Libri
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
.
..
"Pagine corsare"
Libri

Pier Paolo Pasolini e Ninetto Davoli
Tratto da Liberi di amare. Le grandi passioni omosessuali del ‘900
di Laura Laurenzi, Rizzoli

Su La7 va in onda l’omofobia dei nuovi collaboratori del "Foglio"
Camillo Langone insulta la memoria di P.P. Pasolini
di Dimitri Buffa

«La vita sessuale degli altri mi ha fatto sempre vergognare
della mia: il male è dunque tutto dalla mia parte?»
Pier Paolo Pasolini
.
Il libro è una cavalcata lunga un secolo attraverso amori impetuosi, teneri, feroci, appassionati tra persone dello stesso sesso. Un inno alla libertà: libertà dalla morale corrente, dalla società puritana, dalle costrizioni e dalle convenzioni. Storie d'amore indissolubilmente legate alla creatività artistica, come dimostrano le avventure esistenziali di Federico García Lorca, Francis Bacon, Pier Paolo Pasolini, Andy Warhol, Gianni Versace, o quella di Cecil Beaton, fotografo, dandy, omosessuale convinto che però si innamora, brevemente ma selvaggiamente ricambiato, di Greta Garbo, la più androgina delle dive, a sua volta legata a una donna, la sceneggiatrice Mercedes de Acosta. 
Qui di seguito, spezzoni del libro riguardanti Pier Paolo Pasolini e Ninetto Davoli: non entro nel merito di ciò che scrive, molto discutibilmente, Laura Laurenzi: per molti versi si tratta di stereotipi già noti da cui la scrittrice non si discosta... anzi, sembra frugare pruriginosamente - stile "Novella2000" - dando una sua descrizione rigida - senza alcuna sfaccettatura né tentativo di reale comprensione - ai sentimenti molto complessi che legarono Pasolini e Ninetto Davoli. [a.m.]
Quante battaglie, quanta sofferenza, quanta ansia di legittimazione per il poeta-profeta. L’«io che brucia» è sempre presente in ogni pagina, in ogni verso, in ogni riga, in ogni sequenza dei suoi film e dei suoi giorni convulsi. «Amo la vita ferocemente, disperatamente», scrisse. «E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine.» Una fine teorizzata, profetizzata, architettata in ogni simbolo e in ogni dettaglio come un rituale, come un atto supremo di trasgressività, per il tuffo nel «grande nulla lucente», così Pier Paolo Pasolini definiva la morte. 

Anche in questa chiave - un suicidio per delega - è stato letto il suo assassinio. Per mano di un singolo ragazzo di vita o, più probabilmente, per mano di molti nulla cambia nel suo disegno di autodistruzione, nella sua buia corsa verso il supplizio. Quanti ragazzi di «gioconda lanuggine» sul suo cammino, entrati e usciti dalle sue notti. Quanti Riccetti, Ninetti, Troccoletti. Quanti Buzzicotti, Mori, Pedalini «stracciati / ed eleganti» hanno incrociato i suoi passi. 

O meglio: è stato lui a incrociare i loro, calandosi negli inferi delle borgate, nei quartieri dormitorio, nelle baraccopoli e nelle bidonville, molto oltre i capolinea degli autobus, nella Roma di frontiera e nella Roma «africana», torva e diseredata, ma pulsante di energia, «sanguinante di assolute novità»: il vero continente inesplorato. Una città «scomposta, stupenda e misera», dove i teppisti di strada gli sembrano Cristi quattordicenni e dove nessuno commette peccato: né chi ruba, né chi vende o compra sesso. E forse neppure chi uccide. 

«Tu sapessi che cosa è Roma!» scriveva Pasolini nel 1952 all’amico Giacinto Spagnoletti. «Tutta vizio e sole, croste e luce: un popolo invasato dalla gioia di vivere, dall’esibizionismo e dalla sensualità contagiosi, che riempie le periferie... Sono perduto qui in mezzo.» Perduto. Quante volte si è sentito perduto di fronte a se stesso e alla propria natura già al primo manifestarsi di una schiavitù vissuta in tragedia. Sì: una schiavitù. Avverte la propria omosessualità come fosse un demone che è sempre al suo fianco ma non dentro di lui. Qualcosa di estraneo, da combattere: «Me la sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro». Frutto degenerato del suo «sangue marcio», ereditato dagli avi. Qualcosa da accettare con pena. Da rinegoziare giorno dopo giorno, per tutta la vita. Si nasce omosessuali così come si nasce biondi in un paese dove la maggioranza ha i capelli scuri: questo ripete. [...]

