondo perduto in realtà mai esistito, Pasolini forse esalta
eccessivamente una condizione che essenzialmente è di disagio e
di povertà, anche se vitalisticamente anticonformista e non contaminata
dai moralismi e dalla prudenza borghese: "Sò stato ricco, e no
l'ho saputo", dice Tommasino alla fine di "Una vita violenta". I romanzi
di Pasolini sono romanzi di formazione, ed è percepibile un'evoluzione
nella psicologia dei personaggi, dalla totale incoscienza pre-politica
del Riccetto e dei suoi compagni ragazzi di vita alla lenta e dolorosa
maturazione del protagonista di "Una vita violenta", attraverso la lettura
e l'esperienza politica. Èevidente che il valore dell'educazione
ha un'importanza altissima per l'autore, come per il grande filosofo e
pedagogo dell'"Emile".
Negli anni Trenta Gramsci
ha criticato l'intellettuale aristocratico, ha assegnato alla letteratura
una funzione sociale e proposto una figura di intellettuale come
elaboratore della coscienza morale del popolo, organizzatore della cultura.
Secondo Gramsci infatti "il problema dell'educazione è il massimo
problema di classe". Nell'"Ordine nuovo" dell'aprile 1919 scriveva:
"Istruitevi perchè avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.
Agitatevi perchè avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi
perchè avremo bisogno di tutta la nostra forza". E seguendo
una concezione gramsciana dell'educazione anche Pasolini indica un altro
compito all'intellettuale: il compito di educatore.
Il suo atteggiamento ottimistico
nei riguardi dei giovani visti come forza innocente da contrapporre alle
convenzioni e al moralismo borghese diventa con il tempo una condanna del
consumismo che opera un'integrazione del proletariato nel sistema.
Alcuni interventi si rivolgono
espressamente ai giovani e alla condizione giovanile.
In un articolo apparso su
"Nuovi Argomenti" dell'aprile-maggio 1968, Pasolini si esprime con una
polemica in versi, "Il PCI ai giovani!", riguardo al movimento studentesco
del '68 e agli scontri tra gli studenti e le forze dell'ordine. Egli si
schiera dalla parte dei ragazzi poliziotti, che fanno parte della classe
sociale "altra" rispetto agli studenti "figli di papà" che
credono di fare la rivoluzione e invece si trovano dentro al Potere, incapaci
di liberarsi del loro spirito borghese:
"Che la buona
stella della borghesia vi assista!
Inebbriati dalla vittoria
contro i giovanotti
della polizia costretti
dalla povertà ad essere servi [...]
mettete da parte l'unico
strumento davvero pericoloso
per combattere i vostri
padri:
ossia il comunismo."
Pasolini invita i giovani "a
distruggere, intanto, ciò che [il comunismo] di borghese
ha in sé". Più avanti spiega i motivi di questa sua presa
di posizione nei confronti del movimento di contestazione:
"Perché
la borghesia sta trionfando, sta rendendo borghesi gli operai, da una parte,
e i contadini ex coloniali, dall'altra. Insomma, attraverso il neocapitalismo,
la borghesia sta diventando la condizione umana. Chi è nato in questa
entropia, non può in nessun modo, metafisicamente, esserne fuori.
Per questo provoco i giovani: essi sono presumibilmente l'ultima generazione
che veda degli operai e dei contadini: la prossima generazione non vedrà
intorno
a sé che l'entropia borghese".
In un articolo pubblicato sul
"Corriere della Sera" nel 1973 intitolato "Contro i capelli lunghi" Pasolini
spinge oltre la sua critica rivolta ai giovani ormai orientati dalle mode
imposte dal potere consumistico: i capelli lunghi dicono "le cose della
televisione o della reclames dei prodotti", non "cose di sinistra",
perchè "Destra e Sinistra si sono fisicamente fuse". Portare
i capelli lunghi non è libertà: a suo parere significa attenersi
all'ordine degradante dell'orda, della massa, un ordine che rende indistinguibile
un giovane progressista da un giovane fascista.
Pur essendo deluso dalla
situazione giovanile italiana, non si rassegna, e rispondendo a Calvino
afferma che "augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è
una bestemmia, perchè, al contrario, noi dovremmo fare di tutto
per individuarli e incontrarli".
