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Nove saggi dalla Mostra "Palabra de corsario" Madrid, 15 settembre-30 ottobre 2005
Vincenzo Cerami [Integrale, in italiano; la versione in spagnolo è la sintesi, pubblicata nel catalogo della mostra] Quando conobbi Pasolini non avevo ancora dodici anni e lui non ne aveva ancora trenta. Fu il mio insegnante di lettere alla scuola media inferiore. Dato il suo carattere più che un padre è stato per me un fratello maggiore. Semmai fu per colpa mia se all'inizio mi posi come figlio. Ma avevo una giustificazione obiettiva. La cattiva sorte volle che a dieci anni fui vittima della difterite. Fui in grave pericolo di morte. Me la cavai per il rotto della cuffia, ma per qualche anno dovetti sopportare alcune gravi conseguenze della malattia come la perdita dei riflessi e del senso del tatto. La più grave comunque fu la cecità: sulle pupille sorsero alcune macchiette bianche. E alla vigilia del programmato intervento chirurgico, miracolosamente, le macchie cominciarono pian piano a restringersi. Dopo circa un paio d'anni il mondo tornò dolcemente ad affacciarsi davanti a me. La mia famiglia si trasferì a Ciampino, che allora era un piccolo panorama di casette e orticelli. Mi iscrissi alla prima media presso l'unico istituto esistente, la scuola privata "Francesco Petrarca", in via Pignatelli. C'erano solo tre classi. Pier Paolo insegnava alla terza mentre io frequentavo la prima. Lo vedevo solo durante la ricreazione in giardino. Era un ragazzo allegro, un ragazzino come noi. Si arrabbiava con i suoi scolari perché sbagliavano a calciare il pallone. Quell'anno i professori furono costretti a bocciarmi perché durante tutto il periodo scolastico non sollevai mai il sedere dal banco. Mi rifiutavo di aprire bocca e di muovermi dal mio posto.
Sarebbe lungo adesso raccontare i tre anni. Quel che conta è che io, in terza media, ero il ragazzino più estroverso della classe. Del suo aiuto non me ne accorsi affatto: vedevo solo che Pier Paolo mi stimava profondamente, rideva con sincerità alle mie battute e apprezzava soprattutto i miei temi di fantasia, malgrado gli imperdonabili errori di grammatica. Proprio durante quell'ultimo anno Pier Paolo, che per me, appunto, era diventato molto più di un padre, anche contro la sua volontà, cominciò a farsi sostituire in aula perché impegnato come letterato e sceneggiatore a Roma. Alla radio leggeva i suoi racconti, che io aspettavo con trepidazione. L'ultimo trimestre a sostituirlo venne in classe suo cugino Nico Naldini, anche lui poeta. Pier Paolo, insomma, diventava noto a tutti e io non me ne meravigliai: mi sembrava ovvio che uno come lui dovesse diventare patrimonio di tutti. Finita però quella quotidiana frequentazione, per un bel po' di tempo vissi da orfano. Durante il liceo lo andavo puntualmente a trovare ogni quindici giorni in via Carini, dove viveva con la madre. All'uscita di Ragazzi di vita e allo scandalo che ne seguì, ricevetti da Pier Paolo la prima, rivoluzionaria, indiretta lezione: scoprii dai giornali e dalle chiacchiere, con uno sconcerto del cuore, che Pasolini era un omosessuale dalla personalità aggressiva, e un comunista a cui i comunisti avevano ucciso il fratello alla fine della guerra. Mia madre, cattolica e vagamente monarchica, per prima cosa bruciò le lettere e le cartoline di Pier Paolo che custodivo gelosamente in una vecchia scatola di legno lucido.
