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I
contributi dei visitatori
Alberto Ferrari,
Momenti
teatrali nell’opera e nella fortuna di Pier Paolo Pasolini
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PRIME PROVE
1.1
GLI ANNI GIOVANILI
“Abbiamo poi fatto idolo
dei nostri pensieri il teatro: abbiamo deciso di metter su una compagnia”:
sono parole scritte da Pasolini nel 1941 1,
ed attestano un interesse per il genere drammatico presente fin dai primi
anni di attività poetica, un interesse che oltretutto si fa subito
esigenza di confronto con la dimensione scenica, con la parola detta
e ascoltata, con un pubblico che veda e soprattutto senta.
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Si
inizia in modo rudimentale e meno che apprendistico: Pasolini e i suoi
giovani amici universitari si radunano in casa del poeta, leggono / recitano
ad alta voce su panche o sedie pezzi drammatici, in anni di letture onnivore
e di non poche novità in campo teatrale. 2
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Il teatro
in questo senso è per il nostro poeta parte di un più generale
interesse per gli studi umanistici in generale, e la letteratura drammatica
parte della grande passione per tutta la poesia: Pasolini comincia
a scrivere versi da subito, quando impara a scrivere; ovviamente i primi
sono piccoli componimenti, sulla natura, sull’affetto per la madre, etc.,
e fu la madre stessa - ricorda il poeta nell’intervista Il sogno del
centauro - 3
a rivelargli la possibilità di scrivere autonomamente, vergando
versi dedicati al figliuolo. Pier Paolo diceva di conservare una cassapanca
zeppa di scritti infantili 4,
ma di fatto nell’intervista sopra citata afferma di ricordarsi solo di
due parole, rosignolo e verzura, che attestano una selezione
linguistica di tipo petrarchesco.
Le prime letture sono libri
di avventure, Salgari, l’atlante geografico su cui fantastica storie meravigliose 5;
più avanti Pier Paolo legge Omero, i Lusiadi, i classici
Carducci, Pascoli, D’Annunzio 6
che solo più in là approfondirà (su Pascoli svolgerà
la tesi di laurea e poi curerà un’Antologia 7
e di Pascoli risentono i suoi versi friulani). Ma sono ancora letture episodiche
e perlopiù scolastiche: è agli anni del liceo che data la
scoperta della letteratura come amore vitale e l’emergere di una vocazione
assoluta e intransigente; importante è l’incontro con il Macbeth
di Shakespeare, ma soprattutto – nell’anno scolastico 1938-39 - la lettura
da parte del professore e poeta Antonio Rinaldi di Le bateu ivre di
Rimbaud, momento folgorante che dischiude al nostro il mondo della poesia
contemporanea, da Ungaretti, subito amatissimo, a Montale, da Luzi a Gatto,
da Sereni a Bertolucci, da Betocchi a Cardarelli, senza dimenticare Sandro
Penna con il quale è riscontrata presto grande affinità e
identificazione.
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Quasi
naturale quindi, che terminati gli studi liceali Pasolini si iscriva a
Lettere (a Bologna) conoscendo altri giovani aspiranti poeti (Leonetti,
Roversi, Serra) con cui condividere letture e passioni poetiche, e non
solo: arte, cinema, politica e finalmente anche il teatro sono al centro
di discussioni e scoperte; c’è anche il progetto di una rivista,
Eredi,
che non uscirà mai. 8
Decisivi per il futuro poetico e quindi anche teatrale di Pier Paolo sono
gli incontri con Pascal e Leopardi, che insieme all’esistenzialismo di
Kierkegaard e Schopenauer alimenteranno la “contemplazione lirica dell’infinito” 9
e l’angoscia dell’esistere; comincia anche una vocazione critica improntata
ad una sensibilità postermetica, come fa notare Cesare Segre evidenziando
la lettura di Bo, De Robertis, Solmi ed Anceschi. 10
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Ma ciò
che qui più interessa è la lettura di autori teatrali; a
parte i tragici greci – che il nostro amerà sempre, fino a tradurre
opere nella sua maturità - l’interesse si appunta soprattutto sui
moderni e contemporanei: il poeta casarsese assiste a Bologna a Piccola
città di Wilder 11,
oltre a leggere O’Neill 12,
Strindberg, Alfieri, Pirandello, Holderlin, Kleist. Molte sono opere non
molto tradizionali rispetto al classico “dramma borghese”: sono monologhi,
dialoghi, “dibattiti” tra idee personificate che hanno nel dialogo lo strumento
primo della comunicazione – e ciò non può non far pensare
al futuro “teatro di parola” pasoliniano, dove proprio l’oralità
sarà primaria 13.