Nella raccolta di articoli
intitolata "Lettere luterane", uscita postuma nel 1976, Pasolini si pone
come padre storico, ideale, che condanna la generazione dei figli. La prima
parte non può non ricordarci nuovamente Rousseau, essendo costituita
da un trattatello pedagogico rivolto a Gennariello, un immaginario ragazzo
napoletano. Viene analizzata la sua educazione attraverso il contatto con
i compagni ("che sono i veri educatori"), i genitori ("gli educatori
ufficiali"), la scuola ("insieme organizzativo e culturale della
diseducazione"), la stampa e la televisione ("spaventosi organi
pedagogici privi di qualsiasi alternativa"). Aspra ed estrema è
la polemica nei confronti della scuola e della televisione: "la scuola
e il video sono autoritari perché statali, e lo Stato è la
nuova produzione (produzione di umanità). Se dunque i progressisti
hanno veramente a cuore la condizione antropologica di un popolo, si uniscano
intrepidamente a pretendere l'immediata cessazione delle lezioni alla scuola
d'obbligo e delle trasmissioni televisive". Questa proposta estrema
vuole far riflettere sul ruolo assunto dai mass media e sull'organizzazione
capitalistica della scuola e della cultura, ed èvalida anche ora
che la televisione non è più controllata dallo Stato ma in
balia degli interessi economici.
Nonostante la maggire diffusione
dell'educazione scolastica e il miglioramento delle condizioni di vita,
i giovani gli sembrano sempre più rozzi: infelici o criminali, estremistici
o conformisti, in ogni caso succubi dei modelli consumistici. Egli esprime
la sua antipatia per i giovani drogati di ogni classe, che motiva con "l'
insofferenza personale ad accettare la fuga, la rinuncia, l'indisponibilità".
Insofferenza di cui Pasolini ha continuato a dare esempio con un impegno
durato tutta la vita.
Realismo
e partecipazione. Da Verga al Neorealismo
Nella seconda metà
dell'Ottocento si diffuse in letteratura una enorme fiducia nella possibilità
di una rappresentazione oggettiva della realtà, sull'onda della
filosofia positivista, dei progressi della scienza e della nascita della
ricerca sociale.
Il Naturalismo in Francia
e il Verismo in Italia sostengono l'impersonalità dell'opera d'arte,
che mette al riparo dal lirismo romantico e dal paternalismo populista,
e il rigore scientifico in letteratura.
I Naturalisti francesi portano
alla luce le difficili condizioni del proletariato, scrivendo romanzi di
denuncia, radicati nei problemi del loro tempo, ma nello stesso tempo caratterizzati
da un determinismo e da una fiducia nel progresso tipici del positivismo.
Al contrario il massimo
scrittore del Verismo italiano, Giovanni Verga, si propose lo studio della
condizione umana, arrivando a concezioni profondamente pessimistiche: a
tutti i livelli sociali l'uomo è travolto dalla fiumana del progresso,
e questo risulta evidente soprattutto tra i contadini e i pescatori siciliani
dei "Malavoglia".
Sulla scia di Verga si colloca,
sia stilisticamente che dal punto di vista dei contenuti, il realismo di
Pasolini. I suoi romanzi sono intesi come registrazioni della realtà,
senza retorica e senza mediazioni: anche Pasolini fa uso dell'artificio
della regressione, acquisendo il punto di vista dei suoi personaggi e immergendosi
nel loro animo, e del discorso indiretto libero (erlebte Rede), in cui
le parole dei personaggi vengono riferite senza verbo dichiarativo e virgolette.
Non si tratta di dialetto ma di elementi del parlato romanesco.
Pasolini si sforza di fare
opera oggettiva, ma il suo è realismo partecipante, perchè
l'autore non riesce a nascondere la sua simpatia e compassione (cum-patior)
per i ragazzi di vita. Ne risulta una tranche de vie espressionistica più
che veristica, proprio per la contraddizione tra l'intenzione realistica
e documentaristica da una parte e la sofferta partecipazione dell'autore
dall'altra, tra ideologia e passione appunto.
I personaggi verghiani sono
vinti
ma sostanzialmente positivi se portatori dei valori della famiglia e della
tradizione, rassegnati ma ammirevoli nella loro inerme opposizione. I personaggi
pasoliniani sono vinti perchè vittime di una realtà senza
via di uscita, privi di ogni possibilità di riscatto, ma sono incoscienti
e amorali, liberi nella zona franca tra la scomparsa dei valori contadini
e l'affermarsi dei modelli consumistici.