Non è errato dire che tutta l'opera di Pasolini è come marcata da una forte spinta didattica, cioè morale. E quindi nel ruolo di insegnante si trovava perfettamente a suo agio. Ha combattuto affinché noi scolari non ci vergognassimo della cultura dialettale e minoritaria dei nostri genitori. Proprio in quegli anni andava componendo la sua raccolta di poesie e canti popolari. Noi avevamo avuto il compito di fare ricerche in casa. Dovevamo farci dettare dal papà e dalla mamma le canzoni, i detti, le filastrocche, le ninne nanne dei loro paesi d'origine. La difficoltà era di trascrivere quei suoni assurdi. Lo facevamo con lui, in classe. Ricordo che un mio vicino di banco, Battarelli, non avendo trovato niente in casa, si presentò in classe con la famosa strofetta Sopra un sasso c'era scritto: c'era scritto sopra un sasso. Quando buttavamo giù i temi in lingua Pier Paolo ci segnava in rosso le sgrammaticature (di cui sempre ci spiegava l'origine dialettale) e in blu tutti i luoghi comuni che stavamo imparando parassitariamente dal conformismo della vita di tutti i giorni. Insomma il professore voleva che acquisissimo una coscienza linguistica, per essere in grado di raccontare anche ciò che non si vede a occhio nudo. I linguaggi della parola, scritta e parlata, infatti, più che strumenti espressivi sono grimaldelli che servono a penetrare le verità nascoste. Ogni settimana ognuno di noi scolari doveva pronunciare la parola che di più lo aveva impressionato, qualsiasi ne fosse la ragione e anche se non ne conoscevamo il significato. Me ne ricordo solo una, l'ho stampata nella testa fin da allora: onomatopea. Chi sa perché m'aveva tanto colpito. Questo esercizio ci costringeva a fare attenzione al significato e alla proprietà dei termini usati. L'ultima ora della mattinata il professore ci leggeva o ci faceva leggere racconti e poesie. Imparavamo a memoria brani della Divina Commedia, versi di Petrarca e poi i giovani Penna, Caproni, Bertolucci, Ungaretti. Ci spiegava cos'era il "Dolce stil novo", ci diceva che per quanto Dante fosse un genio non andava ancora in bicicletta e, contemporaneamente, ci faceva sentire come suonava la lingua italiana nella voce dei grandi poeti contemporanei. Era un giovane magro, troppo per la sua giaccona a quadri ruggine, lisa all'imbocco delle maniche. Gli occhi che guardavano la classe non erano gli stessi che guardavano il singolo alunno: i primi erano severi, solenni, quasi doloranti; i secondi sorridevano sempre, come davanti a una cosa bella. Insegnava così. Ho avuto due padri: uno vero, di sangue, e l'altro che ho incontrato a dodici anni. Sono entrambi morti in circostanze tragiche. Il primo investito da un autobus, a Porta Furba, qui a Roma, mentre attraversava la strada. Aveva sessantasette anni. E l'altro assassinato, quattro anni dopo. Aveva cinquantatré anni. Due vittime di una città, la mia città, che nel giro di un decennio ho visto trasformarsi in un mostro. I primi anni della scuola superiore per me furono disastrosi. Scomparso Pier Paolo da dietro la cattedra, ripiombai nello smarrimento e nell'insicurezza infantili. L'impatto con gli insegnanti statali, così poco curiosi dei loro alunni, così ligi ai programmi ministeriali e a una visione burocratica della cultura, ma soprattutto indifferenti alla mia timidezza, mi spinse a chiudermi in me stesso. Non volevo più studiare. Mi trovai a un bivio molto importante della mia vita: inseguire in qualche modo Pier Paolo, anche mentalmente, e tentare l'avventura di una vita senza codici e senza certezze, oppure ripiegarmi e accettare un destino già scritto, discreto ma del tutto privo di fantasia. Le prime poesie le avevo scritte a dodici anni. Se avessi intrapreso la carriera militare o fossi entrato a lavorare all'aeroporto di Ciampino o all'Italcable, avrei continuato a scrivere? Decisi di "inseguire" Pier Paolo. Mi presi tutti i rischi. Continuavo a frequentare, con fatica e angoscia, le scuole superiori e intanto scrivevo poesiole, lettere, cartoline e telefonavo spesso al professore. Pier Paolo ogni tanto mi dava appuntamento a casa sua. Io ormai avevo fatto la mia scelta, quella di seguire la stella Pasolini ovunque fosse andata a sbattere. Lo vedevo saltuariamente e ci legavano silenzi lunghi e imbarazzati, frutto di quel sentimento che Pier Paolo chiamava pudore affettivo. Così, puntualmente, ogni mese, il mio maestro si ritrovava davanti, lì a casa sua e di Susanna, lo stesso Vincenzo di sempre, scolaro diventato ormai ragazzo, timido