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Nove saggi dalla mostra "Palabra de corsario" Madrid, 15 settembre-30 ottobre 2005
Bernardo Bertolucci Non posso iniziare questo breve ricordo senza citare gli ultimi due versi della poesia intitolata A un ragazzo che Pasolini scrisse nel 1956-57. il giovinetto ero io e le parole di Pier Paolo, rilette oggi, risuonano come un’affettuosa, malinconica profezia. Negli anni della nostra amicizia il significato di quei versi aveva subìto varie mutazioni, accompagnando l’evoluzione del nostro rapporto, di cui aveva finito per diventare il cuore segreto, il logo, il motto. Due versi che, nell’affascinante e pericoloso terrain vague dell’inesprimibilità tra due amici di età diversa, venivano di volta in volta bisbigliati, urlati, rinfacciati, rivendicati, manipolati, secondo i bisogni in progress della nostra complicità. Fino a sfiorare l’inquietante scambio dei ruoli tra “il giovinetto” che vuole sapere ma non riesce a chiedere e “il poeta” che sa ma non riesce a dire. Tutto era cominciato poco dopo l’arrivo a Roma della mia famiglia, nei primi anni Cinquanta. Una domenica sul finire della primavera, dopo pranzo, vado ad apire la porta della nostra casa di via Carini 45. C’è un giovane con gli occhiali neri, il ciuffo un po’ malandro, il vestito scuro della festa, camicia bianca, cravatta. Con tono fermo e dolce mi dice che ha un appuntamento con mio padre. Qualcosa di soave nella sua voce, e soprattutto quello che mi sembra un travestimento fin troppo domenicale, mi mettono in stato di allarme. Mio padre sta riposando, chi è lei, mi chiamo Pasolini, vado a vedere. Richiudo, lasciandolo fuori sul pianerottolo. Mio padre si sta alzando, gli racconto tutto, lui dice di chiamarsi Pasolini ma... secondo me è un ladro, l’ho chiuso fuori. Come ride mio padre! Pasolini è un bravissimo poeta, corri ad aprire la porta. Tremendamente intimidito e con le guante infuocate lo feci entrare. Lui mi guardò con una tenerezza che nessuno avrebbe mai potuto raccontare. Lui sapeva, io no, che “non c’è disegno del carnefice che non sia suggerito dallo sguardo della vittima”, come scrisse molti anni dopo. Quella notte sognai che dentro il giovane poeta si celava in realtà il cow-boy in nero del Cavaliere della valle solitaria: nel sogno Pasolini e Jack Palance si fondevano in un unico teschio lucente. Sarebbero passati molti anni prima che io capissi che in quel momento, su quelle scale, avevo evocato e materializzato l’essenza del mito, per affidargli l’essenza della mia anima e del mio cuore, ciecamente, come può permettersi solo un quattrodicenne.
Nel ’59 la famiglia Pasolini (Pier Paolo, Susanna e Graziella Chiarcossi) si trasferisce in via Carini 45 (a Roma, Monteverde Vecchio: vedi fotografia sopra a destra). Noi abitiamo al quinto piano, loro al primo. Ricominciai a scrivere poesie per poter bussare alla porta dei Pier Paolo e fargliele leggere. Appena ne avevo scritta una scendevo le scale a grandi balzi con il foglio in la mano. Lui era rapidissimo nella lettura e nel giudizio. Il tutto non durava più di cinque minuti. Quegli incontri cominciai a chiamarli dentro di me momenti privilegiati. Ne uscì un mucchietto di poesie che Pier Paolo, tre anni dopo, mi incoraggiò a pubblicare. Chissà cosa pensò mio padre degradato senza spiegazione a lettore numero due. Arriva la primavera del ’61 e Pasolini, incontrato sul portone, mi annuncia che dirigerà un film. Mi dicevi sempre che ti piace tanto il cinema, sarai il mio aiuto regista. Non so se sono capace, non ho mai fatto l’aiuto. Neanch’io ho mai fatto un film, tagliò corto. Il film era Accattone, e i momenti privilegiati incominciarono ad intensificarsi, ad ammucchiarsi, ad avvolgermi, provocandomi una sensazione di vertigine. Cominciavano alle sette e mezza della mattina nel garage che c'era sotto casa. Io l'aspettavo sonnolento. Puntuale nel suo leggero ritardo, un'ombra si muoveva tra le automobili. Era Pier Paolo, col suo sorriso dolorante e affabile. Partivamo nella Giulietta verso Torpignattara, il Mandrione, la Borgata Gordiani, all'altro lato del mondo. Parlavamo. A volte quasi subito, a volte dopo un manciata di minuti, a volte si arrivava sul set senza che nessuno dei due avesse aperto bocca, come accade in analisi. E come in analisi la mia sensazione era che le sue parole mi avrebbero rivelato segreti che nessuno avrebbe mai saputo. Spesso mi raccontava i sogni di quella notte e mi stupiva come il