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Libri Volponi - Pasolini
Volponi non era affatto un anticapitalista romantico, perché aveva presto imparato a distinguere (ed è singolare che in tempi di Grande Crisi nessuno sembri ricordarsene) fra economia e finanza, cioè tra la produzione effettiva di ricchezza e la sua moltiplicazione fantasmatica: prima ancora di Adriano Olivetti, cui è dedicato un libro testamentario come Le mosche del capitale (Einaudi, 1989), il suo maestro e compagno di via era stato fin dalla metà degli anni cinquanta Pier Paolo Pasolini. Di questa lunga e persino complice amicizia, troncata nel '75 dall’assassinio del poeta friulano, sono chiara testimonianza le ottantuno lettere di Scrivo a te come guardandomi allo specchio (a cura di Daniele Fioretti, Polistampa, pp- 216, € 18), il cui titolo da solo vale una dichiarazione di poetica. Conosciamo in parte le corrispettive di Pasolini (già nei due volumi delle Lettere, a cura di Nico Naldini, edite da Einaudi nel 1988), ma Volponi vi si espone in prima persona come mai aveva fatto nella scrittura narrativa peraltro segnata da una tensione linguistico-stilistica che sapeva reinventare, stravolgendoli, i tratti più riconoscibili della realtà contemporanea. Per una decina d’anni Volponi espone al suo amico, con insistenza ossessiva, la propria ferita e dunque la sua contraddizione primaria, quella che si apre tra il sogno di Urbino e la realtà di Ivrea, fra il miraggio di una possibile democrazia del lavoro (è l’utopia di Olivetti che definisce«quasi kennediana») e la dorata servitù aziendale; gli scrive il 21 gennaio del '59, quando è ancora un manager o appena un ex poeta lirico, ma già pensa al romanzo della alienazione industriale o della propria perdizione che sarà il magnifico esordio di Memoriale: «Intorno a me non ci sono che funzionari o rivoluzionari (borghesi), sullo sfondo c'è una bellissima campagna che mi pare tradita dalla violenza della fabbrica e che non posso nemmeno difendere perché non è la mia. Ancora sogno infantilmente Urbino».
D’altra parte Pasolini è laconico, talora distante, scagliato come una nera meteorite dentro la società affluente che ne fa una star nello stesso momento in cui viene linciandolo. Spesso i due si ritrovano nella zona della pura e istintiva amicizia, scambiandosi notizie di vita quotidiana e sfiorando talvolta, con grande e reciproco pudore, il decorso della propria vita sentimentale: c’è un Volponi ancora giovanissimo che vagheggia il grande amore, e lo trova in sua moglie Giovina, ma c’è anche un Pasolini sgomento, afflitto per la fine del rapporto col suo attore elettivo, Ninetto Davoli. È negli anni settanta, quando il carteggio è da tempo rarefatto, che Volponi e Pasolini paradossalmente si ritrovano nel momento del massimo distacco. Si tratta di una storia che Emanuele Zinato, il curatore della edizione complessiva di Volponi (Romanzi e prose, 3 voll. Einaudi, 2003), aveva prospettato e che solo l’epistolario arriva oggi a confermare. Nel ‘74 Volponi pubblica il romanzo più difficile e più suo, Corporale, dove proietta, per allegoria e a torride temperature, la storia di un manager-intellettuale: è una resa dei conti durissima, un diagramma che non lascia speranze al futuro politico-industriale del paese ed anticipa gli scenari apocalittici di Le mosche del capitale. Pasolini, alle prese col montaggio di Salò e con le pagine di Lettere luterane (appunto una grammatica di ciò che egli chiama «Dopostoria», o «Universo orrendo») legge per primo il romanzo ma dubita, dilaziona, poi pubblica una mezza stroncatura. L’ultima lettera di Volponi al grande amico, cui rimangono soltanto tre mesi di vita, la stessa in cui gli annuncia Il Sipario Ducale e l’estrema speranza nel Pci al governo, probabilmente tocca un suo nervo scoperto. Volponi è tra i pochi a sapere che esiste un enorme scartafaccio al momento intitolato Petrolio: sa che parla di un uomo diviso in due (intellettuale, industriale), sa che tratta di industria e di finanza come fossero elementi primordiali di un nuovo e terribile Stato di Natura. Infine sa, o lo sospetta, che Petrolio è la sola risposta a Corporale, l’ultimo messaggio indirizzato a lui. «Caro Pier Paolo, mi aiuti
anche con i tuoi silenzi»
Caro Pier Paolo, Paolo Volponi nasce a Urbino nel 1924, dove si laurea in legge nel ’47. Nel ’48 pubblica la raccolta poetica Il ramarro, a cui seguirà nel ’55 L’antica moneta. Nel ’49 conosce Adriano Olivetti e lavora per l’Unrra-Casas svolgendo alcune inchieste nel meridione. Si trasferisce a Roma nel ’53, incontra Pasolini e prende parte al gruppo di «Officina». Dal ’56 si occupa a Ivrea dei servizi sociali: sono gli anni delle Porte dell’Appennino (1960), ma soprattutto del grande successo di Memoriale (1962) e della Macchina mondiale (1965), prime prove narrative. Nel ’71 entra nella Fiat come consulente per i temi del rapporto fra industria e territorio. Intanto Corporale (1974), splendido ma controverso romanzo, viene accolto con freddezza da critica e pubblico. Costretto alle dimissioni nel ’75 per aver dichiarato di votare per il PCI, non accetterà più incarichi dirigenziali. Da quel momento intensifica la produzione narrativa pubblicando Il sipario ducale (1975), Il pianeta irritabile (1978) e Il lanciatore di giavellotto (1981). Eletto senatore nelle liste del PCI nel 1983 (dal ’91 in quelle di Rifondazione Comunista), torna alla poesia con la raccolta Con testo a fronte (1986) e alla prosa con Le mosche del capitale (1989), appassionata denuncia dei mali dell’industria italiana. Chiudono la sua esperienza artistica i versi del Silenzio campale (1990) e la pubblicazione della Strada per Roma (1991), la cui stesura risale alla fine degli anni cinquanta. Muore ad Ancona nel 1994.
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