L’imbianchino Sergio Citti, appena uscito dal riformatorio, sarà il suo Virgilio dei bassifondi, e anche il suo dizionario vivente. Svela gerghi, apre porte segrete, gli rende accessibili i ragazzi dai capelli «ferocemente e dolcemente ondulati», i maschi che «corrono leggeri dentro i calzoni sfregati dall’aria assetata». E nell’aria aleggia una promessa bruciante di felicità, e il sospetto di non commettere peccato. Il peccato per lui è un’altra cosa, non attiene alla sfera sessuale. Lo sottolineerà in una poesia-invettiva in morte di papa Pio XII, accusandolo di inadempienza: «Lo sapevi, peccare non significa fare il male: / non fare il bene, questo significa peccare». Il sesso è gioia, è vitalità pura, è energia. 

Al cugino Nico Naldini, anche lui omosessuale, Pasolini scrive: «Io non ho nuove parole per rispolverarti la raggiante immagine della romana pubes». Perché questo, soprattutto, rappresenta Roma: l’assoluta libertà erotica. Se in Friuli era segnato a dito, nella periferia della capitale che cresce come un eczema gli è riconosciuta completa licenza di caccia, gli è garantito l’anonimato. «Lavoro tutto il giorno come un monaco / e la notte in giro, come un gattaccio / in cerca d’amore.» 

L’amore di chi? Quello, non necessariamente mercenario - perlomeno non sempre - della romana pubes: ragazzi puri come animali innocenti, o comunque lui li vede così. Animati come maschere da una vitalità tragica. Semplici, genuini. Non ancora «stupidi automi adoratori di feticci». E sempre di classe inferiore, non scolarizzati, di famiglie sottoproletarie dove gli scrupoli sono un lusso ignoto. Non omosessuali, ma ragazzi che accettano in allegria - a volte gratis, altre volte in cambio di una pizza, un caffè, un giro in macchina - di avere rapporti omosessuali, senza che la loro eterosessualità sia messa in discussione. 

L’atto si replica infinite volte, in una sorta di frenesia collezionistica che vede Pasolini sfidare l’amico e collega Sandro Penna, assai più pigro, oltre che più anziano, in una gara goliardica a chi ha totalizzato più incontri. Ma c’è angoscia nella «diversità che mi fece stupendo», c’è solitudine nella coazione a ripetere e nella meccanica della trasgressione: «I miei amori di pura sensualità, / replicati nelle valli sacre della libidine, / sadica, masochista, i calzoni / con la loro sacca tiepida / dove è segnato il destino di un uomo / - sono atti che io compio solo / in mezzo al mare stupendamente sconvolto». È un rito erotico sempre uguale, dove quello che conta - ammesso che sopravviva - è l’emozione. «Piano piano le migliaia di gesti sacri, / la mano sul gonfiore tiepido, / i baci, ogni volta a una bocca diversa, / sempre più vergine, / sempre più vicina all’incanto della specie / alla norma che fa dei figli teneri padri.» 

I suoi ragazzi di vita corrispondono a un identikit preciso. È lui stesso a tracciarlo, in uno scritto che apparirà sul “Mondo”. Dalle sue righe sembra sbocciare un esemplare eterno di giovane borgataro - quasi una maschera del teatro dell’arte - che è il ritratto di Ninetto Davoli, l’unico ragazzo che Pasolini abbia amato davvero. Caratteristiche molto simili - ma in negativo, senza sorriso - avrà il suo boia: quel Pino la rana che gli darà la morte, con o senza complici, montandogli sul cuore con la sua automobile dopo una notte di violenze all’Idroscalo di Ostia. [...]

Ma la figura centrale nella vita dello scrittore, la persona che - assieme alla madre - Pasolini più di ogni altra ha amato, con furore, con affetto smisurato, e poi con disperazione, gelosia, rimpianto, è Ninetto Davoli, «una riserva senza fine di allegria». Sarà lui a riconoscere il cadavere sfigurato di Pasolini davanti alla polizia. Sarà lui a gridare con quanta voce ha in gola: «Era la persona più buona del mondo, che gli hanno fatto?!». Sarà lui all’obitorio a rivestire la salma con l’abito blu e le scarpe di vernice nera, sarà lui a mettergli sotto la camicia la maglia da calciatore col numero 11, ala sinistra di fantasia. Ninetto irrompe nella sua esistenza sul set de La ricotta, dove Pasolini, quarantenne, è al suo terzo film come regista. 

