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I contributi dei visitatori Pier Paolo Pasolini
e Gennariello.
La condanna dei giovani del suo tempo e l’abiura dalla trilogia cinematografica, manifesto della bellezza della vitalità-sessualità popolare, hanno fondamenta comuni. Lo straziante dolore dell’autore nel constatare la morte dell’espressività ingenuamente libera della vitalità giovanile viene introdotta ne “I giovani infelici” da un’immagine bellissima: quella del coro del teatro tragico greco che enuncia l’ineluttabile predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. La colpa dei padri, dice l’autore, è stata credere che la storia borghese sia l’unica storia possibile, che la povertà sia un male assoluto. Per i figli, e i figli dei figli (cioè noi), la condanna è quella di vivere in un mondo in cui la cultura popolare è antropologicamente morta in favore dell’assolutismo consumista attraverso cui il modello borghese diviene unico riferimento. L’infelicità dei giovani proletari nasce allora dalla mancanza di propria cultura, di autenticità e alterità rispetto a tali modelli che vengono inseguiti strenuamente senza mai poter essere raggiunti, a causa della immutata condizione di sfruttati, di pura manodopera. I comportamenti devianti e criminali delle nuove generazioni nascerebbero proprio da questa continua frustrazione. Il concetto di colpa dei padri che ricade sui figli è del resto comune a molte altre grandi culture del passato come ad esempio nella stessa cristianità il lavaggio battesimale dal peccato originale di Eva e Adamo, o in numerosissime culture tribali, in cui i figli malati per guarire devono espiare ritualmente le colpe reali o archetipiche dei padri che hanno offeso le divinità (interpretabili forse proprio come il tessuto etico-spirituale in cui un popolo e la sua cultura si rigenerano). Nel mondo contemporaneo non ci sono più strumenti che permettono un processo di messa in discussione di tali istanze perché sono antropologicamente scomparse le culture e le civiltà che ne esprimevano la necessità. Domina l’autorità persuasiva del consumismo, dell’edonè, che è molto più efficace nel controllo sociale di qualsiasi potere morale o religioso che l’uomo abbia mai conosciuto nella sua storia. Questo potere è così forte non solo perché rappresenta di continuo (attraverso i suoi mezzi propagandistici, in primis la televisione) l’immediata soddisfazione dei bisogni della cultura borghese ma anche perché, in ragione del culto del piacere, sa essere falsamente (e fatalmente) tollerante e democratico. Ogni diritto, ogni libertà espressiva, ogni democrazia, viene concessa infatti solo se l’individuo prende il punto di vista della maggioranza tollerante. In quanto diverso, dice Pasolini, “io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un tollerato. […] Il negro sarà libero, potrà vivere nominalmente senza ostacoli la sua diversità eccetera eccetera, ma egli resterà sempre dentro un ghetto mentale, e guai se uscirà da lì. Egli può uscire da lì solo se adotta l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè della maggioranza.” (Gennariello, cap. 3 “Ancora sul tuo pedagogo”, pagg. 23 e 24) Ciò vale per i singoli come per le collettività, vale nel 1975 come nel 2004; tutti i giorni noi sentiamo i potenti d’occidente parlare di “male” identificato con interi “stati canaglia”, se non addirittura con popoli e culture diverse dalla maggioranza (economica e non certo numerica). Noi abbiamo imparato che possiamo far valere i nostri diritti, senza mai però andare al di là dei patti e delle convenzioni sociali che il potere ci ha, più o meno inconsciamente, fatto “firmare”. Noi non sappiamo più che alternativa costruire, perché ci manca una cultura davvero alternativa a quella borghese. Secondo lo stesso ragionamento un “buon” borghese dell’epoca consumista può fare una scelta decisiva e diventare un progressista, seguendo così la ragione (intesa