
|
|
![]()
|
.. |
Notizie Cefis, Pasolini e mio
zio Corrado
Pier Paolo Pasolini ha letto «Questo è Cefis»? Il magistrato Vincenzo Calia che da Pavia ha riaperto la pratica relativa alla morte di Enrico Mattei ritiene di sì e pensa che il poeta si sia ispirato anche su quel testo per gli appunti segnati con il numero 22 di «Petrolio» (si è scritto che un’intera parte del testo pasoliniano sarebbe scomparsa). Lo ha ripetuto ancora parlando al teatro Argentina di Roma lunedì 31 ottobre, in un pomeriggio di rievocazioni nel trentennale dell’assassinio di Pasolini all’idroscalo di Ostia. Il caso Steimetz era stato rilanciato il 7 agosto del 2005 da Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera che in quei giorni leggevo appassionatamente per seguire le avventure dei furbetti del quartierino. Di Stefano commentava una pagina di un libro di Gianni D’Elia, «L’eresia di Pasolini», edizione Effigie, che citava Calia. Poi ne hanno scritto altri giornali, sempre ripetendo la stessa vulgata, fino ad arrivare alla trasmissione televisiva di Carlo Lucarelli Blu notte, poi ripresa nell’articolo «Così morì Pasolini», firmato anche da Gianni Borgna sul numero 163 di Micromega (*). Cefis e Mattei sarebbero Troya e Bonocore In «Petrolio», Cefis compare anche direttamente in uno schema «Specchietto dell’Impero Eni poi Montedison» che fronteggia un altro schema in testa al quale c’è Monti, l’altro grande boss del petrolio italiano di quegli anni. A fianco dei due nomi ci sono Fanfani vicino a Cefis e Andreotti vicino a Monti. Pasolini appunta così: «Lampi sull’Eni sarà «romanzo non tanto ‘a schidionata’ quanto ‘a brulichio’ o magari a ‘shish kebab’». L’appunto 22 di «Petrolio» nelle parti indicate con a, b, c assomiglia molto a capitoli di Steimetz: ci sono le stesse segretarie prestanome, gli stessi fratelli affaccendati, lo stesso giro vorticoso di società che serve a dissimulare e a spartire i profitti petroliferi e del metano. (G. RA.) . Giorgio Steimetz era lo pseudonimo di qualcuno, trenta e più anni fa, Il nome è tornato fuori nell’anniversario dell‘omicidio di Pier Paolo Pasolini, come il misterioso ispiratore di alcuni passi di «Petrolio», il romanzo postumo dello scrittore. Lo pseudonimo in questione è stato usato per firmare un certo numero di lunghi servizi, comparsi tra il 25 aprile e il 18 dicembre del 1971 sull’agenzia Ami (Agenzia Milano informazioni), e che sono poi stati raccolti in un libro, «Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente», pubblicato dalla stessa agenzia nell’aprile del 1972. Il 1971 è un anno importante per Eugenio Cefis, più che mai al centro delle vita politica ed economica d’Italia: infatti, nel maggio lascia la presidenza dell’Eni per assumere quella della Montedison, completando così la scalata del 1968. . Tra l’aprile e il maggio ’71 Dal punto di vista di «Questo è Cefis» le date sono molto importanti: il primo capitolo dal titolo «La Petrolcefis Spa» appare sull’agenzia Ami nei giorni 22-25-27-28-29-30 aprile. Il 3 maggio Cefis cambia di presidenza, Steimetz e Ami lasciano passare tutto il mese di maggio e in giugno cominciano un nuovo tormentone: «La Montecefis Spa» (1-2-4-5 giugno). A ben guardare, di Montedison sanno pochissimo: sanno che Cefis è il presidente e in pratica nient’altro. Così riprendono a parlare dell’Eni, tornando sugli aspetti trattati in aprile: gli Sprechi, le società di comodo, i rapporti con la politica, soprattutto gli affari personali. Il 12 giugno l’agenzia pubblica il testo di una lettera inviata al Procuratore della Repubblica di Roma, insieme ai servizi poi raccolti nei capitoli «Petrolcefis» e «Montecefis» del volume. Al procuratore si chiede di «vagliare e controllare», almeno lui, quel materiale con un «esame illuminato e sereno», visto che è ormai chiaro che del resto del mondo non ci si può fidare, «dopo aver sperimentato la sufficienza dei