tema ricorrente, dietro gli schermi che lo proteggevano, fosse spesso la paura della castrazione. Io lo incitavo ingenuamente a usare i materiali onirici nella scena che stavamo per girare quel mattino, così che nel film si sarebbero disseminati i residui notturni, come i sogni sono disseminati di residui diurni. Mi accorsi che gli archi dei ponti, gli archi degli acquedotti romani, gli archi dei tunnel, gli archi che chiudevano i vagoni dei nomadi, tutti gli archi che incontravamo sulla strada, gli strappavano immancabilimente un sospiro. Da quei sospiri nacque la mia curiosità sulla sua omosessualità e sull’universo omosessuale più in generale. Mi parlava con gioia ma con qualche cautela. I miei vent’anni, fatti di ignoranza senza vergogna, erano una sfida e una minaccia, due cose che lo rendevano allegro e vitale. Fu così che conobbi le rive del Tagliamento, i suoi amici nel mite, friulano sole, le bande di ragazzi che vagano di paese in paese, i fonemi veneti, sua madre Susanna eternamente giovane… un mondo quasi religioso, che usciva dalle poesie che avevo letto e riletto per rientrarvi simile a un vento che straziava per troppa felicità. Momenti privilegiati. La Giulietta sapeva di cicche anche se non avevo mai visto Pier Paolo fumare. Ci fermavamo al bar del Pigneto e venivamo accerchiati dalla troupe ma sopratutto dai suoi amici, quelli che lo chiavano “a Pa’”. … metta, metta, Tonino,Accattone fu un’esperienza intossicante e drammatica. Dalla mia prima volta sul set vero di un film vero mi aspettavo di tutto, ma non di assistere alla nascita del cinema. Come si sa, Pasolini veniva dalla letteratura, dalla poesia, dalla critica, dalla filologia, dalla storia dell’arte. I suoi incontri con il cinema erano stati soprattutto da scrittore: qualche bella sceneggiatura l’aveva firmata, ma era un rapporto sporadico, promiscuo. Diceva di amare Chaplin e la Giovanna d’Arco di Dreyer, visti nei primi cineclub del dopoguerra, e una volta io avevo spiato le sue lacrime nel buio alla fine dell’Intendente Sansho di Mizoguchi. Ma ormai andava al cinema, specialmente la domenica in periferia, per pagare il biglietto ai suoi amici. Fin dal primo giorno vidi Pier Paolo trasformarsi: di volta in volta diventava Griffith, Dovzenko, Lumière… Il suo riferimento non era il cinema, che conosceva poco, ma, lo dichiarò tante volte, i primitivi senesi e le pale d’altare. Inchiodava la macchina da presa davanti alle facce, ai corpi, alle baracche, ai cani randagi nella luce di un sole che a me sembrava malato e a lui ricordava i fondi oro: ogni inquadratura era costruita frontalmente e finiva per diventare un piccolo tabernacolo della gloria sottoproletaria. Eppure, giorno dopo giorno, girando il suo primo film, Pasolini si trovò a inventare il cinema, con la furia e la spontaneità di chi, trovandosi tra le mani un nuovo strumento espressivo, non può impadronirsene totalmente, annullarne la storia, dargli nuove origini, berne l’essenza come in un sacrificio. Io ero il suo testimone.
Pier Paolo continuava la scoperta del cinema, giorno per giorno. Un mattino disse che voleva fare una carrellata. Il mio cuore batteva più veloce mentre i macchinisti lasciavano cadere alcuni pezzi di binario sulla terra battuta di borgata sollevando nuvolette di polvere. La carrellata doveva precedere Accattone che camminava verso una baracca, mantenendo il suo primo piano sempre alla stessa distanza. Naturalmente per me quella diventò la prima carrellata della storia del cinema. Al di là di quel carrello, e sullo spazio che si apriva oltre le spalle di Accattone, sui prati accidentati e immondi oltre le ultime baracche di Roma, a Sud, oltre Matera, a sud del Sud, verso Ouersazad, Sana’a, Baktapour, Pasolini, inventato il cinema, proseguí inventando la sua storia del cinema e su quel sentiero fu sempre più l’enigmatico cowboy in nero del Cavaliere della valle solitaria. Le sue metamorfosi non conobbero una pausa. Del cinema riuscì a vivere tutto. Passò dalla sacrale frontalità del suo stile primitivo al manierismo straziato e dotto del proprio stesso linguaggio, alle visioni atroci e sublimi di Salò. Nei quindinci anni che scivolarono veloci da Accattone alla notte del 2 novembre 1975 Pier Paolo si inventò come regista. Ma questo fu possibile soltanto perché era molto più che un regista l’uomo che seppe chiedere a Tonino Delli Colli il primo, miracoloso “carrello contro natura”.
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