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Narrativa Recensioni e commenti
a Gomorra
Gomorra
è narrazione che lacera, incide a fondo la carne, afferra la gola.
Gomorra è rabbia lucida che svela, kalashnikov che scrive
sui muri, forellini tutti uguali, la parola. "Economia".
Ci sono tre persone che prima di ogni altra dovrebbero leggere Gomorra: si chiamano Padoa Schioppa, Draghi, Bersani. Dovrebbero proprio confrontarsi, davvero, con il più importante saggio di economia pubblicato in questo paese da molti anni a questa parte. Gomorra ci squarcia il petto raccontandoci la Cina e l'India. Qui da noi. Noi. Cinesi di noi stessi. Noi che insegniamo ai cinesi come fare la Cina. I cinesi che insegnano a noi. Signori, ecco la crescita, il PIL, le plusvalenze, la modernizzazione. Gomorra non è un saggio d'economia. Gomorra può uccidere, uccide, nel paese dove comandano i morti. Racconto di viscere, organi interni, sparpagliati e dilaniati dentro il corpo di Napoli. Verbo che diventa carne, eresia estrema, violazione del tempio. Letteratura nel senso più alto che mi riesce di immaginare. Gomorra è insulto a chi dice che oggi non si scrive nulla di interessante. Densità di crudi fatti al limite dell'asfissia. Scenari dipinti a mostrare che il Texas l'abbiamo inventato noi. Personaggi memorabili: almeno due. Pikachu e Pasquale, destinati a non abbandonarmi mai più. O' Sistema. Fare un pezzo. Stakeholder. Libro da cui si può imparare quasi quanto una vita intera. Non voglio raccontare alcun episodio che vi è contenuto, chi legge queste poche righe deve leggere il libro, non le mie stronzate o il riassunto. Ho quarantadue anni, vent'anni fa andai via da Gomorra, la mia città, senza un progetto o idee chiare. Erano anni di un'altra guerra in tutto uguale e diversa da quella di oggi. In tutto uguale e diversa. Non ebbi le palle, il coraggio, la determinazione di guardare la bestia negli occhi, in volto, e descriverne i lineamenti. Andai, e basta. Gomorra ha evocato ricordi, scoperchiato emozioni, scavato gallerie, ma giuro che è una lettura necessaria anche per chi non viene da quelle terre. Gomorra è un libro destinato a rimanere a lungo, anche in un paese decerebrato come il nostro. Il suo autore, Roberto Saviano, una perla rara e preziosa, che andrebbe coltivata con cura, orgoglio, amore. [WM3] Non ho letto nessuna recensione
prima di affrontare Gomorra. Nessuna.
* * *
Che
la camorra sia cambiata è un segreto di Pulcinella con cui Napoli
fa i conti da tempo. Troppo superficiale come analisi, troppo sfocata come
fotografia. Forse senza accorgersene davvero, troppo attenta ai luoghi
comuni di sempre e concentrata nell’oscurare la realtà di cui è
pregna da tempo, e che da sempre la presenta al mondo, Napoli cova un mondo
sconosciuto che macina denaro, affari, potere. Per qualcuno, benessere.
Ma dietro la maschera armata di clan che si contendono il dominio dei territori
e dei titoli di giornale che non hanno più lo spazio per raccontare
il sangue di ogni giorno, c’è molto di più di un semplice
salto generazionale, o di un’organizzazione sotterranea che gestisce il
malaffare. C’è un sistema. Economico, politico, sociale.