politici, il silenzio della stampa, aliena a privarsi di benefici pubblicitari; l’imperturbabile assenza di reazioni degli stessi interessati, come se fosse tutto frutto di fantasia malata, di demagogia meschina». . Neppure il procuratore risponde Del resto neanch’io, Guglielmo Ragazzino, abbonato all’Agenzia Milano informazioni e fortemente interessato alle questioni di Eni e Montedison, sulle quali imprese scrivevo saggi e articoli che mi sembravano pieni di acume, prendevo sul serio l’agenzia Ami di cui Corrado Ragazzino, fratello di mio padre, era direttore e factotum. Factotum nel senso che oltre a cercare le notizie e i clienti-lettori, scriveva gran parte dei testi, e poi (quando l’impiegata non c’era o non era stata pagata) girava il ciclostile per portare infine alla Posta centrale di San Silvestro il pacco delle agenzie da spedire. L’agenzia che era quotidiana, serviva anche per rimbalzare notizie strane, far circolare qualche nome, ottenere per qualcuno, sommando un po’ di pezzi firmati, l’agognata tessera di giornalista pubblicista. Uno degli abbonati era la Banca d’Italia; un altro era un gruppo petrolifero, forse Chevron, ma non sono sicuro, che per farsi pubblicità dava un premio al miglior marcatore del campionato di calcio. E sull’Ami si leggeva ogni settimana quella particolare classifica, Massimo desiderio, mai esaudito, di mio zio era di essere ammesso alla sala stampa di Montecitorio. L’essere giornalista professionista non era sufficiente per essere accolto nell’empireo dei giornalisti parlamentari che allora erano una corporazione molto chiusa Ma con un’altra invenzione estrosa mio zio inventò l’Anas, Associazione nazionale tra le agenzie di stampa, snobbata dai grandi nomima sostenuta dalle piccole testate, di cui ovviamente divenne presidente e factotum. L’agenzia distribuiva permessi di sosta «Anas, agenzie di stampa» che talvolta riuscivano a convincere i tutori del traffico. Confesserò che per disperazione l’ho usato anch‘io quel certificato un po’ fasullo. Serviva. Una querela, dal manifesto. Per spiegare bene come andavano le cose all‘Ami posso riferire che a pag. 100 del libro «Questo è Cefis» all’inizio del testo intitolato «Nuovi fasti del ribaltatore» ho letto questo passo che evidentemente non era farina di Steimetz ed era uscito sull’agenzia e che trascrivo fedelmente: «Dopo aver passato al nostro modesto ciclostile (non disponendo di mistiche e sinistre sovvenzioni di cui gode Il Manifesto che di soldi ne ha tanti da rischiare le spese giudiziarie denunciando i detrattori come noi) il servizio speciale in sei puntate sulla “Petrolcefis Spa’’ abbiamo sfogliato ogni giorno i fogli quotidiani nella speranza di una ripresa anche incidentale e magari (ipotesi più probabile e meno felice) l’eco di qualche richiamo o querela per diffamazione» (2 giugno 1971). Quindi, di querele o denunce, almeno una l’aveva ottenuta, mio zio; ed era quella del manifesto, uscito la prima volta il 28 aprile. Posso immaginare che invece di occuparsi a tempo pieno di Cefis, L’Ami abbia elaborato un servizio titolato «Chi li paga?» o qualcosa del genere e lo abbia diffuso in uno dei giorni precedenti l’apparizione del giornale il 28 aprile. E in effetti, nella seconda delle sue quattro pagine del suo primo numero, il manifesto aveva un taglio basso dal titolo: «Come è stato finanziato, come si sosterrà e come è fatto questo giornale» (il manifesto 28-4-1971, p. 2). Il secondo paragrafo cominciava così: «Contro tutti coloro che hanno pubblicamente e malevolmente espresso delle insinuazioni sui nostri finanziamenti abbiamo semplicemente sporto querela: non perché teniamo al giudizio ‘imparziale’ della magistratura, ma perché dalle penali che riusciremo a far pagare possono venire fondi al giornale». Vane speranze. Dall’Ami che doveva essere una tra «tutti coloro», non venne un soldo; e questo lo so bene: anni dopo