e sorridente, scandalizzato da tanto scandalo. Pier Paolo soffriva di ulcera al duodeno, che puntualmente, durante le lunghe giornate nel buio della sala montaggio dei film accanto a Nino Baragli, si acutizzava disegnandogli sulle guance due pieghe verticali, caratteristiche degli ulcerosi. Nel 1966 Pier Paolo ebbe un'emorragia interna e vomitò molto sangue. Era a tavola, da "Giggetto al Portico", in un ristorante del ghetto. Fu un grande spavento. Rimase a letto per quasi un mese: fleboclisi e crème caramel (che non toccò più nella sua vita tanto gli usciva dalle orecchie). Non ho mai pensato che si trattasse di una pura coincidenza (come probabilmente era) che io mi scoprii una brutta ulcera duodenale, per la quale fui riformato dal servizio militare. Non solo, mentre Pier Paolo non ebbe bisogno di un intervento chirurgico, per me furono necessarie due operazioni d'urgenza, a distanza di tempo. Pier Paolo mi fece conoscere la poesia da bambino, il romanzo, il cinema e il teatro da ragazzo. È per questo che oggi posso muovermi con una certa disinvoltura all'interno di ognuno di questi linguaggi. Con il film Uccellacci e uccellini, dove ho fatto, insieme con Sergio Citti, l'aiuto regista, è cominciata con lui un'intesa creativa per la quale fui chiamato a lavorare ancora negli altri film con Totò e soprattutto nella stesura della prima versione della sceneggiatura di Teorema. Questo film segna il mio primo contatto con il cinema scritto, anche se in quell'occasione mi limitavo a trascrivere i nastri del suo racconto orale e a proporre appunti e dubbi sulla chiarezza del racconto. L'incontro con il Principe De Curtis fu molto importante perché ho potuto assistere, dal vivo, al miracolo di una creatività fino ad allora a me sconosciuta: quella del grande attore comico. Studiavo Totò con avidità, e potevo vederlo al meglio anche perché Pier Paolo gli forzava un po' la mano chiedendogli di non accomodarsi pigramente nel suo noto repertorio mimico e gestuale. Ricordo che Totò era diffidente all'inizio. Di Pier Paolo sapeva solo che era un regista molto amato dalla critica. Non si fidava del senso comico di un regista intellettuale. E non aveva torto perché a Pier Paolo mancava totalmente il senso della comicità. Quel poco di comico che compare nei film di Pasolini lo si deve a Sergio Citti, che sa, quando è in animo, far ridere. Ma Pasolini non volle Totò per far ridere. Lo scelse per la sua poetica, metafisica leggerezza. I grandissimi comici si riconoscono proprio dall'inconsistenza sociologica, dal loro inebriante giocare con il nulla. Fu in questo periodo che incominciai a prendere una certa sicurezza in me. I fantasmi presero a sbiadire nella seconda metà degli anni Sessanta. Il mio rapporto con Pier Paolo, insomma, si faceva adulto. Parlavamo di più, con più scioltezza. Un giorno lasciai sulla sua scrivania, nello studio di via Eufrate, la raccolta dei miei "studi" sulla piccola borghesia. E già il giorno dopo mi chiama. Ci vediamo subito e mi dice: "Lascia perdere gli altri racconti, stacca Un borghese piccolo piccolo e lavora solo su quello!" Purtroppo quando morì, sulla scrivania di Pier Paolo c'erano le bozze firmate Garzanti del mio primo romanzo. Voleva scrivere lui la quarta di copertina. Non fece in tempo. All'alba della mattina del 2 novembre del 1975, giorno del mio compleanno, Graziella mi telefona a casa quasi in lacrime dicendomi che Pier Paolo, quella notte, non è rientrato: era la prima volta che capitava. Telefonai subito a mio cognato, che era capitano dei Carabinieri e gli chiesi di informarsi se nella notte a Roma era successo qualcosa di tragico. Mi richiamò dopo pochi minuti e mi dette la brutta notizia, ancor prima che fosse ufficiale, perché non era certo al cento per cento che quel cadavere fosse di Pasolini. Durante i primi anni che seguirono la morte di Pier Paolo assistetti allo scempio consumato contro la sua memoria: bugie, sorde vendette, volgari strumentalizzazioni, libri strenna, biografie affrettate, sordide speculazioni, sciacallaggi d'ogni genere. Si fecero in disparte, lontani dalla fiera, e non aprirono bocca solo coloro che l'avevano amato di più: Attilio Bertolucci, Elsa Morante e Giorgio Caproni. Perfino Moravia non riuscì a trattenere il suo narcisismo. Potrei passare ore e ore a raccontare il tempo passato accanto a Pier Paolo, in giro per Roma, sui set dei film, nelle case di Roma, di Chia e di Sabaudia... Nella mia marginale presenza nella biografia ufficiale di Pasolini