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La scoperta
di autori anglosassoni come Yeats, O’Casey, Synge 14
è degna di una certa attenzione, se pensiamo che i temi affrontati
in particolare dall’irlandese Synge sono quelli della terra madre, del
popolo, dello spirito di una civiltà: proprio in questi mesi Pasolini
comincia a pensare al suo Friuli in questa chiave di recupero di una tradizione
e di una lingua 15.
C’è poi, e questa sarà una costante che troveremo in tutta
la produzione pasoliniana – quindi anche nel teatro - una possibile lettura
in senso autobiografico dell’opera di Synge, in particolare de Il furfantello
dell’ovest dove troviamo il tema psicanalitico del parricidio necessario
per una piena maturazione: ben sappiamo tra l’altro come la psicanalisi
interessasse il nostro autore per una lettura profonda anche della sua
stessa omosessualità.
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L’identificazione
autobiografica può essere anche la chiave di lettura per comprendere
come mai la prima vera e propria messa in scena con attori e pubblico allestita
da Pasolini – e dai suoi amici - sia la quasi ignota commedia ottocentesca
Un
angelo peccatore di Isnardo Sartorio 16:
al centro della trama sta il rapporto difficile tra un giovane sfrenato
e vizioso e la madre anziana ed angosciata, eco della vicenda umana del
giovane Pier Paolo, ambiguamente legato alla madre ed anch’egli attratto
in questi anni dal mito del maledettismo da angelo decaduto.
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La recita
è preparata per la “Pro-combattenti” di Casarsa (siamo nell’autunno
del 1941), ed in una lettera a Luciano Serra Pasolini anticipa una sua
posizione di “autoritario direttore di scena” 17:
dettaglio importante, che prefigura sin dagli albori dell’esperienza teatrale
un ruolo registico assolutamente dominante che ritroveremo in tutta l’impostazione
drammaturgica del poeta di Casarsa, a partire dalla regia di Orgia
nel 1968 a Torino, e nonostante le roboanti affermazioni del Manifesto
per un nuovo teatro dove si delinea per l’attore un ruolo importante
anche di riflessione intellettuale sul testo recitato 18.
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Nell’ambito
di quel recupero della tradizione friulana come memoria di una civiltà
che va disperdendosi cui prima si accennava, qualche mese dopo la messa
in scena di Sartorio il nostro poeta pubblica la sua prima raccolta di
versi, in dialetto, intitolata Poesie a Casarsa 19.
Il dialetto si presenta a Pasolini come lingua naturale per eccellenza,
idioma vitalissimo: “Per me era semplicemente una lingua antichissima
eppure del tutto vergine, dove parole, pur comuni, come “coùr” “fueja”
“blanc” sapevano suggerire le immagini originarie. Una specie di dialetto
greco o di volgare appena svincolato dal pre-romanzo con tutta l’innocenza
dei primi testi di una lingua. (…) Per noi ormai lo scrivere in friulano
è un fortunato mezzo per fissare ciò che i simbolisti e i
musicisti dell’Ottocento hanno tanto ricercato (…) cioè una melodia
infinita” 20.
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Così,
il dialetto casarsese ha pari dignità rispetto alla lingua nazionale
e può abbeverarsi alle correnti letterarie della tradizione italiana
oltre che a tutta la poesia contemporanea, evitando di diventare un folkloristico
sottoprodotto popolare: anzi, gli stessi oggetti e moti della poesia in
lingua saranno espressi su un piano di superiore assolutezza. 21
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Gianfranco
Contini legge l’opera prima del ventenne Pier Paolo e gli manda una cartolina
promettendogli una recensione, che infatti appare sul “Corriere di Lugano”
del 24 aprile 1943 22:
parla con preveggenza di uno “scandalo” che il poeta introduce “negli
annali della letteratura dialettale” e individua il fulcro dell’opera
in “quel centro di ascesi dell’uomo sul proprio corpo che fa l’equilibrio
del libretto” cioè il tema dell’eros, del peccato e della redenzione,
già ossessivamente presente in questi versi. A proposito di teatro,
Roncaglia nota acutamente che in tutte le opere di Pasolini c’è
la tendenza a “realizzare la condizione ideale del dramma”, per
cui già l’utilizzo del dialetto nelle prime liriche sarebbe una
modalità di mimesi, “impressionismo teatrale”, in cui l’autore
si fa personaggio, e diventa una maschera più autentica del suo
volto normale. 23
La seconda
parte delle Poesie a Casarsa è costituita da un dialogo in
versi, La Domenica Uliva, che ripristina l’antico genere del mistero
medioevale o della lauda sotto forma di vera e propria “sacra rappresentazione”
(Asor Rosa 24):
il dialogo tra il Figlio e la Madre, che dietro una grande tensione spirituale
fa intravedere anche i temi dell’omosessualità e del rapporto morboso
con la genitrice, è strutturato in modo da esigere una lettura a
voce alta, insomma una recitazione, cui si prestano la struttura strofica
e i versi spesso fatti di battute spezzate, di botta e risposta che ritroveremo
anche nelle vere e proprie opere teatrali pasoliniane: Pier Paolo vuole
già qui “dare ai suoi fantasmi lirici fisionomia di personaggi
” 25,
seppure, come peraltro anche nel teatro degli anni maturi, personaggi tutti
riferibili all’io narciso dell’autore, che qui si sdoppia tra la madre
ed il “chierichetto dell’ulivo”.