Con i suoi capelli ricciuti, gli occhi che ridono, la semplicità proletaria e l’ingenuità dei suoi quattordici anni incarna perfettamente l’ideale dello scrittore. È lui Gennariello, gli sembra un dono piovuto dal cielo. «Un ragazzino brufoloso con generazioni di povertà stampate sulla faccia, sorridente sotto un casco di riccioli neri dai riflessi orientali», lo descriverà Nico Naldini. Il suo sorriso è contagioso. Ma a conquistare Pasolini e a stemperare il suo cupio dissolvi non è soltanto l’aspetto fisico. C’è una luce speciale in Ninetto e nel suo candore, la qualità di un fascino grezzo e inconsapevole, una purezza barbarica. Capita sul set per caso: il fratello maggiore è uno dei carpentieri che lavorano al film e lui un giorno lo va a trovare. Non ha la più pallida idea di chi sia Pasolini, non ha mai sentito il suo nome. Il regista immediatamente lo chiama al suo fianco, ne è come incantato. 

Da quel giorno, per lunghi anni, sono inseparabili. Pasolini gli fa da pigmalione e da maestro, da compagno e da padre insieme, gli spalanca la propria casa, lo porta dalla madre, ne fa il suo attore feticcio, lo cova con gli occhi, ci gioca, ci scherza, lo sfida a braccio di ferro, gli compra vestiti e regali, lo accompagna con la macchina e lo va a riprendere, lo segue, lo cura, lo aspetta. Lo tiene sempre accanto a sé come un portafortuna, nei lunghi viaggi lontani, sul set dei suoi film, al ristorante dove gli decifra il menu e lo aiuta a scegliere i piatti di cui è più goloso. Lo proietta nella sua cerchia di amici e intellettuali su cui Ninetto Davoli, figlio di poverissimi immigrati calabresi, plana come un oggetto misterioso, naïf fino alla caricatura. «Quando andavamo a cena con Elsa Morante, Alberto Moravia, Dacia Maraini, io non li capivo proprio. Era un’altra lingua. E gli dicevo, a Pier Paolo: “A Pa’, ma che stanno a dì?”. Lui non mi rispondeva, e rideva.»

Con i suoi occhi sgranati sul mondo, Giovanni Davoli detto Ninetto scopre come in una fiaba lussi, stravaganze, eccentricità borghesi di cui non sospettava neppure l’esistenza. La casa dove abita, nella Borgata Prenestina, è una baracca: una sola stanza con il tetto di lamiera, da dividere con i genitori e i tre fratelli. Tutto ciò che non gli è famigliare è oggetto del suo continuo, fervido stupore. «Quante cose mi ha fatto scoprire Pasolini» racconta «Per esempio la vasca da bagno. E chi l’aveva mai vista una vasca da bagno? La prima stava a casa di Laura Betti. Avevamo giocato a pallone e io puzzavo. Vatti a fare un bagno, mi dice Paolo. Apre la porta e mi indica questa cosa lunga sul pavimento. Oddio, e che è ’sta cassa da morto?»

Altra scoperta l’ascensore. Dopo avergli affidato la parte di un pastorello nel Vangelo secondo Matteo, Pasolini vuole lanciare Ninetto Davoli come protagonista in Uccellacci e Uccellini a fianco di Totò. «Ma chi, Totò quello del cinema?», trasecola Ninetto. Ed esplode in una risata. Totò per lui è un mito, come Charlot, come Stanlio e Ollio. «Ma io non sono un attore, non so come si fa, non sono capace.» Pasolini insiste: «Sarai anche pagato». «Pagato? E quanto?» «Due o tre milioni...» Una cifra incredibile per un ragazzo di borgata nell’anno 1966. Per rompere il ghiaccio Pasolini porta il suo protetto a casa di Totò. Una cena formale: lo scrittore è addirittura in blu, Ninetto per vestirsi a festa sceglie un completo jeans nuovo fiammante, pantaloni e giubbetto, e fra continui oh! di meraviglia mette per la prima volta piede nel quartiere Parioli. 