Inoltre Verga condannava
il progresso ed era politicamente conservatore, perciò i suoi romanzi
non sono animati da spinte sociali ma soltanto pervasi dal suo pessismismo
e curati dal punto di vista della sperimentazione linguistica. I romanzi
di Pasolini invece, alla luce delle sue convinzioni politiche e delle sue
altre opere, sono senza dubbio romanzi di denuncia, anche se l'autore non
può fare a meno di restare affascinato dalla vitalità e dall'innocenza
pre-capitalistica del sottoproletariato romano. E in questo si rivela conservatore:
nell'esaltare una età dell'oro mai esistita, una condizione sociale
difficile e destinata a essere spazzata via dalla fiumana del capitalismo,
che malgrado l'opinione di Pasolini ha migliorato le condizioni di vita
del proletariato.
D'altra parte bisogna considerare
che tra Verga e Pasolini c'è stato il Neorealismo, il ritorno al
realismo provocato dalle esperienze della seconda guerra mondiale e della
lotta partigiana, e basato sulla visione di una letteratura impegnata,
come documento e strumento di denuncia: l'intellettuale, dopo l'isolamento
in cui si era rinchiuso durante il Fascismo, è chiamato a prendere
posizione e ad agire politicamente in prima persona. Va da sè che
il Neorealismo, nascendo come opposizione al Fascismo, è un movimento
di sinistra: molti autori infatti aderiscono al comunismo, spesso più
per esigenze storiche che per convinzione sul piano ideologico, vedendo
nel comunismo la continuazione della rivoluzione liberale contro il fascismo
e per la difesa della libertà. Il Neorealismo aspira a una letteratura
popolare per contenuto, linguaggio e interlocutore sociale. Si possono
certamente collegare al Neorealismo i primi film di Pasolini e i suoi romanzi,
tenendo presente quanto precedentemente osservato; Pasolini assiste sul
finire degli anni '50 alla crisi del Neorealismo, in seguito alla crisi
del comunismo con le rivelazioni di Chruscev e la repressione dell'insurrezione
ungherese. Dice Elio Vittorini riguardo alla delusione degli intellettuali
di quegli anni: "Ogni loro delusione riguardo al comunismo non è
una delusione che produca in loro un mutamento ideologico, ma una delusione
che li riempie di amarezza storica". Infatti Pasolini rimarrà
marxista ma assumendo sempre posizioni autonome e di critica nei confronti
del Partito comunista, mentre uno dei rischi dell'intellettuale engagé
è la rinuncia alla piena libertà e sensibilità soggettiva
nell'intento di servire l'ideologia del Partito dimostrando una tesi prestabilita,
o di assolvere la sua missione sociale ed educativa.
D'altra parte già
la rivista "Officina", fondata nel 1955 da Leonetti, Roversi e dallo stesso
Pasolini come fascicolo bimestrale di poesia, si metteva in posizione
di rottura nei confronti del Decadentismo, dell'Ermetismo ma anche del
Neorealismo, non più praticabile. Mentre l'artista, non più
guida della società, viene sostituito dai mass media e dalla organizzazione
capitalistica della scuola e della cultura, nascono i movimenti di neoavanguardia
e di sperimentalismo, che cercano di adeguarsi alla società neocapitalistica.
Invece Pasolini, sconfitto dal neocapitalismo, diventa profeta che scruta
l'affermarsi della società industriale, voce solitaria che grida
nel deserto, nel silenzio di chi ascolta e non vuole capire o rispondere.
"Il
mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa..." (Karl Marx)
Pasolini si avvicina inevitabilmente
alla politica negli anni del Fascismo. Dal 1941 a Bologna comincia la sua
partecipazione al dibattito culturale, prima nella rivista "Eredi", legata
all'Ermetismo e peraltro mai pubblicata, in seguito alle restrizioni fasciste
sul consumo di carta; poi in "Architrave", rivista dei Gruppi Universitari
Fascisti, e nel "Setaccio", della Gioventù Italiana del Littorio.
Come altri suoi coetanei sente l'esigenza di rinnovamento e la volontà
di uscire dal clima di conformismo instaurato dal regime fascista, ma non
si tratta ancora di opposizione vera e cosciente, bensì di una insofferenza
che per molti sfocierà negli anni della Resistenza nell'adesione
al comunismo.
