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I contributi dei visitatori A passeggio per Pietralata
con Tommasino Puzzilli
“Dopo le due, due e mezzo, la vita a Pietralata tornava sotto traccia. Non si vedevano che masnade di pupi, in mezzo ai lotti, o qualche donna allo sgobbo. Non c’era che sole e zella, zella e sole. Ma era ancora marzo, e faceva presto il sole a calare giù dietro Roma. L’aria tornava in penombrae quasi gelata. Come i ragazzini risosrtivano fuori di scuola, era quasi l’ora del tramonto. E la borgata era ancora deserta, perché gli operai staccavano dal lavoro più tardi, il cinema aveva aperto da poco, e i due o tre bar ancora si dovevano affollare dei soliti senza speranza”. “I burini già avevano smesso di lavorare, negli orti lì intorno, e Via delle Messi d’oro, coi cerasi e i mandorli al primo boccio, era tutta vuota, mentre si sentivano da dietro i casali delle voci di giovanotti che cantavano facendo i Claudio Villa, e, più lontano ancora, le trombe del Forte che suonavano la libera uscita. Sotto il pilone del ponte dell’acquedotto c’era Tommasino. “E scesero appaiati giù per le gobbe, verso il mucchio di catapecchie lì sotto dove abitavano, sulla strada tra Pietralata e Montesacro, poco prima del punto dove la cloaca del Policlinico sbocca sull’Aniene”. “La strada che portava a Montesacro, con l’asfalto ridotto a qualche pizza sulla polvere brecciolosa e sparsa di sporcizie e di rifiuti, andava dietro l’Aniene. Il fiume scorreva sotto delle scarpate impuzzolite, specie nel punto dove c’era lo sfocio della cloaca del Policlinico; dall’altra parte si alzavano altre scarpate, dove si vedevano case e casette, qualche cantiere, altri villaggi di tuguri. Al di là dell’Aniene, si stendevano i campi, verso i colli di Tivoli, confusi nell’aria fredda. “Oltre quella cerchia di impalcature e di sterri, la stradina sbrecciolata sboccava sulla Nomentana, poco sopra la Batteria, e poco prima del ponte nuovo dell’Aniene. Lì sotto, proprio all’incrocio delle due strade, s’infossava una spianata piena di pini dove c’erano i carosielli, con tanta luce e poca gente, che girava a vanti e indietro, specie intorno al tendone del calcio balilla”. “Qualcuno come Tommaso e i suoi compagni erano figli di poveracci che abitavano lì intorno, nelle baracche sull’Aniene. Ma la maggior parte erano dei signorini, degli studentini, che stavano a Montesacro o sui grattacieli nuovi della Batteria Nomentana”. “E cominciò a tornarsene in giù ancora solo verso le fratte dell’Aniene, piano e fermandosi qua e là”. “Verso mezzogiorno, Pietralata era tutta fradicia, che luccicava.Sul vecchio fango secco della spianata c’era una crosticina di fango nuvo, di cioccolata, dove i maschi ruzzolavano come maialetti giocando a pallone.Tommasino reggeva in una mano il sacco vuoto dove aveva messo il ferrovecchio, l’altra mano la teneva in saccoccia, dove tutte ciancicate stavano le due piotte rimediate andando per ferro, tra i mucchi d’immondezza lungo le scarpate della Tiburtina”. “ 'Semo er terore de Pietralata!'
gridò allegro uno di quelli. 'Ammassece!' gridò un altro.
'Li californiani!'.
“Tommassino allora s’acoccolò lì accanto alla bancarella, ai piedi della Sor’Anita, su un resto di marciapiede. Pareva fosse già sera, e faceva freddo: in quell’aria fredda e scura, contro Pietralata, il banchetto pareva ancora più piccolo”. [Nella foto, Pasolini durante la lavorazione di Accattone]
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