come ragione marxista, dice l’autore), e sollazzandosi nel proprio rinnovato conformismo. Noi, secondo Pasolini, avremmo attraversato l’apocalisse. I più sfortunati, i più infelici, i giovani. In questa cornice fatta di spietato disincanto, di senso di colpa, di lacerante angoscia dovuta all’amore per i giovani e per la vita ormai svanito nella ripugnanza, l’autore inizia ad illustrare ai lettori l’intento e la forma del suo intervento (i titoli sono presi dall’abbozzo di indice trovato fra gli appunti dello scrittore; segue, per i capitoli esistenti, un breve riassunto con estratti dal testo): - Come ti immagino Pasolini fa il ritratto del suo interlocutore, Gennariello, napoletano, “Essi […] sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia.[…], preferisco la povertà dei napoletani al benessere della repubblica italiana, preferisco l’ignoranza dei napoletani alle scuole della repubblica italiana, preferisco le scenette, sia pure un po’ naturalistiche, cui si può assistere nei bassi napoletani alle scenette della televisione della repubblica italiana”. “Napoli è ancora l’ultima metropoli plebea, l’ultimo grande villaggio (e per di più con tradizioni culturali non strettamente italiane): questo fatto generale e storico livella fisicamente e intellettualmente le classi sociali. La vitalità è sempre fonte di affetto e ingenuità. A Napoli sono pieni di vitalità sia il ragazzo povero che il ragazzo borghese.”, studente borghese “tu non puoi che essere un borghese, cioè uno studente di prima o seconda liceo”, carino “… i tuoi occhi devono essere neri e brillanti, la tua bocca un po’ grossa, il tuo viso abbastanza regolare, i tuoi capelli devono essere corti sulla nuca e dietro le orecchie, mentre non ho difficoltà a concederti un bel ciuffo, alto, guerresco e magari anche un po’ esagerato e buffo sulla fronte […] Intendiamoci bene: se tu fossi bruttarello, proprio bruttarello, sarebbe lo stesso, purchè tu fossi simpatico e normalmente intelligente e affettuoso come sei. Basta in tal caso che i tuoi occhi siano ridarelli: come, del resto, se anziché essere un Gennariello, tu fossi una Concettina.” - Come tu devi immaginarmi L’autore si presenta e parla di sé attraverso i luoghi comuni che lo riguardano affrontando il tema della falsa tolleranza e della non conoscenza dell’altro da sè: “Ciò che attraverso la gente hai saputo di me si riassume eufemisticamente in poche parole: uno scrittore-regista, “molto discusso e discutibile”, un comunista “poco ortodosso e che guadagna dei soldi col cinema”, un uomo “poco di buono, un po’ come D’Annunzio”. Non polemizzerò con queste informazioni che hai ricevuto, con commovente concordanza, da una signora fascista e da un giovane extraparlamentare, da un intellettuale di sinistra e da un marchettaro.” […] “ Che cosa io vedo (qualunquisticamente) accomunare “una signora fascista e un extraparlamentare, un intellettuale di sinistra e un marchettaro?” E’ una terribile, invincibile ansia di conformismo.” - La mia scrittura pedagogica D’importanza vitale è il linguaggio con cui comunicare, che secondo l’analisi pasoliniana, deve distinguersi dal linguaggio della retorica del potere: “Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne ed ossa che lo circondano. […] I più colpevoli nel non amare questi uomini degradati dal falso progredire della storia, sono, appunto i potenti democristiani. Lasciamo stare la prima fase del loro regime che è stata decisamente la continuazione del regime fascista, e veniamo subito alla seconda fase, quella in cui hanno continuato ad esistere e ad agire allo stesso modo benchè il potere che essi servivano non fosse più il potere paleocapitalistico (clerico-fascista), ma un nuovo potere: il potere consumistico (con la sua pretesa di tolleranza). In questa seconda fase si è avuto un atroce seguito di stragi e di criminalità politiche. Ed è di questo che i potenti democristiani sono, nella fattispecie, anche