L'autore si avvicina al
popolo al tempo della sua giovinezza in Friuli e al marxismo di fronte
alle rivendicazioni dei braccianti nell'immediato dopoguerra:
"... quei figli
di contadini, divenuti un poco più grandi/ si erano messi un giorno
un fazzoletto rosso al collo/ ed erano marciati/ verso il centro mandamentale,
con le sue porte/ e i suoi palazzetti veneziani./ Fu così che io
seppi ch'erano braccianti,/ e che dunque c'erano i padroni./ Fui dalla
parte dei braccianti, e lessi Marx".
Aderisce al PC nel 1948, nonostante
la morte del fratello Guido, ucciso da partigiano dai comunisti nazionalisti
di Tito, e continuerà a votare comunista e a sentirsi tale "nel
senso più autentico della parola" per tutta la vita, nonostante
l'espulsione dal partito nel 1949 per indegnità morale, in seguito
alla denuncia per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico.
Sempre vive saranno le critiche rivolte ai comunisti che non osano "dire
qualcosa di opposto all'opposizione istituita": un eccesso di burocrazia,
e l'avere permesso, all'interno del partito, atteggiamenti che sono borghesi:
un certo perbenismo, un certo moralismo. "Però continuo a votare
per loro".
Pasolini è un marxista
che ama il popolo di un amore preesistente al marxismo: l'amore primordiale
per il popolo, istintivo, nostalgico, conservatore, regionalistico, si
scontra con la necessità di impegno civile e responsabilità
sociale. Questa contraddizione emerge fin dal colloquio con le ceneri di
Gramsci, dove il fondatore del Partito comunista diventa l'umile fratello
che con la sua mano delinea l'ideale che illumina, quasi una Silvia marxistizzata,
come osserva acutamente Asor Rosa. La passione personale e soggettiva si
scontra con l'ideologia, il cuore si scontra con la ragione che richiede
una presa di posizione oggettiva, ancorata alla situazione storico-sociale.
Il popolo del Friuli prima
e il sottoproletariato romano poi sono presi come società alternativa
e rivoluzionaria, vitale, innocente ed autentica, da contrapporre al conformismo
borghese e all'omologazione della società neocapitalistica.
L'opera di Pasolini è
incentrata sullo scontro tra il mondo mitico delle culture popolari e dei
valori contadini e il livellamento e la mancanza di valori della società
dei consumi, tra la purezza e poetica incoscienza dei ragazzi di vita e
la tendenza all'imborghesimento che coinvolge il popolo rendendolo massa,
non più distinguibile, nelle idee e nelle aspirazioni, dalla borghesia:
"Altre mode, altri idoli, la massa, non il popolo, la massa/ decisa
a farsi corrompere/ al mondo ora si affaccia [...] e s'assesta là
dove il Nuovo Capitale vuole".
La sua polemica è
rivolta alla società dei consumi e soprattutto al modo brusco in
cui essa si èaffermata in Italia, costituendo la prima vera unificazione
della penisola. Riguardo alle cause della crisi del marxismo nel nuovo
sistema capitalista dice: "Quello del capitalismo è un violento
sviluppo, che, come dicevo in altre lettere precedenti, si presenta addirittura,
al limite, come 'rivoluzione interna‘, che viene a modificare addirittura
certe strutture del capitalismo classico: c'è per esempio nei paesi
capitalistici molto evoluti un superamento delle strutture familiari e
confessionali.. La crisi del marxismo è proprio dovuta a questo
sviluppo in qualche modo rivoluzionario del neo-capitalismo. [....]
Il
bersaglio contro cui il marxismo ha sparato, metaforicamente e realmente,
in tutti questi decenni, sta cambiando, pone delle alternative in certo
modo impreviste. Di qui la crisi dei partiti marxisti. Di qui la necessità
di prenderne coscienza, fin che il marxismo resta la vera grande alternativa
dell'umanità". Infatti non è disposto a credere che il
marxismo sia finito: "Non piango sulla fine delle mie idee, che certamente
verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera e a portarla avanti!
Piango su di me..." dice il buon corvo di "Uccellacci e uccellini".