Roberto Saviano è entrato in questo sistema, dopo essere cresciuto avendolo affianco per 27 anni, e avendone scritto nel corso del tempo, per il Manifesto, il Corriere del Mezzogiorno, Lo Straniero. Non l’ha visto da fuori con l’occhio clinico e morboso di chi guarda gli animali in gabbia e prende appunti sulle loro reazioni. Si è immerso completamente, annusandolo giorno per giorno con la sua smania di raccontare e la lucidità dell’osservatore attento, quasi dell’antropologo. Dal suo lavoro è venuto fuori Gomorra (Mondadori, euro 15,50). Un libro a metà tra il saggio e il reportage, che scardina i peccati di un giornalismo che ha abbandonato le inchieste di una volta, e che diventa un codice di interpretazione del reale. Racconta e spiega, rende banali le grandi verità sociologiche e scava nelle storie quotidiane che meglio di ogni altra cosa possano raccontare la camorra e la faida di Secondigliano, che alla fine del 2004 provocò in due mesi decine di morti. Saviano dà forma ad un racconto di merci e di corpi. Racconta dei napoletani che riproducono i capi delle grandi griffe, arrivate da tutto il mondo per essere stoccate e occultate, e in un secondo momento invadere il mercato del falso come quello reale, esportando un sistema economico in cui non è più il grande marchio ad essere “taroccato”, ma quello della camorra a vestire e imbellettare la gente. Le merci che vanno e quelle che vengono. L’immenso affare dei rifiuti che vengono riversati nel territorio campano, “affittato” a mezza Italia, che riversa gli scarti della sua ricchezza in interi ettari di terreno sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani. Discariche a cielo aperto attorno alle quali le ville dei boss ispirate a Scarface e Pulp Fiction sentenziano il potere sfarzoso dei boss meno occulti, che intanto mettono le mani sul sistema, ne esportano i modelli, ne plasmano le strategie come imprenditori ispirati e potenti. Saviano incontra gente, vede luoghi, corre verso il sangue, e immagina l’ultimo pensiero dei morti ammazzati. Recupera le storie della sua infanzia che diventano prime volte, come se ogni suo passo di bambino di periferia o di giovane dell’Osservatorio sulla Camorra, fosse la piccola parte di un’iniziazione a una cultura, un rito di battesimo anche per lui, che si specchia nelle persone che incontra. C’è il sarto costretto a guidare camion di merce verso il nord mentre i suoi modelli vengono indossati da Angelina Jolie, nella notte degli Oscar, c’è il ragazzino che a diciotto anni sente che è troppo tardi per cambiare vita, ci sono le donne di camorra che sono protagoniste e non comparse. C’è don Peppino Diana, ammazzato il 19 marzo del 1994, in sacrestia, solo perché aveva osato scrivere una lettera chiedendo alla sua gente di non ribellarsi. E non l’aveva ancora resa pubblica. C’è una donna che rimette a posto un negozio teatro di un delitto, pulendo il sangue “come a relegare l’omicidio a pochi istanti, e far subito ricominciare la normalità”. Ci sono i boss come Sandokan Schiavone o Cosimo Di Lauro, fantasmi introvabili o nuovi rampolli per i quali non regge più la vecchia storia di chi e’ nato in povertà e cerca il riscatto contro lo stato assente. C’è il sistema, quello trasversale e nascosto, quello della droga e degli appalti, quello politico e imprenditoriale che si serve della stampa disattenta quando non complice, e delle cose che non si vengono a sapere, c’è il puzzo acre del denaro, che diventa punto di partenza e di arrivo, il motore silenzioso e potente di questa rivoluzione nell’ombra. Forse per ribellarsi a tutto e non sentirne le scorie, forse per l’istinto del narratore che pungola chi sa osservare, forse per comprendere le storie di chi c’è dentro senza volerlo o denunciare chi ne approfitta dagli scranni del potere, Saviano rispolvera i canoni dell’inchiesta vera. Che però non vuole giungere a verità, ma soltanto consegnare uno schizzo di Napoli, così visibile una volta aperti gli occhi, ma così nascosto se ci si vuole distrarre. Un puzzle da formare per capire una città e le sue contraddizioni, per fotografare un mondo e un sistema che è diventato esso stesso politico, in senso ampio, moderno, internazionale. Al punto da imparare ormai a fare a meno della politica in senso stretto. Il contrario, chissà. La Napoli di Saviano non risparmia gli intrecci col potere politico, l’asservimento, la sufficienza sospetta di certi atteggiamenti, la lontananza dalle storie reali, quelle che il malaffare forma e plasma, prima di sfruttarle in un secondo momento, passando all’incasso. La realtà che emerge è cruda e amara, corredata da scenari che alternano l’inutile lusso al lerciume desolante, descritta e rappresentata dallo stesso modo di scrivere dell’autore. Un linguaggio sciolto e senza filtri e senza sconti, aspro e diretto, ma perfino poetico negli sguardi dei protagonisti, che al sistema si rassegnano, si affiliano, si piegano. Ma con una dignità e un’umanità che forse Napoli (e l’Italia) non ha mai conosciuto. Non dalle pagine dei giornali, almeno. * * *
Per
«Gomorra» si è parlato, e straparlato, di incontro fra
giornalismo e letteratura?