infatti ai tempi della fusione tra Pdup e Manifesto sono andato, su richiesta di mio zio, da Luigi Pintor per chiedergli, in amicizia, la remissione della querela. Un incontro piacevole, una manciata di minuti, parlando di società italiana, di famiglie, di parenti amati e terribili. . Il Nuovo partito popolare Servizi lunghi come quelli firmati da Steimetz erano molto insoliti nelle pagine dell’Ami; l’agenzia trasmetteva una serie di informazioni che provenivano dai pochi clienti, qualche scarsa indiscrezione preceduta da un paio di note politiche, democristiane di destra, come impostazione e geografia politica. Gli spunti per le note politiche venivano a mio zio soprattutto dalla lettura dei giornali, anche se egli riteneva che per lui la Democrazia cristiana non avesse segreti. Ami rilanciava qualche tema rimasto in ombra, raccoglieva dichiarazioni di chi aveva commenti da fare e così via, sempre nella speranza che qualche giornale importante le desse spazio. Per un’ironia del destino (in cui credeva fortemente), ora che molti parlano di lui, ciò che in vita avrebbe desiderato sopra ogni cosa, nessuno sa chi sia e si fa un gran parlare della sua «non meglio identificata agenzia». Nell’Ami c’era molta attenzione per uno o l’altro dei fantomatici secondi partiti cattolici che avrebbero dovuto rigenerare da destra la stanca e compromessa democrazia cristiana, e ritornavano spesso alla ribaltina politica romana. Uno che ricordo si chiamava Nuovo partito popolare, Npp. Questo almeno negli anni in cui, molto saltuariamente, leggevo l’agenzia, prima di archiviarla al volo nel cestino. All’inizio, nel suo breve periodo milanese, donde il nome, l’Ami era però piuttosto vicina alla corrente di Base della Dc che in qualche forma, per qualche equivoco deve essere stata alla base della sua nascita. Non per affinità politica, ma per amicizia che mio zio stabiliva facilmente con tutti, come si coglie anche leggendo le sue memorie, inedite. . Chi era costui? Chi fosse Giorgio Steimetz, l’ho chiesto allo zio, tanto ai tempi dei servizi nel 1971 che vent’anni dopo, quando mi ha regalato il volume che avevo scorto tra i suoi libri.Alle mie domande non ha mai voluto rispondere. Ho pensato e penso che lo facesse per attribuire al suo autore un’aura di importanza e di segreto, mentre probabilmente si trattava di un personaggio minore,molto dentro all’Eni,un po’ dentro ai servizi,che aveva accesso a qualche archivio e voleva tenere Cefis sotto botta,forse per conto di qualcuno,nella politica o negli affari. Steimetz mostra di sapere molte cose a in un universo assai limitato: in un capitolo indica i tanti rivoli del gas metano, i collegamenti, la trama delle società di comodo, le spartizioni che si sviluppano intorno a Cefis, dentro e fuori il mondo dell’Eni. Ma questo è il suo livello; di quello che avviene all’esterno sembra non esserci traccia. Quando si parla di un altro grande gruppo, per esempio di Montedison che come si è detto diventa la nuova casa di Cefis, a un terzo scarso del libro, lo si fa con la conoscenza e i vuoti di un attento lettore di giornali. Invece la sfida a Cefis, riletta oggi, appare molto più penetrante e probabilmente era molto più fastidiosa. E più volte Steimetz mostra ammirazione per questo Cefis su cui si rovesciano pagine e pagine di attacchi, ma che fa finta di niente, non reagisce. Del resto, quelli erano i tempi in cui si attribuivano a Cefis e alla Montedison poteri enormi e una centralità nelle cose d’Italia che ben presto i fatti avrebbero dimostrato esagerati. Insomma, un materiale un po’ scadente. Se poi Pasolini avesse avuto il tempo, ne avrebbe tirato fuori un capolavoro, uno stupendo racconto dello squallore e dell’intrigo. . (*) [In un prossimo aggiornamento, "Pagine corsare" riporterà la ricostruzione effettuata da Carlo Lucarelli e Gianni Borgna ("Così morì Pasolini") da "Micromega" n. 6/2005] |
|
|