Il suo è un sogno
di sviluppo progressista e armonioso, contrapposto allo sviluppo senza
progresso della società dei consumi. Ma in "Calderon" fa dire significativamente
a un suo personaggio, in seguito alla delusione per il modo in cui èstato
condotto e si è concluso il movimento di contestazione del'68: "Un
bellissimo sogno. Ma io penso/ (ed è mio dovere dirtelo) che proprio/
in questo momento comincia la vera tragedia./ Perchè di tutti i
sogni che hai fatto o che farai/ si può dire che potrebbero essere
anche realtà./ Ma quanto a questo degli operai, non c'è dubbio/
esso è un sogno, niente altro che un sogno". Così si
chiude pessimisticamente l'utopia.
2. LINGUAGGIO,
GENERI E MEZZI ESPRESSIVI NELL'ERA DELLA COMUNICAZIONE DI MASSA
Pasolini
e la lingua
Il dialetto
e il cinema
Pasolini esordisce con una
raccolta di poesie in friulano, "Poesie a Casarsa". Questa scelta del dialetto
è dettata da una molteplicità di fattori che sono legati
anche alla sua vicenda personale.
In particolare il dialetto
è sentito come la lingua naturale, pura, autentica, espressione
della cultura popolare. Naturalmente come ammette lui stesso si tratta
di una lingua artificiale: per usare il friulano con libertà e un
senso di verginità bisogna essere non troppo friulani e non troppo
parlanti. Pasolini crea una lingua mai esistita, dalla grande ricercatezza
formale e stilistica, che richiama archetipi leopardiani e pascoliani,
Machado, Garcia Lorca e Neruda e ripercorre topoi simbolisti ed ermetici.
L'autore ha scritto diversi
saggi di critica letteraria, raccolti per esempio in "Passione e ideologia",
e ha dimostrato sempre una predilizione per Giovanni Pascoli, che a suo
parere ha davvero rinnovato la tradizione letteraria italiana dall'interno,
contro certa letteratura falsa, vuota, intellettualmente borghese. La critica
letteraria di Pasolini incarna la concezione che di essa aveva Gramsci:
essa, appassionata oppure sarcastica, fonde la lotta per una nuova cultura,
la critica del costume, dei sentimenti e delle concezioni del mondo, con
la critica estetica o puramente artistica.
L'importanza della parola,
del suo suono e di ciò che essa suggerisce è fondamentale,
così come il plurilinguismo pascoliano, la capacità di muoversi
su diversi stili e registri, adattandosi secondo la concezione dantesca
all'argomento trattato. E anche Dante gioca un ruolo privilegiato nella
poesia di Pasolini, visto l'uso di terzine e di versi endecasillabi.
Pasolini ha curato raccolte
e scritto saggi sulla poesia popolare e dialettale del Novecento, sempre
difendendo le diversità regionali contro l'omologazione e la diffusione
dell'italiano koinè attraverso i mass media. Ha anche partecipato
al dibattito sulla questione della lingua, vivo in Italia fin dal Trecento:
"...la nuova stratificazione linguistica, la lingua tecnico-scientifica,
non si allinea secondo la tradizione con tutte le stratificazioni precedenti,
ma si presenta come omologatrice delle altre stratificazioni linguistiche
e addirittura come modificatrice all'interno dei linguaggi". L'affermazione
del potere consumistico impone un italiano nazionale, la lingua banalizzata
della televisione, e il genocidio delle culture popolari.
L'autore ha dimostrato una
straordinaria versatilità nell'uso della lingua, passando come si
è visto dalla raffinatezza e i toni elegiaci delle poesie in friulano
al parlato colloquiale romanesco, che ricorda i sonetti di Belli; dall'ironia
pungente e polemica delle prose dell'ira allo sperimentalismo impegnato
delle "Ceneri di Gramsci".
Quando arriva al cinema,
Pasolini trova il modo di sintetizzare i suoi svariati interessi in un
unico medium espressivo, unificando i diversi piani di lavoro nell'immediatezza
dell'immagine in movimento e trasferendovi la parola e la poesia. A suo
parere i linguaggi letterari sono l'attuazione di uno strumento che usano
tutti, mentre il linguaggio cinematografico è irrazionalistico,
onirico, metaforico e pre-grammaticale, ideale per il discorso libero indiretto
inaugurato con il romanzo "Ragazzi di vita" del 1955.