«Il metodo è cronistico: andare sul campo. La scrittura è il contrario della cronaca: lo sguardo letterario non ha obiettivi prefissati. Io vado nei posti non per vedere le cose, ma perché le cose vedano me. Cioè per guardare trasversalmente i soliti percorsi, senza ossessione di verità». Però nel suo racconto
della camorra di verità ce ne sono tantissime, anche verità
giudiziarie.
Perché tanta rabbia?
Nel libro la descrive
come capitalismo realizzato e vincente.
Le televisioni arrivano
sull'onda emotiva di qualche morto in più, poi spengono i riflettori
e se ne vanno.
Nel silenzio, la letteratura
racconta?
Con il successo non perderà
la rabbia?
E Napoli?
* * * [...] È qualche tempo che frequento Roberto Saviano - napoletano, ventisei anni, una serie di avventurose collaborazioni su giornali e riviste - e ogni volta che qualche cassandra lamenta la fine imminente del giornalismo d'inchiesta in Italia, io indico lui. Saviano è uno scrittore che si occupa di camorra. E la Camorra, a non avere gli occhi foderati col velluto delle poltrone del San Carlo, è diventata dopo il Vesuvio la presenza più ingombrante del capoluogo partenopeo.
"Basta essere buoni osservatori", dice Roberto, "è questo il mio metodo. Durante la guerra di Secondigliano andavo direttamente sul luogo degli agguati. Per me il dettaglio di un carabiniere che vomita davanti a un cadavere crivellato di colpi, i ragazzini che ridacchiano cercando di capire se l'assassinato è schiattato subito o dopo una penosa agonia, i volti dei familiari dei camorristi contano più delle interviste ad assessori, magistrati, tenenti di polizia. Che pure contano, sia chiaro. Tutto può trasformarsi in una fonte: le carte giudiziarie, le intercettazioni telefoniche, le voci di strada ...". Se ultimamente sono riuscito a chiacchierare con Roberto per più di cinque minuti senza vedermelo scappare via subito dopo aver pagato (io) il conto del caffè, è perché il suo "metodo" ha degli inconvenienti. È vero, ne sai sempre più degli altri. Ma è possibile che la tua copertura (cameriere, turista, aspirante operaio in un cantiere) non funzioni come dovrebbe, che il tuo interlocutore (il parente di un boss, un affiliato dell'ultima ora…) senta emergere dalle tue domande una confusa puzza di bruciato e decida di togliersi dall'imbarazzo vibrandoti una coltellata al braccio. Diciamo che a Roberto è successo qualcosa di simile e che io ho sfruttato la sua convalescenza per farmi raccontare sul "Sistema" qualcosa di diverso rispetto a ciò che emerge dalle parole compassate dei mezzobusti televisivi. Innanzitutto la dimensione umana. Siamo ancora ai tempi della guapperia, all'immagine del camorrista vestito come un bracciante nel giorno di festa e incapace di articolare un discorso senza attingere a qualche detto popolare? "Neanche per sogno", Roberto mi guarda come se mi fossi materializzato da un pessimo romanzo degli anni '50, "i camorristi sfruttano l'immaginario condiviso, i riferimenti sono quelli di tutti: i film americani, gli abiti firmati, l'atteggiamento da vincente. I boss devono costruirsi un'immagine riconoscibile, così ricorrono al cinema.Cosimo Di Lauro, figlio del boss Paolo Di Lauro, accusato di essere il principale responsabile della faida di Secondigliano, quando è stato arrestato, prima di comparire davanti alle telecamere si è imbastito da star del crimine.Si è tirato indietro i capelli, ha indossato il dolcevita, l'impermeabile nero. Aveva in mente Brandon Lee, Lorenzo Lamas, Matrix, The Crow, Pulp Fiction. La forza dello spettacolo è più potente rispetto ai vecchi codici dell'ammiccamento. Walter