Davanti al palazzo dove abita il principe De Curtis, in viale Bruno Buozzi, rimane a bocca spalancata. «Un portone enorme, che da solo era grande quanto tutta casa mia. Una volta dentro, Pasolini spinge il bottone di un gabbiotto. E che è? chiedo. “L’ascensore!” E chi l’aveva mai visto un ascensore? Manco sapevo che era: casa mia era tutta un piano.» Suonano alla porta e viene ad aprire Totò in persona, «con un camicione tutto rosso sgargiante». Per niente intimidito, Ninetto gli scoppia a ridere in faccia; Pasolini, imbarazzato, si scusa per lui, ma Totò fa un gesto magnanimo con una mano e dice: «Lascialo stare, è un ragazzotto». Entrato in camera da pranzo Ninetto rimane tramortito dallo sfarzo: «C’era una grande tavola imbandita con una miriade di piatti, posate, bicchieri: ero nel paese delle meraviglie!». Finita la cena, mangiato il dessert, Franca Faldini, la moglie, li invita a prendere il caffè in salotto per discutere del film. «Ci sediamo in queste grandi poltrone. Io ero un po’ impacciato e copiavo gli atteggiamenti degli altri. Abbiamo parlato delle riprese del film, del soggetto, dei nostri ruoli, e così è passata la serata.» 

Un paio di mesi più tardi Ninetto incontra la Faldini che gli dice: «Ti ricordi quella sera a cena da noi? Beh, subito dopo che ve ne siete andati, chiusa la porta Totò è corso in fondo al corridoio, nello sgabuzzino, ha preso un barattolo di Ddt e ha cominciato a spruzzarlo su tutta la poltrona dove eri seduto tu...». Insetticida per il ragazzo di borgata: il racconto, più che ferirlo, probabilmente lo avrà fatto ridere, come fosse uno sketch. Per Pasolini Ninetto è irresistibile, con la sua carica di vitalità, tarantolato dalla sua stessa innocenza, dal suo candore ilare, dal suo istrionismo, dal suo vigore tellurico: «Ed ecco che entra nella platea un ossesso, con gli occhi dolci / e ridarelli, / vestito come i Beatles», scrive Pasolini in una poesia. Il suo è «un riso di zucchero / che gli sfolgora da tutto l’essere». È un incanto osservarlo. Sentirlo gridare all’improvviso: quant’è bella la vita! ma quant’è bella! [...]

Quanto più Ninetto straripa di energia, tanto più Pasolini combatte con furore e con angoscia il passare degli anni, forte di un fisico asciutto e scattante da calciatore. Si compra automobili sportive, che definisce «una necessità erotica» e che tanto piacciono a Ninetto e non solo. Si tinge i capelli, veste in modo giovanilistico, crede al miracolo del Gerovital e nel 1971 si sottopone alla cura rivitalizzante della dottoressa Aslan nella sua clinica geriatrica per vip danarosi, accompagnato in Romania da Moravia e da Ninetto. La stessa cura che fu intrapresa da De Gaulle e da Chruscëv, da Tito e da Marlene Dietrich, vuole la leggenda, e che Pasolini regala anche alla madre Susanna. Ninetto è un ragazzo dalle pulsioni eterosessuali e dalle aspirazioni consumistiche. Ama andare al Piper, ascoltare Celentano, comprare gli stivaletti alla moda, azionare i finestrini elettrici della Maserati di Pier Paolo detto Er Pasola. Ama fischiare alle belle ragazze che incontra per strada, e sono tante. Cosa potrà fare Ninetto? Come potrà distogliere il Pasolini randagio dalle sue tenebrose incursioni notturne? Quanto potrà proteggerlo dalle sue discese nelle zone buie della sessualità-punizione, dalla sua «sacrale richiesta di supplizi»? 