Egli approda al cinema relativamente
tardi, ma la sua opera prima, "Accattone", girato nel 1961 con scarse conoscenze
tecniche e attori presi dalle borgate romane, è un film straordinario
per la purezza sacrale ed essenziale delle immagini e nello stesso tempo
per il crudo e violento realismo, che lo avvicina al filone neorealista.
Invece Pasolini elabora
un linguaggio e uno stile suoi, che non hanno precedenti o meglio attingono
a tutto il patrimonio della storia del cinema, da Dreyer a Mizoguchi, da
Ejzenstejn a Buñuel, girando dei film profondamente diversi tra
loro, e si occupa anche di semiologia del cinema.
Per il regista, il cinema
è poetico perché' ha il carattere del sogno. Nello stesso
tempo, essendo la realtà' cinema in natura e il cinema lingua
scritta della realtà', segue che la fisicità stessa è
poetica, ed è necessario che si senta la macchina da presa, l'intervento,
lo sforzo dell'autore-regista, che come il poeta sistema il materiale della
realtà.
Il
destinatario
"La morte non
è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi"
"Perchè non scrivo
più? Perchè ho perduto il destinatario", afferma Pasolini
in un'intervista nel 1967. Da queste parole, come anche da tutta la sua
opera, si comprende quale importanza Pasolini attribuisca al destinatario,
che nell'era della comunicazione di massa diventa l'anonimo pubblico. L'esperienza
poetica non si può disgiungere dall'esperienza politica, l'espressione
non si può disgiungere dalla comunicazione, sempre nel tentativo
di essere compresi, ma sempre attraverso un linguaggio profondo e complesso.
I primi esperimenti letterari
dell'autore, pur essendo in dialetto friulano, non sono certo, per i motivi
che ho già esaminato, indirizzati al popolo. Pasolini si rivolge
sempre agli intellettuali colti, almeno per quel che riguarda la poesia,
difficilmente accessibile sia al popolo friulano che al sottoproletariato
romano. Questo fatto sembra contraddire gli intenti pedagogici di stampo
gramsciano, anche se bisogna ammettere che è impresa ardua dedicarsi
all'educazione del popolo senza cadere da una parte nel paternalismo, dall'altra
nella banalità. Di fronte a un problema tanto grande da sempre gli
intellettuali si sono ritrovati in un circolo vizioso, per cui si rivolgono
a un popolo che amano ma che non li può capire.
Nel suo primo filone di
film Pasolini ha come destinatario sia l'intellettuale intelligente che
il proletario che recepisce la storia in modo immediato. Con la crisi del
popolo che, attraverso l'evoluzione neocapitalistica italiana, diventa
massa, Pasolini passa a un secondo filone di film più difficili,
tendenti all'incomunicabilità. Le speranze deluse per la forza innocente
e rivoluzionaria del popolo e l'odio per la società che tutto ingloba
lo portano al desiderio di sottrarsi ai circuiti della cultura di massa,
della produzione di consumo, a puntare sulla inconsumabilità.
E in effetti i film della fase mitico-psicoanalitica sono dei film difficili,
dal significato profondo ma dall'atmosfera surreale, metaforici e tendenzialmente
intellettualistici. Pasolini inaugura un linguaggio troppo difficile per
lo spettatore "che si scandalizza, che odia, che ride", ma troppo
facile "per colui che comprende, che simpatizza, che ama, che si appassiona";
questo tipo di spettatore fa parte dei pochi lettori di poesia. Pasolini
sembra dunque rivolgersi a una cerchia ristretta ed elitaria, ma la sua
opera non è necessariamente elitaria: è la società
di massa, lo squallore della scuola e della televisione a renderla tale.
Dello stesso periodo (1968)
e concepito con le stesse intenzioni è il "Manifesto per un nuovo
teatro", in cui Pasolini si rivolge a un nuovo tipo di pubblico scavalcando
del tutto e per sempre il pubblico borghese tradizionale. I destinatari
per eccellenza del suo teatro sono i gruppi avanzati della borghesia, un
pubblico in tutto pari all'autore dei testi; non certo le signore
in pelliccia (che se mai volessero entrare in teatro dovrebbero pagare
trenta volte di più…). Paradossalmente, perseguendo il suo intento
pedagogico, Pasolini parla di ingresso gratuito per i giovani fascisti.