formalmente colpevoli, perché i casi possono essere solo tre. Primo: i potenti democristiani (o un gruppo di loro) sono i diretti mandanti della “strategia della tensione” e delle bombe: lo scandalo del Sid starebbe a dimostrare inequivocabilmente la validità di tali ipotesi[…]. Secondo: se i potenti democristiani non sapessero tuttavia tutto […] sarebbero degli incapaci che non si accorgono di ciò che succede sotto il loro naso. Terzo: i potenti democristiani sanno tutto […] e tacciono. In tutti e tre i casi i potenti democristiani che in questi anni hanno detenuto il potere, dovrebbero andarsene, sparire, per non dire di peggio. Invece non solo restano al potere, ma parlano. […] La loro lingua è la lingua della menzogna. E poiché la loro cultura è una putrefatta cultura forense e accademica, mostruosamente mescolata con la cultura tecnologica, in concreto la loro lingua è pura teratologia. Non la si può ascoltare. Bisogna tapparsi le orecchie. Il primo dovere degli intellettuali, oggi, sarebbe quello di insegnare alla gente a non ascoltare le mostruosità linguistiche dei potenti democristiani, a urlare, a ogni loro parola, di ribrezzo e di condanna. […] Il mio sogno, nel nostro rapporto pedagogico, caro Gennariello, sarebbe di parlare napoletano. Purtroppo non lo conosco. Mi accontenterò dunque di un italiano che non abbia nulla a che fare con quello dei potenti e degli oppositori ugualmente potenti. L’italiano di una tradizione colta e umanistica: senza temere una certa “maniera”, che in un rapporto come questo nostro, è inevitabile. - Progetto dell’opera L’autore, terminati i preamboli, illustra gli argomenti delle conversazioni sottolineando l’affetto che questo rapporto pedagogico dovrà portare con sé. Vi sono nel capitolo brevissime informazioni sugli ambiti che non sono poi stati trattati appositamente. (Credo sia legittimo unirvene altre simili per tematica estrapolate da altri scritti sempre facenti parte delle “Lettere luterane”, ai fini di un piccolo approfondimento; le fonti saranno opportunamente indicate). Nella prima parte è intenzione dell’autore parlare delle fonti educative più immediate, ovvero gli oggetti, le cose (vedi prossimo paragrafo). Nella seconda parte saranno i compagni, i ragazzi, ad essere presi in considerazione in quanto “veri educatori”. Questa è l’ultima parte ad essere trattata. Nel progetto della terza sezione vi è la famiglia “…i tuoi educatori ufficiali, se non ancora i tuoi diseducatori. Tuttavia, come vedremo, tra la loro intenzione pedagogica nei tuoi riguardi, e la realizzazione di tale intenzione, c’è un diaframma il cui spessore è immenso: si tratta del tuo rapporto d’amore e di odio con essi.” Segue la scuola, “…quell’insieme organizzativo e culturale che ti ha completamente diseducato, e ti pone qui davanti a me come un povero idiota, umiliato, anzi degradato, incapace a capire, chiuso in una morsa di meschinità mentale che, fra l’altro ti angoscia. L’antiscuola (cioè la polemica politica contro la scuola, che tu hai recepito e assimilato attraverso una contestazione in questi anni ormai completamente depauperata ed esautorata) non è meno diseducativa. Essa ti impone un conformismo non meno degradante di quello della scuola.” “Quali sono le mie due modeste proposte per eliminare la criminalità? Sono due proposte swiftiane, come la loro definizione umoristica non si cura minimamente di nascondere. I) Abolire la scuola media d’obbligo. II) Abolire immediatamente la televisione. […] La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano cose inutili, stupide, false, moralistiche […] Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque non è altro che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente ad un’altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali…) […]. È meglio abolirla in attesa di tempi migliori; cioè di un altro sviluppo. (Lettere luterane, “Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia”, pag. 