pochi sono invece i fatti narrabili. Ci sono tantissime, invisibili vicende che sarebbe bene lasciar vivere nei ricordi più intimi e personali. Vincenzo Cerami A principios de los años cincuenta tuve como profesor de letras, en un pequeño instituto de bachillerato privado de Ciampino, a Pier Paolo Pasolini. Me habia trasladado a Ciampino con mi familia, desde Roma, mi ciudad natal, después de una serie de enfermedades y de incidentes que amargaron mi infancia. De niño padeci difteria, que me dejá graves secuelas, durante un cierto periodo perdi por completo el tacto y la vista. Posteriormente estuve a punto de morir a causa de un escape de gas y mis padres decidieron sacarme de Roma y llevarme a un lugar màs saludable y tranquilo. Obviamente, era un niño acobardado, timido, lleno de problemas. Por aquel entonces Pasolini daba clases en tercero de bachillerato, y yo, que iba a primero, lo veia solo durante el recreo, en el patio del instituto, donde jugàbamos al balón. El probablemente habia intuido mi situacion, y se mostraba sensible y disponible conmigo. Pero en clase, aunque estudiara, no conseguia desbloquearme. Asi que suspendi y al año siguiente tuve como profesor a Pasolini que, entretanto, habia concluido su curso. El me ayudó muchisimo: era un profesor extraordinario, capaz de reproducir dentro de la clase el clima sereno y jocoso del recreo, pero también capaz de despertar interés por todo lo que se estudiaba y de estimular la creatividad y las dotes de cada uno. Era un profesor de letras que marcaba con làpiz rojo los errores de gramàtica y sintaxis, y con làpiz azul las palabras falsas y banales, las cosas escritas sólo para “complacer” al profesor. Yo me desbloqueé completamente, hasta convertirme en el primero de la clase. Ya durante el bachillerato, espoleado indirectamente por mi profesor, empecé a escribir poesias, que él lea y corregia con regularidad. Y continué viéndole incluso después del bachillerato y de qye él comenzara a trabajar en el cine como gaionista: regularmente, cada quiuce das, le iba a buscar, a veces lo acompafìaba a sus citas de trabajo y a sus visitas a los platos. Ni siquiera el descubrimiento de su fe comunista, de su indole homosexual, que para mi, adolescente de clase pequeñoburgaesa, fue una revelación desconcertante, deterioró nuestras relaciones. Continué viéndolo incluso durante la universidad, donde me habia matriculado en Fisica. En la universidad me aproximé al teatro: fui ayudante de dirección en un espectàculo del teatro Ateneo, pero el proyecto no se llegó a realizar. Hablé de ello con Pasolini, le confesé mi desilusión y él me propuso participar como ayudante en un espectàculo que estaba preparando, Santa Juana de los mataderos de Brecht, protagonizado por Laura Betti. Sin embargo, a causa de una serie de problemas legales, tampoco este espectàculo salió adelante. Pasolini me propuso entonces colaborar con él, como ayudante voluntario, en El Evangelio segùn San Mateo. A decir verdad, vi la realización de esa pelicula desde lejos: mi principal cometido era parar los coches y los camiones que se acercaban al set mientras se rodaba pero, de todos modos, fue mi primer encuentro con el cine. Después fue el turno de Pajarracos y pajaritos, en la que participé, junto con Sergio Citti, como ayudante de dirección. Esta vez estuve màs presente en el plató, e incluso filmé algunas secuencias con el cuervo, es màs, con los cuervos, porque usamos varios. También fui el encargado de hacer una preselección de los materiales filmados relativos a los funerales de Togliatti. Posteriormente volvi a ser ayudante de dirección en La Tierra vista desde la Luna, un episodio de Capricho a la italiana. Pasolini me liamó después para colaborar en la redacción de Teorema. En realidad, yo me limitaba a recoger sus ideas con una grabadora y a transcribirlas. Un trabajo modesto, pero que representó el primer contacto con una escritura no autónoma, sino pensada en función de otro lenguaje. A mediados de los años setenta, escribi una serie de cuentos y, como de costumbre, se los lievé a Pasolini para que los leyera. El, con su habitual franqueza, me dijo que sólo uno era realmente interesante y que mereceria ser revisado en profundidad y transformado en novela: era Un borghese piccolo piccolo (Un burgués pequefio pequefio). Estuve de acuerdo con él y me concentré en este trabajo. Cuando Pasolini murió, tenia sobre su escritorio el borrador de mi novela.
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