Questo nuovo teatro, inteso come rito culturale, cioè luogo di dibattito
e scambio di idee, è secondo Pasolini 'popolarè, perchè
è il solo a poter raggiungere realisticamente la classe operaia,
unita da un rapporto diretto con gli intellettuali avanzati.
Anche questa convinzione
pare un'utopia: e infatti Pasolini assiste impotente all'imborghesimento
della classe operaia di fronte alla forza omologante dei modelli consumistici
e della televisione. Nell'era della comunicazione di massa l'intellettuale
ha molti più mezzi a sua disposizione e Pasolini li ha utilizzati
tutti. Ma per l'intellettuale nella società dei consumi è
anche difficile seguire i propri intenti espressivi senza essere strumentalizzato
e reso commerciabile: per questo l'inaspettato successo dei film della
Trilogia
della vita ha suscitato una reazione così violenta in Pasolini.
L'odio per la società di massa lo porta a rivolgersi all'elite che
la pensa come lui, ma per essere intellettuale in questa società
e per fare sentire la propria voce bisogna anche essere personaggio pubblico,
comparire come pietra dello scandalo o come opinionista in quotidiani e
riviste, farsi conoscere dal vasto pubblico. Con il suo ultimo film Salò
Pasolini torna all'inconsumabilità precedente alla Trilogia,
alla profonda difficoltà del tema e del modo in cui il tema è
trattato. Si tratta di un film volutamente sgradevole e assolutamente non
mercificabile, vera e propria abiura della
Trilogia e forse sfiduciato
ritiro nell'impossibilità di essere compresi e per questo anticipazione
della morte.
Musica
e pittura nell'opera di Pasolini
Pasolini è stato
poeta, narratore, giornalista, soggettista e sceneggiatore, regista e drammaturgo,
persino critico e teorico dell'arte, e la lista potrebbe continuare. Pochi
sanno per esempio che Pasolini si è dedicato anche alla pittura,
con risultati interessanti e poco analizzati: i suoi disegni, schizzi e
ritratti sono stati di recente raccolti in una mostra da Giuseppe Zigaina.
Ed è interessante ricordare che nel film "I Racconti di Canterbury"
egli interpreta la parte di un allievo di Giotto, entrando con un gioco
di meta-riferimenti nella sua creazione con il ruolo di creatore.
È altrettanto sconosciuto
il fatto che l'autore abbia musicato alcune sue poesie, nella convinzione
della necessità di un poeta colto e raffinato per la produzione
di canzoni come forma di cultura e non di consumo.
Questi tentativi in campo
pittorico e musicale, oltre a dimostrare l'estrema versatilità dell'autore,
sono anche prove del suo interesse per la musica e le arti figurative,
interesse che emerge in tutta l'opera.
Per il semplice fatto che
il cinema di poesia è composto di immagine, parola e musica,
è enorme l'importanza del repertorio figurativo e musicale: nella
scelta di entrambi il regista ha posto estrema attenzione.
Per quel che riguarda le
citazioni pittoriche, innumerevoli in particolare nei primi film, bisogna
sottolineare l'idea di Pasolini secondo cui la realtà cita le opere
pittoriche e il cinema le recupera perciò di seconda mano. Non si
tratta quindi di citazione erudita, estetizzante, fine a se stessa, come
quella che Orson Welles alter ego del regista persegue ne La ricotta,
con l'accuratissima riproduzione di dipinti quattrocenteschi del Pontormo
e del Rosso Fiorentino. La citazione in Pasolini ha un significato profondo,
per sua stessa ammissione si impone al di là del riferimento colto
che senza dubbio si può trovare. Pasolini stesso si lamenta del
fatto che non si possa presentare l'inquadratura frontale di un uomo disteso
su un letto senza che sia nominato Mantegna: d'altra parte in "Mamma Roma"
è innegabile il riferimento al Mantegna e al Caravaggio in certe
inquadrature del giovane Ettore, mentre vedere nelle bottiglie che Stella
pulisce in "Accattone" un omaggio a Morandi può parere un'esagerazione.
Anche la musica è
fondamentale e non soltanto nei film. Le canzoni popolari accompagnano
le vicende dei ragazzi di vita e sono legate alle poesie. E le poesie,
specialmente quelle in friulano, sono molto curate dal punto di vista del
suono e della musicalità delle parole.