Schiavone a Casal di Principe ha costruito negli anni '90 una villa come quella di Tony Montana in Scarface". La globalizzazione è veramente l'esperanto che nessuno era riuscito a prevedere. Immaginiamo di trascorrere ventiquattr'ore in compagnia di: 1) un boss della Camorra, 2) un calciatore, 3) un direttore di banca, 4) un presentatore televisivo. Al termine della giornata sarebbe complicato riuscire a distinguere tra chi il giorno prima ha concesso un mutuo per acquistare casa e chi invece ha ordinato un massacro. Tutti maledettamente simili nelle forme, le loro parole così pericolosamente vicine alle nostre. "Il volto di Cosimo Di Lauro dopo l'arresto", continua Saviano, "era sugli screen-saver dei telefonini dei ragazzini. E non dimenticherò una mattina che, comprando Il Corriere di Caserta, trovai scritto: Nunzio De Falco, re degli sciupafemmine. Di De Falco, condannato come mandante dell'assassinio di don Diana, veniva evidenziata la qualità di avere decine di amanti. Nell'immaginario di certe ragazze il boss è una pop star. E non è un fenomeno locale. Il mafioso Giovanni Brusca ricevette da due ragazzine inglesi lettere appassionate che elogiavano il suo coraggio, il fatto di essere un vero uomo". Le differenze tra i consumi culturali di due mondi che un tempo erano lontanissimi anche dal punto di vista estetico, si sono insomma sbriciolate. Persino in tema di videogiochi. "A Scampia", dice Saviano al quarto caffè, "molti ragazzi raccontano che Ugo De Lucia, responsabile secondo le accuse di ben tre omicidi in quattro giorni, aveva iniziato alla PlayStation un campionato di Pro Evolution Soccer. Usciva di casa dopo aver salvato la partita appena conclusa, portava a termine il suo lavoro di killer e poi tornava a giocare lo stesso campionato. In quattro giorni tre omicidi e un campionato alla PlayStation". Da qualche parte ho letto che il fatturato annuo della Camorra e della 'Ndrangheta è pari alla somma di due leggi finanziarie italiane. A vedere il bicchiere mezzo vuoto se ne potrebbe dedurre che le mafie sono la vera forza economica del paese. Ed è qui che si ripresenta l'incubo post-moderno secondo il quale è sempre più difficile riuscire a distinguere la realtà dai simulacri, la vita dal replicante, i buoni dai cattivi. Perché la Camorra per esempio, come conferma Saviano, omicidi a parte, si comporta come un'impresa modernissima. "La vita di un clan è per il 90% molto vicina a quella di un'azienda. Dopo ogni omicidio, è emerso dalle intercettazioni, gli affiliati andavano a vedere la tv per valutare come i media davano le notizie e quindi per decidere se migliorare il significato simbolico delle loro azioni o al contrario renderle silenziose. La famiglia camorristica La Torre, di Mondragone, ha colonizzato Aberdeen, in Scozia: ha anche locali che sono finiti sulle guide turistiche della città. A Parigi, nell'ambito di un'importate fiera gastronomica, sempre La Torre ha presentato le sue attività di ristoratore ed esposto il proprio marchio mentre la famiglia Zagaria primeggia nel movimento terre...". È vero, viviamo in un mondo di abbacinante ambiguità ma la realtà non è ancora il suo perfetto simulacro, un semplice joypad è diverso da una Magnum pronta a sparare e Napoli non si presenta come "un gigantesco corpo di reato". Certo, è complicato operare delle distinzioni quando sia il grano che il loglio hanno lo stesso rivestimento. C'è bisogno di gente capace di leggere, tra le righe di un linguaggio ormai comune, i punti di discontinuità. Sì, c'è bisogno di persone come Roberto Saviano.
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