Pasolini
continua su questa per lui fertile strada elaborando dal 1943 otto dialoghi
in doppia versione, in italiano e in friulano, poi raccolti nella sola
versione italiana nell’opera poetica L’usignolo della Chiesa cattolica,
edita nel 1958 26:
non ci soffermeremo su questi versi che riprendono soprattutto tematiche
già vedute precedentemente 27,
e in cui sembra comunque prevalere la dimensione lirica rispetto alla scrittura
drammatica che prendeva a volte il sopravvento ne La Domenica Uliva 28;
notiamo soltanto la presenza in queste liriche di forme e formule liturgiche
e bibliche, che possono fare trasparire in controluce una sorta di sacra
rappresentazione dove il protagonista della Passione è il poeta,
già eretico: “guardo il mio corpo / di mota e di avorio” 29:
Sereni, in una relazione per la Mondadori, scrisse che in questo canzoniere
si delinea “una storia d’anima: la storia d’una originaria purezza gradatamente
corrotta”.
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Più
significative ai fini del nostro discorso ci paiono essere due messe in
scena vere e proprie, sempre a Casarsa e sempre con allestimenti dilettantistici,
risalenti ai mesi successivi quando a causa della guerra Pier Paolo sfolla
al suo paesino ed è impossibilitato a continuare a frequentare Bologna.
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La prima
opera rappresentata è più che altro uno sketch (in
dialetto), Carneval e Quaresima, 30
una recita praticamente improvvisata la sera del carnevale ’43 nella cucina
dell’abitazione del poeta, “su un canovaccio confezionato in pochi minuti”,
ricorda Nico Naldini 31,
con personaggi allegorici ed un violino in sottofondo. Si tratta secondo
Stefano
Casi di un’operazione sempre nell’ambito del ritrovamento di generi
ed opere delle origini come un “recupero del patrimonio storico e culturale
locale”; in questo caso verrebbe ripreso il Contrast fra Carneval
e Crèsime attribuito al poeta friulano del seicento Ermes di
Colloredo ed oramai assunto pienamente dalla tradizione popolare 32.
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Pasolini
aveva adottato il friulano come un linguaggio speciale per la poesia evitando
qualsiasi tendenza al realismo folklorico, ma si rende conto, dopo un primo
apprendistato poetico, di avere a che fare con una lingua viva e pulsante,
ed abbandona l’utilizzo estetistico per approdare ad un uso realistico
che implica anche il ripescaggio di tutta una tradizione popolare indigena:
il Carneval va esattamente in questa direzione.33
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La seconda
rappresentazione cui vogliamo qui accennare è messa in scena nell’estate
del 1944 addirittura con una replica ed un allestimento nella vicina frazione
di Zoppola, ed è intitolata Meriggio d’arte. 34
Si tratta praticamente di un varietà che alterna brani colti (come
la musica classica suonata al violino e due dialoghi poetici firmati da
Pasolini stesso) e momenti di più facile intrattenimento (come canti
del coro dei ragazzi di Casarsa e alcune popolari villotte) con un’attenzione
quindi al tipo di uditorio che il poeta ha davanti a sé che qui
si manifesta per la prima volta con l’intento di educare e insieme intrattenere
il pubblico – e sappiamo quanto un’ambizione didattica abbia contato poi
anche nella successiva scrittura delle tragedie borghesi 35.
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Alberto
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