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Nove saggi dalla mostra "Palabra de corsario" Madrid, 15 settembre-30 ottobre 2005
Mariano Maresca Nel suo intervento sul testo di Kant Che cosa è l'Illustrazione?, Foucault coniò la formula della "ontologia" del presente per riferirsi al compito attuale della filosofia: "un pensiero critico - dice - che prende la forma di un'ontologia di noi stessi, di un'ontologia dell'attualità." Ho ricordato questo testo leggendo, nell'intervista che Pasolini concesse a Furio Colombo lo stesso giorno del suo assassinio, un passaggio straordinario. Pasolini paragona gli intellettuali e gli esperti con quei fantocci che hanno il corpo da un lato e la testa da un altro, gente - dice espressamente - che deve cambiare continuamente discorso per non confrontarsi con la verità. E quando Colombo gli domanda che cos’è la verità, Pasolini risponde: "Mi spiace di aver detto quella parola. Volevo dire evidenza". Per Pasolini, lasciarsi guidare dai professionisti della verità, consultare i trattati di psicologia e sociologia degli esperti (esperto era uno delle categorie più insultate da Pasolini) come se fosse possibile contare su "una filosofia analitica della verità in generale" (che è l'altro verso dell'illustrazione che Foucault rifiuta) equivale a cercare di capire lo scontro di due treni consultando un orario ferroviario di alcuni anni fa. E c'è di più: quello non è un errore innocente, sino a quando si opta per la "verità" (e si cambia discorso quante volte è necessario) per non dovere arrendersi di fronte all'evidenza. Quello che per Pasolini rende valido il suo "sapere" di fronte a quello degli esperti è la sua esperienza, la sua percezione delle cose da vicino, vale a dire nell'inferno. Questa finì per essere una delle stimmate più chiare del pensiero di Pasolini: la verità si esaurisce nell'evidenza che viviamo in un inferno, consistente nell'esistenza in tutti noi del desiderio di ammazzare, di ammazzarci, che, alla fine, è frutto di un apprendistato, o meglio, del fallimento di tutto il sistema sociale in cui siamo stati socializzati. Questa affermazione ha una premessa necessaria che è il lato roussoviano di Pasolini: esistette un paradiso in terra, un'età dell'innocenza, ma un peccato originale (in Rousseau, la proprietà privata) ci espulse. E non possiamo tornarvi: è irrecuperabile. La storia si è esaurita. È iniziato il dopo-storia. In un testo che racconta un'esperienza giovanile in Friuli, Pasolini spiega alla perfezione che cosa fosse per lui il paradiso e come - o meglio, che cosa - significò la sua fine. Il paradiso non è mai la parola scritta. "Di che cosa si parlava prima della guerra, cioè, prima che succedesse tutto e la vita si presentasse com’è? Non lo so". Ma mentre ascolta una di quelle conversazioni perse per sempre, sente una parola sconosciuta per lui: rosada, brina. "Evidentemente, quella parola, utilizzata per secoli in quella parte del Friuli che si estende da quella parte del Tagliamento, non era stata mai scritta. Era stata sempre, e solamente, un suono." E Pasolini scrisse quella mattina un poema nel quale non convertì mai la parola in un grafismo. Espulso volontariamente dal paradiso per la necessità della scrittura, che era una delle forme dell'urgenza della sua relazione col mondo, vivrà il suo immenso, monumentale lavoro (quante migliaia di pagine piene di parole scritte?) come un esilio nella parola, una peregrinazione attraverso i linguaggi, linguaggi che cercava sotto le pietre più antiche, nei corpi che si alteravano davanti a lui per trasformarsi in cose, cosciente dell'irrecuperabilità del paradiso. Non c'è scrittura che non nasca da una contraddizione, e quella fu la contraddizione che ogni mattina metteva in moto quella poderosa macchina da lavoro che era Pasolini e che nella vita di ogni giorno si traduceva in una lotta costante contro se stesso. Tant’è che Petrolio, il suo progetto incompiuto, è una resa incondizionata davanti al tema del doppio, alla duplicità per la quale, oltre a essere contemporaneamente angelo e demonio (quello è il meno) è due volte uomo, ma in un solo mondo. Per Pasolini la scrittura della parola non arrivò mai a rappresentare la redenzione desiderata (neanche lui, come Rousseau, pensava che il paradiso fosse recuperabile); ma lo sapeva. Perciò la rabbia incorruttibile, la lucidità e gli eccessi. Era un tossicodipendente del lavoro, oltre che della vita; ma sapeva che nessuna delle due cose l’avrebbe mai salvato da niente. Era, dopo tutto, un individuo, anzi un pover’uomo frastornato dalla storia che si impegnava a capire. Oggi avrebbe abbandonato Petrolio per dedicarsi a un altro progetto infinito. Nell'esilio della scrittura, tenterebbe di realizzarlo. Noi, invece, paghiamo di più per un frigorifero non frost.
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