168 e 169). Quinta parte è la trattazione di “…questi spaventosi organi pedagogici privi di alcuna alternativa. Su ciò nulla fermerà il mio furore […]”, ovvero la stampa e la televisione. “…il vero linguaggio della televisione è simile al linguaggio delle cose: è perfettamente pragmatico e non ammette repliche, alternative, resistenza” (Gennariello, “La prima lezione me l’ha data una tenda”, pag. 36) “…I “modelli” cioè, attraverso la televisione, non vengono parlati, ma rappresentati. E se i modelli son quelli, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? È stata la televisione che ha […] concluso l’era della pietà, e iniziato l’era dell’edonè. Era in cui i giovani […] tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore). (Lettere luterane, “Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia”, pag. 170). Nelle ultime cinque sezioni previste dal breve trattato, Pasolini dichiara che è sua intenzione esprimersi estendendosi “senza alcun limite precostituito con tutta la libertà dell’improvvisazione”, per parlare di sesso, comportamento, religione, politica e arte. Sulla religione leggiamo “Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista, che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere […] è lui stesso il primo a volersene liberare […]. …Io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci.” (Gennariello, “Come devi immaginarmi”, pag. 21). Dulcis in fundo, in intima confidenza con il suo giovane “allievo”, una dedica per questo trattato: “all’ombra sdegnosa di De Sade”. - Le fonti educative più immediate Gli oggetti, le cose che circondano l’individuo da che è nato sono per Pasolini elementi linguistici che caratterizzano la concezione della nascita e della vita. Le fondamenta incontrovertibili su cui poggiare le successive esperienze, alle quali è concesso di contestare tale immane autorità, ma con grandissima fatica. La realtà fisica comunica la condizione sociale ed educa la carne, la corporeità della persona, cioè la forma dello spirito. Questa consapevolezza porta l’autore a evidenziare uno “squarcio” comunicativo fra sé e le nuove generazioni che non può essere risolto. “Fino al Cinquanta, fino ai primi anni sessanta[…] le cose erano ancora cose fatte o confezionate da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale. Poi l’artigianato, o il suo spirito, è svanito di colpo. Proprio mentre hai cominciato a vivere tu.” (Gennariello, “Siamo diversi: lo dicono le tazze da tè, pag. 43) “Io potrò cercare di scalfire, o almeno mettere in dubbio, ciò che ti insegnano genitori, maestri, televisioni, giornali, e soprattutto ragazzi tuoi coetanei. Ma sono assolutamente impotente contro ciò che ti hanno insegnato le cose. […] Su questo siamo due estranei. (Gennariello, “La prima lezione me l’ha data una tenda”, pag. 41). Esempi perfetti per questo ragionamento sono la descrizione della diversità dei punti di vista fra allievo e maestro nell’osservare la “rossa” Bologna. La città incanterebbe il primo per l’opulenza e lo sviluppo uniti al “buon governo” comunista, portandolo a un “catecumenale ottimismo democratico”. Al secondo la funzione conservatrice del Partito Comunista nel capoluogo permetterebbe di ritrovare frammenti sparsi del proprio “linguaggio delle cose”, altrimenti annullato dalla seconda e definitiva rivoluzione borghese, in una città comunque diventata antropologicamente non diversa dalle altre italiane. - Gli altri studenti e coetanei in genere L’ultimo argomento trattato è quello del potenziale educativo dei giovani coetanei. L’autore crede che questi abbiano già ferocemente maturato il conformismo degli adulti e che cerchino di imporlo in modo ingenuo e violento ai propri compagni. D’altro canto godono del sentirsi portatori di qualcosa di nuovo di impossibile comprensione da parte degli adulti, che dona loro una grande forza. Dice Pasolini a Gennariello: “Tu sei schiacciato da tale “novità”; ed è questa “novità” –che tu temi di vivere imperfettamente, mentre la vedi perfettamente vissuta dai tuoi compagni- che costituisce il nucleo centrale della tua ansia di apprendere. […] Insomma i tuoi compagni sono i depositari e i portatori di quei valori che sono gli unici che ti interessano. Anche se essi non sono che leggerissime, quasi impercettibili varianti dei valori dei padri. (Gennariello, “I ragazzi sono conformisti due volte”, pag. 54) In seguito viene analizzato in modo quasi ironico, come sugli scaffali di un supermercato, l’insieme delle categorie, dei tipi giovanili. La prima divisione è fra obbedienti e disobbedienti. Nel primo gruppo compaiono: i “destinati a esser morti”, gli “sportivi”, i “futuri executives”, i “comunisti ortodossi”, i “repressi non nevrotici”, i “teppisti”, i “fascisti”, i “cattolici attivisti”, e i “puri medi”; il tutto nelle varianti borghesi/operai e settentrionali/meridionali. Fra i disobbedienti minore è il numero di categorie (e certamente anche il numero di giovani): i disadattati, i devianti, e i rarissimi colti. Lo scrittore racconta a fondo solo la sua visione della categoria dei “destinati a esser morti”. - Le madonne oggi non piangono più L’ultimo articolo di Gennariello
contiene divagazioni che ricordano a Pasolini quelle mattine di Maggio
o di Giugno, in cui i professori parlano d’altro, spesso in modo più
intimo e confidenziale. Le vicine elezioni politiche “tentano” il maestro,
che analizza uno dei più interessanti fenomeni pre-elettorali nella
sua evoluzione: le madonne che piangevano (ieri), il rapimento di alti
magistrati (oggi). Il monito di questi segnali politici è lo stesso,
anche se ovviamente cambiano gli universi simbolici a cui attingere (vedi
sopra: religione). La cosa più straordinaria è che uno dei
due magistrati scomparsi, Di Gennaro, è una conoscenza piuttosto
diretta dell’autore, dato che era il pubblico ministero nel processo contro
il suo film “La ricotta”, accusato di villipendio della religione. Costui,
nei ricordi di Pasolini, viene definito come “La persona più reazionaria
[…] La sua arringa contro il mio film è stata controriformistica
e sanfedista a tal punto che, come ti possono testimoniare i numerosi intellettuali
e giornalisti che l’anno ascoltata, ha rasentato il granguignolesco e il
ridicolo, per non dire ovviamente il volgare. E’ stato il capolavoro orale
del clerico-fascismo degli anni Cinquanta […] Che logica lega il rapito
ai rapitori? Non saprò mai rispondere a questa domanda, se non su
un terreno puramente ideale. Ed è ciò che cercherò
di fare continuando fin che sarà necessario questa nostra digressione.”
Dalla lettura delle “Lettere luterane”, si evince come centrale la questione della borghesizzazione culturale delle masse contadine e operaie. Ai fini, mi auguro, di una più precisa comprensione, mi preme tornare ancora su questo tema sempre, chiaramente, attraverso i pensieri di Pasolini. La concezione del mondo popolare, inteso come arcaico, storicamente esistito, in Italia, fino agli anni Sessanta, vede come idea di fondo la rigenerazione sociale che avviene attraverso i figli che sostanzialmente reincarnano i padri, nel quadro di un paesaggio, campestre o urbano che sia, in cui è possibile ri-conoscere i segni immutati della propria cultura. (Ovviamente non in senso etnico, ma in senso antropologico). Per dissipare ogni dubbio, diciamo che l’autore mantiene una visione complessa e dialettica di questa realtà culturale, perché è ben conscio dell’uso orribilmente manipolatorio che i regimi del passato hanno fatto dei valori di queste genti. Nonostante ciò, non vi è motivo per credere che vi sia in lui, interpretando il non-detto, un potenziale reazionario. È presente invece uno struggente sentimento d’amore per una realtà culturale piena di vita e, lo aggiungo io, compatibile col sistema ecologico. Queste polemiche, queste false interpretazioni del suo pensiero, lo seguirono e lo offesero in