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Libri "Il maestro e la meglio
gioventù.
È da tempo che si parla di carattere pedagogico di tutta l'opera pasoliniana. Forse il primo a segnalarlo è stato Enzo Golino negli anni ottanta. Le esperienze di insegnamento vero e proprio di Pier Paolo Pasolini si attuarono in Friuli e nel Lazio; prestissimo nella scuoletta da lui inventata con la madre tra San Giovanni, Casarsa e Versuta, nel pieno della guerra; e poi nella scuola media statale di Valvasone tra il '47 e il '49. Dopo la fuga a Roma, Pasolini insegnò nella scuola media parificata di Ciampino, dal '51 al '54. Di queste esperienze abbiamo molte testimonianze, di colleghi, dei presidi, degli allievi. Negli anni friulani Pasolini
redasse un abbozzo di romanzo rimasto inedito, e poi pubblicato da Guanda
nel '94 a cura di Nico Naldini, "Romàns", che ha come protagonisti
un prete molto inquieto e un giovane intellettuale comunista. L'uno che
apre una scuola privata, l'altro che insegna in una scuola pubblica, e
fra di loro dialogano nelle campagne attorno a Casarsa.
"Il lavoro del maestro è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare da capo: la materia, il concreto sfuggono da tutte le parti, sono un continuo miraggio che dà illusioni di perfezione. Lascio la sera i ragazzi in piena fase di ordine e volontà di sapere - partecipi, infervorati - e li trovo il giorno dopo ricaduti nella freddezza e nell'indifferenza.È poi ambientato in una scuola africana Il padre selvaggio, un abbozzo di sceneggiatura.
Della scuola romana [Campino], invece (in cui fu allievo Vincenzo Cerami), abbiamo le lettere che Pasolini scriveva agli amici e che testimoniano la fatica degli spostamenti in treno, mescolata alla responsabilità e all'entusiasmo: "ma penso, penso nel mio amico angoletto, sto l'intera mezz'ora del percorso a pensare, cercando infinite lezioni, a un solo verso, a un pezzetto di verso." Di quella stagione dà un ritratto avvincente un altro libro, Improvviso il Novecento. asolini professore di Giordano Meacci. Negli interventi degli ultimi anni Pasolini, come è noto, mostrava la sofferenza istituzionale della scuola, la sua dimissione educativa, fino alla provocazione estrema, le "Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia": "1) Abolire immediatamente la scuola media d'obbligo. 2) Abolire immediatamente la televisione." Pochi giorni prima della morte. Nell'incontro bolognese ad ampliare e discutere le riflessioni del libro si sono incontrati, insieme ai curatori, alcuni studiosi pasoliniani come Davide Ferrari, Roberto Chiesi, Stefano Colangelo, Giordano Meacci, coordinati da Daniele Di Nino e accompagnati da alcune letture da parte di Gabriele Bonazzi. E molti spunti nuovi sono giustamente emersi: l'ipotesi di un confronto tra la pedagogia di Pasolini e la riflessione sulla scuola di Antonio Gramsci (Stefano Colangeli); l'ammirazione ancora viva di Giordano Meacci, che nella sua indagine ha introiettato Pasolini come grande uomo morale del novecento, nel cui gesto espressivo rintraccia il rigore etico e la guerra alla retorica (sarebbe bello avere il tempo di ascoltarlo, raccontare le mille testimonianze raccolte); il raffronto con don Milani, proposto da Daniele Di Nino (e proprio Pasolini e don Milani, scriveva il maestro Pontremoli, sono "tra i pochi 'pedagogisti' italiani con cui sia davvero necessario confrontarsi"); la necessità, da parte degli insegnanti, di giudicare gli allievi su quel che sanno e non su quel che non sanno; la provocazione del sapiente corvo, in Uccellacci e Uccellini, che sentenzia che "i maestri vanno mangiati in salsa piccante." Ma erano tanti e corposi, gli interventi di quella serata; nell'uscire (sotto la neve!) la consolazione di avere in mano il libro da leggere e rileggere, di avere Pasolini insegnante come compagno, come collega, come maestro.
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Aliberti editore, Reggio Emilia 2005 |