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.I contributi dei visitatori Un urlo destinato a durare
Scrivere qualcosa su Pier Paolo Pasolini
significa sovrapporre parole alle parole, ed è difficile farlo senza
cadere nell’eccessivo. Eccessivo significa, per chi ne ha apprezzato e
ne apprezza i contenuti del pensiero e dell’arte, disperdere le proprie
energie in un pellegrinaggio che niente altro Mi si affaccia alla mente un verso di un poeta irlandese di cui la mia memoria ha smarrito il nome, ma forse anche questo è giusto così, poiché il pensiero è destinato, per sua essenza, a sopravvivere nelle coscienza più del suo autore. Forse proprio nel momento in cui i due termini sono disgiunti - uomo e pensiero - quest’ultimo cessa la sua funzione redentrice nei riguardi dell’autore, e riesce a liberarsi in tutta quanta la sua potenza devastante verso coloro che per natura ne sono i destinatari e beneficiari, vale a dire tutti quanti gli uomini. Il verso in questione recita: "Il miglior modo per servire un’epoca è quello di tradirla". Mi sento di racchiudere l’esperienza artistico-intellettuale di Pasolini tra questo verso e una osservazione tratta dai Vermischte Bemerkungen di un altro grande pensatore del secolo, ‘quel’ Ludwig Wittgenstein mai compreso appieno, eppure mai dimenticato dalla critica filosofica, il quale affermava di desiderare, anziché la continuazione del suo lavoro da parte di altri, piuttosto un cambiamento del modo di vivere negli altri. Ritengo che la sua grande lezione, sia dal punto di vista culturale che artistico in senso stretto (ammettendo, implicitamente, che tale distinzione possegga una sua ragion d’essere), sia racchiusa nell’estetica della figura di ‘intellettuale’ schierato che lui – talmente moderno a essere ancora oggi attuale se non precursore - con così tanta forza è riuscito a interpretare. Pasolini, con il suo solo mostrarsi, ha insegnato che non solo non è necessario attenersi alle rigide specializzazioni di ogni disciplina, ma che, anzi, è proprio nel superamento di tali, artificiosi limiti, nella ricerca - cioè - del miglior mezzo espressivo che è possibile ampliare gli orizzonti dell’uomo, il quale, attraverso la ricerca della conoscenza, si offre ed offre un contributo alla comprensione del mondo e ad una migliore qualità della vita. Il messaggio di Teorema - per rimanere confinati nell’ambito dell’analisi sociopolitica - è sconvolgente, di un’attualità senza tempo; la sovrapposizione dei suoi personaggi così popolari alle figure archetipiche che rappresentano, rivela l’evidenza di una realtà manifesta e ordinata che - forse proprio a causa della sua evidenza - tende a sfuggire alla consapevolezza dei singoli. Le accuse di misticismo mosse alla sua sintesi tra fede e marxismo, rappresentano, ancora di più al giorno d’oggi, un motivo di riflessione verso la crisi di certi valori così come erano stati tramandati, e cioè in quel modo talmente rigido che non poteva che essere propedeutico alla loro morte. Dall’analisi pasoliniana della società del tempo, e da ciò che ne sarebbe conseguito nel futuro emergono prepotenti temi d’attualità tra i più scottanti: l’alienazione prodotta da un apparente sviluppo economico che ribadisce la posizione del modello capitalistico-liberista nell’intero occidente a spese dei Paesi più arretrati; l’indotto culturale dei nuovi media che, per la prima volta nella storia, stravolgeva dall’interno il senso di identità, quindi i ruoli sociali di ognuno, trasformando di fatto l’appartenenza alle ‘vecchie’ classi individuate dal reddito, in classi di consumo, dove le scelte (dalla moda alla collocazione politica) divengono ostaggio di quel denaro che sembra circolare in grande quantità e che viene utilizzato per comprare uno status di appartenenza altrimenti irraggiungibile, come i titoli nobiliari del ventennio fascista. Il commento all’episodio di Valle Giulia evidenzia una delle massime contraddizioni della storia: la rivoluzione proletaria guidata dalle élites borghesi, e contiene in sé l’implicito, storicamente documentato fallimento. Questo, ed altro ancora, più delle poesie (che personalmente amo sopra ogni altra cosa), il materiale messo a nostra disposizione, che, aldilà delle intenzioni, deve spingerci a diventare non solo custodi della sua memoria, ma, come lui, uomini protesi in ogni momento della nostra vita, a spingerci oltre ciò che è e ciò che siamo. Una sola parola per l’uomo, ma non perché non ne meriti, bensì per la mia incapacità di andare oltre quella sensazione che solo il silenzio è capace - sia pure nella sua imperfezione - di rappresentare. Tante cose sono state dette sulla sua morte, tanto è stato scritto. La morte di Pasolini è una morte che si può definire senz’altro simbolica per il valore (oltre che la risonanza) attribuitagli, per il vuoto lasciato nel mondo dell’arte e della coscienza civile. Ma è - e soprattutto, vorrei aggiungere - la morte fisica di un uomo, il punto in cui la parabola di una esistenza declina. A distanza di tempo (vorrei a proposito ricordare, ‘lo’ stupendo e struggente "Morte di Pasolini" di Dario Bellezza,), un tempo che, per ovvie distanze anagrafiche, all’interno della mia coscienza sfuma in quel territorio della memoria in cui ricordo e archetipo si sovrappongono, leggo - e non sono il solo - la sua fine come qualcosa di inscindibile con l’intera sua esistenza, come se quella tragicità dei fatti già gli appartenesse sin dai tempi della sua gioventù. Come tutte le personalità che si possono definire grandi, la sua vita è stata improntata alla massima coerenza verso se stesso, assolutamente privo di qualunque modello o influenza che lo avrebbe - come accade ai più - spersonalizzato nel modo di sentire e di agire. Ed è morto così, ‘di’ una morte tragica e violenta che sembra uscire dal finale di uno dei suoi libri. Pasolini è vissuto a suo modo, ingiudicabile nel dettaglio, ma complessivamente come un predestinato, un eroe predestinato ad aprire una strada dove tutti quanti gli uomini possano incamminarsi, una strada che si apre verso la luce. Ecco: noi dobbiamo - credo - fare proprio questo: incamminarci, ed utilizzare le nostre pietre per lastricare questa strada che ci ha mostrato, puntando ad una rivoluzione che, dai nostri cuori, possiede in sé la forza per cambiare il mondo. Qualcuno ha detto che la storia è destinata a ripetersi, almeno per coloro che non hanno imparato la lezione. I sindaci di Roma possono far recintare il campetto di Ostia dove è morto, oppure lasciarlo andare al degrado (ammesso sia possibile andare oltre). Non potrà essere un gesto dell’autorità ad onorare la morte di Pasolini, ma solo il gesto di ognuno di noi, un gesto che ci cambierà, e cambierà il mondo, perché nessuno debba più morire per poter capire e infine mostrare ad altri che cos’è la vita. |
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