| Nerolio vuole essere, nelle
intenzioni chiaramente espresse dallo stesso regista nell’occasione della
presentazione al pubblico, uno spaccato realista e antimonumentalistico
della figura privata di Pier Paolo Pasolini fissata nel periodo immediatamente
antecedente la morte; il titolo, derivante dalla contrazione delle parole
nero
e petrolio (titolo dell'ultimo romanzo incompiuto di Pasolini),
potrebbe avere come addenda «il lato oscuro di un poeta».
È un punto di vista
personale quello che Grimaldi offre al pubblico, ricercato con lo scabrore
notturno che fu già pasoliniano per rivelare il poeta «dell’abisso
umano» negli aspetti più profondi e veritieri.
Per espletare al meglio
questa missione il regista inventa liberamente personaggi ed episodi, frammentandoli
qua e là con brani tratti dagli appunti dello stesso Pasolini (nel
film Marco Cavicchioli), concludendo quindi la pellicola con l’omicidio
ostiense.
Un giovane ed ambizioso studente
(Vincenzo Crivello), laureando in lettere proprio con una tesi sulle poesie
di Pasolini, alter ego probabilmente del regista che in gioventù
non ha mai incontrato realmente Pasolini, ma di cui scrivendo come critico
ne stroncò i lavori cinematografici, incontrerà più
volte il poeta oggetto dei suoi studi penetrando gradualmente nella sua
vita, non solo artistica. Lo scontro generazionale, umano, culturale e
financo fisico sarà inevitabile...
Questo stratagemma permette
al regista innanzitutto di esporre direttamente al poeta quello che non
gli ha mai potuto esplicitare sia per motivi anagrafici sia per distanza
artistica, ed è forse questo l’aspetto più «interessabile»;
secondariamente, ma non per spazio concesso, di illuminare con una luce
quasi derisoria le pulsioni interiori e sessuali di Pasolini finora affermate
e reiterate, ma mai oggetto d’attenzione cinematografica. A tal scopo fagocita
e riambienta in una spiaggia siciliana il capitolo "Il pratone della Casilina"
di Petrolio, dove il protagonista avrà ripetuti rapporti
omosessuali.
A qualche breve dialogo e
inquadrature mute, sostenute da una colonna sonora fugace e casuale è
demandato poi il compito di descrivere il complicato rapporto edipico del
protagonista con l’anziana madre.
E' però un Pasolini
vuoto e inutilmente banale, irriconoscibile ed artificiale, difficilmente
riconducibile al poeta-regista; un esempio per tutti è la battuta
su «Rocco e i suoi fratelli», cui neanche il buon bianco e
nero curato da Calvesi riesce a dare lo spessore dovuto, anche se le sequenze
in cui la voce fuori campo dà corpo ai pensieri del protagonista
lasciano intuire un rapporto sostanziale del regista col soggetto.
Le stesse scene omosessuali
tratte come si è detto dagli scritti pasoliniani, sono state ampiamente
decurtate e addomesticate, ma l’impressione che se ne ricava è che
tale premura non sia tanto frutto di un pudore reverenziale o un atto di
«civile» autocensura, bensì di un montaggio calibrato
in modo da colpire lo spettatore quel tanto da non pregiudicarne l’integrità
borghese ed eventualmente accattivarsi quanto prima e senza tagli un passaggio
televisivo in prima serata, magari il 2 novembre (anniversario dell’omicidio
Pasolini) venturo.
L’ambizioso intento iniziale
- Pasolini rimane pur sempre una delle figure più complesse e policrome
del nostro secolo - è lodevole (speriamo oggetto d’ulteriori e più
attenti interessamenti), ma completamente smentito poiché è
aprioristicamente evitata una ricostruzione per quanto possibile fedele
della vita di Pasolini. Grimaldi mette insieme un Poeta tutto suo santificandolo
ambiguamente in un’icona scontrosa e contemporaneamente sgretola questo
monumento con una serie di piccoli e subdoli messaggi risultanti esteriori.
Lo stesso Pasolini scrivendo
di Petrolio lo definisce una specie di «summa» delle
sue esperienze e delle sue memorie offerta a uso e consumo antropofago,
ma diremmo ad ammirazione e scandalo della pubblica opinione, anticipando
con calcolata lucidità l’effetto polemico che i contenuti autobiografici
hanno poi effettivamente causato.
Purtroppo in Nerolio
le due operazioni intentate dal regista hanno esito parziale, la prima
perché insistentemente arbitraria, incompleta e troppo condizionata
da una figura ancora forte nella memoria comune, decisamente sottovalutata
dal regista, mentre la seconda trova ovviamente il nulla o quasi da demolire,
inutile marcare e colorire i dialoghi, non convince. L’effetto è
opposto, si perviene all’amara conclusione che lo scrittore friulano è
stato vittima dell’ennesimo attacco disarticolato.
Grimaldi non rende qualificabile
la sua «dissacrazione», riuscendo quasi stentatamente a reinoculare
negli spettatori italiani l’attrito perbenista che vi fu rispetto a Pier
Paolo Pasolini negli anni sessanta/settanta, infastidendo solo coloro che
più approfonditamente conoscono l'opera e la vita pasoliniana, aggiungendo
o togliendo ben poco alla personalità del poeta.
In occasione della prima
proiezione (il film è stato girato nel 1996 ma solo ora ha trovato
distribuzione in Italia), lo stesso Grimaldi ha sconsigliato la visione
della pellicola agli amici di Pasolini presenti; se quindi questo Nerolio
non è altro che una ricostruzione (e ridistruzione) personale del
regista del "suo" Pasolini, è consigliabile in alternativa la visione
di un film o la rilettura di un libro pasoliniano: si potrà costruire
(o ovviamente distruggere) il proprio Pasolini senza mediazioni, e scusate
se è poco!
Piero
Lucarelli
Avezzano, 9 agosto
1998
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