molte altre occasioni. Come con il sopracitato processo a “La ricotta”, o come quando fu accusato da diversi intellettuali di razzismo nei confronti del sottoproletariato romano, dopo che questi avevano visto il suo film “Accattone”. Perché è immorale rappresentare quella cultura così come è (lui la viveva, e gli attori interpretavano se stessi), anche nei difetti (Accattone è un magnaccia, e molte delle persone che lo circondano, vivono anch’esse ai limiti della legalità e moralità, peraltro non per questo sfacciatamente) senza cercare di esprimere una rassicurante (e borghese) “laicizzazione” culturale. Costoro, si lamenta lo scrittore, continuano ad interessarsi maggiormente a quello che lui non dice rispetto che a quello che dice. Proiettando le loro accuse di razzismo sullo scrittore, essi si smascherano come fascisti “al quadrato”. Approfondendo le dinamiche comunicative e le caratteristiche dei diversi punti di vista che vanno a interpretare la realtà, è molto interessante, a questo punto del discorso, accennare alla breve parentesi di semiologia del linguaggio cinematografico che si trova all’interno dei capitoli di “Gennariello” che trattano del potenziale educativo della realtà fisica. “Lo sguardo di un letterato su un paesaggio, campestre o urbano, può escludere un’infinità di cose, ritagliando dal loro insieme solo quelle che emozionano o servono. Lo sguardo di un regista - su quello stesso paesaggio - non può invece non prendere coscienza - quasi elencandole - di tutte le cose che vi si trovano. […]… i “segni” del sistema verbale sono dunque simbolici e convenzionali, mentre i “segni” del sistema cinematografico sono appunto le cose stesse, nella loro materialità e nella loro realtà. Esse divengono, è vero, “segni”, ma sono i “segni”, per così dire viventi, di sé stesse. (Gennariello, “Impotenza contro il linguaggio pedagogico delle cose, pag. 38) Segue un esempio simile a quello di Bologna; lo Yemen, meta di un recente viaggio dell’autore, descritto da un ipotetico poeta (che avrebbe avuto un’idea “esaltante e statica” di un paese rimasto immutato in una condizione storica medievale) e da un regista (che nota invece la presenza “espressiva e orribile” della modernità: pali della luce piantati caoticamente, casupole in cemento tremende, edifici pubblici costruiti in uno stile Novecento arabo spaventoso). Tornando all’analisi della situazione attuale, questa viene restituita attraverso le parole di Marx: rispondendo a Moravia che lo accusava di aver dichiarato morto il proletariato, Pasolini ribadisce la sua denuncia di genocidio culturale perpetrato dalla classe borghese ai danni del proletariato, usando un concetto per la prima volta espresso dal filosofo tedesco. Nelle altre “Lettere luterane”, l’autore approfondirà la questione storico-politica dichiarando colpevoli della situazione di completo sfascio nazionale i potenti democristiani che hanno governato l’Italia dal dopoguerra agli anni Settanta; proporrà agli intellettuali di processare questi gerarchi. Sarà questo il filo conduttore della polemica politica pasoliniana nell’ultimo anno di vita. Dopo questa lettura, grande è l’amarezza, il dolore del lettore capace d’amore per quella “vera” vitalità così come viene descritta e rimpianta da Pasolini. Un’ultima riflessione allora sul concetto di felicità, probabilmente non completamente sviscerato nelle “Lettere luterane”, ma importante, per quanto sia appena accennato. Per l’autore la felicità nasce dal possesso culturale del mondo, secondo un’interpretazione a mio avviso lucidamente aderente alla realtà: “…va allora aggiunto che, oltre al possesso del mondo da parte dei padroni, c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni. Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. È il possesso culturale del mondo che dà la felicità. (Gennariello, “Siamo belli, dunque deturpiamoci”, pag. 62 e 63). |
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