Nei film Pasolini si affida
per lo più alla musica della borghesia, la musica classica: a Bach,
Mozart, Vivaldi, le cui note divine contrastano con le storie terribili
e i personaggi amorali. Da questo contrasto ha origine l'epicità
delle vicende e l'autenticità dei personaggi.
Per la Trilogia sono
utilizzate musiche popolari napoletane, etniche e medievali, legate con
la loro purezza pre-istorica al mondo arcaico e autentico descritto nei
tre film.
3. CONCLUSIONE
Il
ruolo dell'intellettuale nell'era della comunicazione di massa
In Pasolini cogliamo la figura
dell'intellettuale nella delicata fase di passaggio da un' Italia ancora
contadina uscita dalla seconda guerra mondiale con i sogni e le speranze
legati alla Resistenza, in una società neocapitalista e consumistica,
mercificata e livellatrice, dove l'individuo è diventato l'uomo-massa
in senso marcusiano e il popolo di Gramsci non esiste più.
Negli anni Trenta gli intellettuali
in crisi si erano rifugiati nella torre d'avorio di una poesia formalmente
perfetta ma staccata dalla realtà storica e non si erano impegnati
a ostacolare l'ascesa del Fascismo.
Nell'immediato dopoguerra
si fa strada il Neorealismo, la necessità dell'engagement ideologico
e politico dell'intellettuale e dell'artista nella riproduzione realistica
della dialettica storico-economico-sociale.
Pasolini è protagonista
dell'ultima fase del Neorealismo per poi viverne la crisi, la delusione
per la caduta degli ideali post-resistenziali legata alla crisi dell'ideologia
comunista (la fine dello stalinismo con le rivelazioni di Chruscev), che
era il punto di riferimento dei neorealisti, e all'avvento del neocapitalismo.
Nella società di
massa l'intellettuale deve urlare ancora più forte per farsi sentire,
utilizzando tutti i mezzi di comunicazione possibili, ed ecco che Pasolini
utilizza la carta stampata, il teatro, il cinema, sempre nel tentativo
di scuotere le coscienze, di opporsi alla cultura di massa e ai modelli
consumistici visti come portatori di un nuovo fascismo, di combattere per
la libertà contro il Potere e il conformismo borghese.
Pur in tutte le sue contraddizioni
di uomo, nel suo guardare a un'età dell'oro mai esistita, Pasolini
ci ha mostrato quale è il compito dell'uomo di cultura, dell'artista,
dell'intellettuale dei nostri giorni, condizione assai difficile ma che
andrebbe affrontata avendo davanti agli occhi il suo esempio, perchè
come dice il corvo nel film "Uccellacci e uccellini": "I maestri sono
fatti per essere mangiati in salsa piccante". Devono essere mangiati
e superati, ma se il loro insegnamento ha un valore ci resterà dentro.
Bibliografia
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italiana nell'orizzonte europeo. Il Novecento; Edizioni Oberon, Milano,
1993.
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Pasolini. Introduzione e guida allo studio dell'opera pasoliniana. Storia
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-
Pier Paolo Pasolini un poeta
d‘opposizione, Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento dello
Spettacolo), Comune di Roma (Assessorato alle Politiche Culturali), Associazione
"Fondo Pier Paolo Pasolini", Roma, ottobre 1995 – maggio 1996; Skira Editore,
Milano, 1995.
-
Zigaina Giuseppe, Steinle Christa,
Pier
Paolo Pasolini oder die Grenzüberschreitung. Organizzar il trasumanar;
Marsilio Editori, Venezia, 1995.
-
Golino Enzo, Pasolini il
sogno di una cosa. Pedagogia, Eros, Letteratura dal mito del popolo alla
società di massa; Saggi Tascabili Bompiani, Milano, 1992.
-
Marchesini Alberto, Citazioni
pittoriche nel cinema di Pasolini (da Accattone al Decameron); La Nuova
Italia Editrice, Firenze, 1994.
-
Magaletta Giuseppe, La musica
nell‘opera letteraria e cinematografica di Pier Paolo Pasolini; Edizioni
Quattro Venti, Urbino, 1998.
[Tutte le citazioni sono
tratte dai libri sopra elencati.]
Pasolini
in Internet
Altra importante fonte di
informazioni e di documenti sono le pagine del sito Internet: www.pasolini.net
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