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I contributi dei visitatori «Con le armi
della poesia»: spirito della televisione e nuovo fascismo
a Pier Paolo,
La libertà in Italia,
oggi più che mai, corre sul filo del rasoio: nel rovinare inarrestabile
di ogni valore, in una società opulenta eppure con milioni di persone
‘che stanno a guardare’, al limite della sussistenza, l’assassinio della
cultura sembra ormai perpetrato definitivamente.
per un vuoto che non si colma . Nel mondo del lavoro la via della raccomandazione, del clientelismo, della strumentale affiliazione partitica, di una mediocritas tutt’altro che aurea diventa sempre più l’unica transitabile; e la più esecrabile di tutte le virtù, l’astuzia bieca e senza scrupoli della volpe e del serpente, la radice profonda del successo. Ecco il lato oscuro di una
società in cui molti oggi cantano proditoriamente le «magnifiche
sorti e progressive» della leibniziana ‘migliore Italia possibile’.
In un Paese democratico, compito dei partiti è coordinare ed organizzare i diversi poteri e le diverse funzioni dello Stato: non di scegliere la classe dirigente, che è divenuta così bieca creatura politica al servizio dei partiti e non illuminata e capace élite - selezionata esclusivamente in base al merito - per la gestione competente ed al più alto livello del bene collettivo. Ma ora l’assassinio della cultura sembra ormai perpetrato definitivamente (2) : ora che la televisione è la via maestra della politica, della cultura (della cultura?), dei rapporti umani fittiziamente sbandierati per soldi sui palcoscenici dei nuovi giullari televisivi, che all’ombra raggelante del Potere fanno risuonare sinistramente i loro campanelli e i loro vocalizzi sull’abisso del nulla (3). Là dove non ci sono più idee né ideologie, ma differenti gruppi di potere che si fronteggiano, prima litigando trivialmente, infine accordandosi proficuamente per i proprî egotismi, alla politica è da tempo (da sempre in Italia?) subentrata la sua forma corrotta e degradata, il politicismo. Ritorna allora, oggi più che mai, nella sua luminosa violenza, la profezia agghiacciante degli Scritti corsari, dopo oltre venticinque anni intatta nella limpidezza di un nuovo moderno ‘rasoio di Occam’: «Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre…» (4)E ancora: «È in corso nel nostro paese, come ho detto, una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale, ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani. […] Di fatto, avveniva, invece, almeno a livello inconscio, un processo di laicizzazione, che consegnava le masse del centro-sud al potere dei mass-media e attraverso questi all’ideologia reale del potere: all’edonismo del potere consumistico.» (5)In Italia, è ormai indiscutibile la sostanziale continuità fra il regime fascista ed i partiti, che ne hanno ereditato - e per certi aspetti sapientemente perfezionato - il sistema totalitario e tentacolare - ‘mafioso’ - di gestione del potere, introducendo l’uso della corruttela generalizzata e un bieco diabolico patto - fattuale se non istituzionale - con la grande criminalità organizzata per la spartizione del Paese (6). Infatti, «L’Italia non è mai stata capace di esprimere una grande Destra. È questo probabilmente, il fatto determinante di tutta la sua storia recente. Ma non si tratta di una causa, bensì di un effetto. L’Italia non ha avuto una grande Destra perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla. Essa ha potuto esprimere solo quella rozza, ridicola, feroce destra che è il fascismo. In tal senso il neo-fascismo parlamentare è la fedele continuazione del fascismo tradizionale. Senonché, nel frattempo, ogni forma di continuità storica si è spezzata. Lo “sviluppo”, pragmaticamente voluto dal Potere, si è istituito storicamente in una specie di epoché, che ha radicalmente “trasformato”, in pochi anni, il mondo italiano.Tale salto “qualitativo” riguarda dunque sia i fascisti che gli antifascisti: si tratta infatti del passaggio di una cultura, fatta di analfabetismo (il popolo) e di umanesimo cencioso (i ceti medi) da un’organizzazione culturale arcaica, all’organizzazione moderna della “cultura di massa”. La cosa, in realtà, è enorme: è un fenomeno, insisto, di “mutazione antropologica”. Soprattutto forse perché ciò ha mutato i caratteri necessari del Potere. La “cultura di massa”, per esempio, non può essere una cultura ecclesiastica, moralistica e patriottica: essa è infatti direttamente legata al consumo; che ha delle sue leggi interne e una sua autosufficienza ideologica, tali da creare automaticamente un Potere che non sa più che farsene di Chiesa, Patria, Famiglia e altre ubbìe affini.» (7)Il ruolo totalitario della televisione e del Potere che essa esprime (e di cui è espressione) - politico in primis - diventa performativo della forma mentis non meno che del modus vivendi specialmente riguardo ai risvolti più intimi dell’essere umano, brutalmente e disumanamente spostati dal ‘privato’ al ‘pubblico’, a cominciare dalla sessualità: «Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere ha creato una situazione altrettanto e forse più insana, che quella dei tempi della povertà. Infatti: primo: libertà di una libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità “indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): e la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com’era nelle speranze democratiche). […] In compenso l’enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è certo mai successo nella storia italiana.» (9)Che altro si potrebbe aggiungere? se non, con Marcuse, che «Sotto il governo di un tutto repressivo, la libertà può diventare un potente strumento di dominio.» ------------- NOTE (1) Cfr.14 novembre 1974. Il romanzo delle stragi (PIER PAOLO PASOLINI, Scritti corsari, Milano, Epoca!, 1988 [1975], p. 74-78). (2) Cfr. MANUELA CAMPARI, Muti: “Stanno uccidendo la cultura”. Severo atto d’accusa contro l’indifferenza dei governi e contro la Rai: “Così si arriva alla dittatura”, “la Republica”, 11/VII/1995, p. 1; L’Abbado furioso: «Alla musica l’Italia preferisce le sfilate di moda». Direttori d’assalto, “Il Mattino”, 18/IX/1995, p. 10; e DONATELLA LONGOBARDI, Bussotti: «Lascio l’Italia, qui non si rispetta la musica». Il musicista stasera a Capua esegue in anteprima le sue nuove composizioni, “Il Mattino”, 29/IX/1995, p. 15. Cfr. pure, più in generale, RICCARDO CHIABERGE, Cervelli d’Italia. Scuola, scienza, cultura: le vere emergenze del Paese, Milano, Sperling e Kupfer Editori, 1996, pp. 5-8; SERGIO ROMANO, Prefazione a CHIABERGE, Cervelli…, cit., pp. IX-XV passim; LUIGI CARAMIELLO, Malauniversità: quando il sapere diventa mercato. Che genere di prove si devono superare negli Atenei italiani? A leggere le cronache, di tipo diverso da quelle accademiche, “Il Mattino”, 11/VII/1998, p. 14. Cfr. infine, sulle medesime tonalità, ALDO MASULLO, Il mio dissenso circa il ddl sui concorsi universitari, “la Repubblica”, 9/VIII/1998, p. 10; MARCO FEDERIGHI, Il sistema inglese, “la Repubblica”, 9/VIII/1998, p. 10; ROMEO BASSOLI, La fuga dei cervelli. Nessuno investe sugli scienziati. I ricercatori italiani vanno in cerca di fortuna all’estero: da noi non c’è sbocco, né possibilità di continuare gli studi, “Il Mattino”, 25/XI/1998, p. 13; e SALVATORE M. ALOJ, E l’Italia come va? Male, grazie. Ricerca scientifica. All’ultimo posto tra i G7 per pubblicazioni scientifiche, per scarsità di ricercatori e di investimenti. Ma non basta aumentare i fondi..., “Il Mattino”, 12/XI/1997, p. 16. (3) Cfr. Alle strette le tre signore della tele-truffa. E il Financial Times: la Venier, stile da mercato del pesce. Perquisizioni nelle città delle supervincitrici. Taormina: s’indaghi anche in RAI, “Il Mattino”, 17/IV/1997, p. 9; e BARBARA CAPUTO, Televisione, l’essere e il nulla. Intervista a Sgalambro. Altro che «cattiva maestra»: il filosofo catanese chiarisce il ruolo nichilista del medium, “Il Mattino”, 31/XII/1997, p. 17. (4) PASOLINI, Scritti…, cit., p. 24. (5) PASOLINI, Scritti…, cit., p. 90. (6) Come scrive CALISE, «un chiaro confronto tra l’Italia e i sistemi delle altre democrazie occidentali - Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania -, [...] illumina il rapporto tra stato, governo e partiti. Da garanzia di controllo democratico, la partitocrazia italiana si è trasformata in consociazione di una élite separata dal paese. Ma per cambiare, non sono sufficienti né la retorica della riforma, né il passaggio dalla cultura di partito a quelle aziendalistiche del tipo recentemente proposto, che comunicano attraverso semplificazioni plebiscitarie. È necessario tornare a una concreta valutazione delle istituzioni, nella consapevolezza che “senza identità nazionale non esiste democrazia dei cittadini che regga”.» (MAURO CALISE, Dopo la partitocrazia. L’Italia tra modelli e realtà, Torino, Einaudi, 1994, IV di cop.). Per una più ampia prospettiva storiografica, cfr. SIMONA COLARIZI, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, Roma-Bari, Laterza, 1994). Il quadro, dunque, resta assai fosco, nell’àmbito di una ‘seconda repubblica’ che non è mai nata — né, viste le premesse, nascerà mai. La sostanziale continuità, sotto molti aspetti, del regime partitocratico con quello fascista, già antesignanamente rilevata, appunto, da Pasolini negli Scritti corsari, è in effetti ben chiaro: «I due partiti popolari che si sono contese le spoglie dell’amministrazione centrale e periferica dell’Italia repubblicana hanno trovato scarse resistenze. Al tempo stesso hanno potuto fruire di un modello di organizzazione statale già preesistente e in parte addirittura già omologato ai principî della massificazione del ventennio fascista (Morlino). Tutto ciò ha contribuito all’intreccio tra macchina di partito e dello stato che ha reso eccezionale la forza della partitocrazia italiana, come sarà eccezionale la sua crisi» (CALISE, Dopo..., cit., p. 145). (7) PASOLINI, Scritti…, cit., pp. 36-37. (8) PASOLINI, Scritti…, cit., p. 81. (9) PASOLINI, Scritti…, cit., p. 83. (10) PASOLINI, Scritti…,
cit., pp. 102-105 passim.
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