Non molto, e comunque non abbastanza da salvargli la vita. Anche se il loro non è più un sodalizio erotico, o meglio, proprio perché è molto di più, per Pasolini sarà una tragedia che Ninetto voglia volare con le sue ali, che progetti una normale vita di coppia con la ragazza di cui si è innamorato e che un giorno con il suo sorriso «di zucchero » gli annunci: mi sposo. Mi sposo. Quasi nove anni di vita insieme, sempre insieme, andati in cenere. «Sono quasi pazzo di dolore» scrive Pasolini a Volponi. «Ninetto è finito [...] Ho perso il senso della vita. Penso solo a morire o a cose simili. Tutto mi è crollato intorno: Ninetto con la sua ragazza, disposto a tutto, anche a tornare a fare il falegname (senza battere ciglio) pur di stare con lei.» Il matrimonio in genere, come istituzione, gli appare un «piccolo patto criminale», un «grigio e affrettato rito funebre». 

Figurarsi quello di Ninetto. Fa del tutto per convincerlo a cambiare idea, implora gli amici comuni di intercedere. Arriva addirittura a rompere un’amicizia importante, o per lo meno a incrinarla: quella con Elsa Morante, perché la scrittrice si rifiuta di dissuadere Ninetto dai suoi propositi matrimoniali. Anzi, affronta Pasolini dandogli senza mezzi termini dell’egoista per la sua pretesa: chi ama davvero una persona desidera la sua felicità, gli ripete. A cercare di dargli conforto, ora che ha capito di non avere speranze, è invece Maria Callas: «Ti attaccavi anche tu ad un sogno fatto da te solo», gli scrive la cantante. E anche: «Bisogna amare, sfogarsi e provare dolore»… [...]

Su La7 va in onda l’omofobia dei nuovi collaboratori
del Foglio. Camillo Langone insulta
la memoria di Pier Paolo Pasolini
di Dimitri Buffa, 26 maggio 2006

Non solo nella letterattura di fine Ottocento esistono mostri che escono dai laboratori dove si fanno strani esperimenti con il cervello umano. A volte costoro possono uscire anche dalla carta stampata o dalla tv. Rivedersi (chi ha la tv di Fastweb o Sky può farlo con una funzione apposita di “rivediamoli”) la puntata di mercoledì sera di “Otto e mezzo” dedicata al libro di Laura Laurenzi sui grandi amori omosessuali per rendersene conto. 

La grande scoperta del talent scout di fenomeni da baraccone clericali (Giuliano Ferrara negli ultimi due anni), tale Camillo Langone, si è cimentato in ardite tesi sull’origine degli amori tra persone dello stesso sesso, dichiarandosi omofobo e insultando la memoria del poeta Pier Paolo Pasolini. A un certo punto lo stesso Ferrara ha dovuto stopparlo: “ricordati che stai parlando di uno che è morto ammazzato”. Ci vuole più rispetto. E anche gli scienziati pazzi della provocazione giornalistica dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza per avere generato simili mostri promuovendoli come maître a penser alla moda. Ci facci il piacere... come diceva Totò.

* * *

Metafore d’alto bordo

Stasera, chez Ferrara - la7 -, presentazione del libro di Laura Laurenzi Liberi di Amare, racconti sulle grandi passioni omosessuali del Novecento. Parlano Gianni Vattimo, sulfureo come da copione, e Brett Shapiro, padre adottivo di un figlio di ormai 18 anni, che racconta la sua esperienza con pudore e un poco di malinconia (il suo compagno, giornalista dell’Espresso, è morto qualche anno fa).
Poi tocca a Camillo Langone, intellettuale cattolico e celebrata penna del Foglio. Mi sistemo meglio sul divano: l’astuto Langone si sarà preparato per metterli nel sacco, penso. Chissà che alate metafore, che sottili distinguo, che elaborati ragionamenti pieni di tranelli retorici, che sfumature di pensiero che neanche Richelieu quando sfotteva gli ugonotti. Beh, ecco i sofisticati arabeschi del Nostro, a imperitura memoria: "Pasolini faceva una vita disgustosa e ripugnante perché andava nelle borgate col macchinone a concupire Ninetto Davoli 14enne, per non parlare degli omosessuali ricchi che fanno figli con l’inseminazione artificiale approfittando di donne-vacche che accettano abbrutite dal bisogno, avete presente la masturbazione dei tori, no? Ah, e lo zapaterismo strisciante, e il contronatura, e il profondamente sbagliato..."
Leggete il Foglio in pdf su internet, se proprio non potete farne a meno: a comprarlo in edicola, contribuite allo stipendio di questo gigante del pensiero.

 


Pier Paolo Pasolini e Ninetto Davoli, da un libro di Laura Laurenzi
 

Vai alla pagina principale