La narrativa
 

Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
.
..
"Pagine corsare"
Narrativa

Recensioni e commenti a Gomorra
di Roberto Saviano

Roberto Saviano, Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra,
Mondadori Strade Blu, 2006, pagg. 331, € 15,50
http://www.wumingfoundation.com
Gomorra è narrazione che lacera, incide a fondo la carne, afferra la gola. Gomorra è rabbia lucida che svela, kalashnikov che scrive sui muri, forellini tutti uguali, la parola. "Economia".
Ci sono tre persone che prima di ogni altra dovrebbero leggere Gomorra: si chiamano Padoa Schioppa, Draghi, Bersani. Dovrebbero proprio confrontarsi, davvero, con il più importante saggio di economia pubblicato in questo paese da molti anni a questa parte. Gomorra ci squarcia il petto raccontandoci la Cina e l'India. Qui da noi. Noi. Cinesi di noi stessi. Noi che insegniamo ai cinesi come fare la Cina. I cinesi che insegnano a noi. Signori, ecco la crescita, il PIL, le plusvalenze, la modernizzazione.
Gomorra non è un saggio d'economia. Gomorra può uccidere, uccide, nel paese dove comandano i morti. Racconto di viscere, organi interni, sparpagliati e dilaniati dentro il corpo di Napoli. Verbo che diventa carne, eresia estrema, violazione del tempio. Letteratura nel senso più alto che mi riesce di immaginare. Gomorra è insulto a chi dice che oggi non si scrive nulla di interessante.
Densità di crudi fatti al limite dell'asfissia. Scenari dipinti a mostrare che il Texas l'abbiamo inventato noi. Personaggi memorabili: almeno due. Pikachu e Pasquale, destinati a non abbandonarmi mai più.
O' Sistema.
Fare un pezzo.
Stakeholder.
Libro da cui si può imparare quasi quanto una vita intera. Non voglio raccontare alcun episodio che vi è contenuto, chi legge queste poche righe deve leggere il libro, non le mie stronzate o il riassunto.
Ho quarantadue anni, vent'anni fa andai via da Gomorra, la mia città, senza un progetto o idee chiare. Erano anni di un'altra guerra in tutto uguale e diversa da quella di oggi. In tutto uguale e diversa. Non ebbi le palle, il coraggio, la determinazione di guardare la bestia negli occhi, in volto, e descriverne i lineamenti. Andai, e basta. Gomorra ha evocato ricordi, scoperchiato emozioni, scavato gallerie, ma giuro che è una lettura necessaria anche per chi non viene da quelle terre.
Gomorra è un libro destinato a rimanere a lungo, anche in un paese decerebrato come il nostro.
Il suo autore, Roberto Saviano, una perla rara e preziosa, che andrebbe coltivata con cura, orgoglio, amore. [WM3] 

Non ho letto nessuna recensione prima di affrontare Gomorra. Nessuna. 
Libro impegnativo: a volte l'impasto è denso da soffocare, come la sabbia ficcata in bocca ad Antonio Magliulo legato su una sedia, spiaggia di Castelvolturno, litorale domizio. 
Il lettore deve affrontare Gomorra con attenzione, coscienza, responsabilità. Altrimenti verrà travolto. 
Mentre mi spingevo nel fitto ha preso forma un'ipotesi: l'io narrante di Gomorra è l'autore, ma non soltanto e non sempre. L'autore, per dirla con la colonna romana del vecchio Luther Blissett Project, ha esercitato la libertà di "dare dell'io a qualcun altro", di collocarsi dietro gli occhi di diversi "io" che raccontano storie di camorra. Non "io è un altro" ("je est un autre", come scrisse Rimbaud), bensì "anche un altro è io" ("un autre aussi est je"). 
L'io che racconta dell'economia cinese in Campania non è lo stesso che racconta delle pecore spaccate a metà dai colpi di prova del "tubo" (il fucile fai-da-te usato dal "Sistema"), e così via. È sempre "Roberto Saviano" a raccontare, ma "Roberto Saviano" è una sintesi, flusso immaginativo che rimbalza da un cervello all'altro, prende in prestito il punto di vista di un molteplice.
È un punto di vista straniato e fermo al tempo stesso ("fermo" nel senso di fermezza, coerenza, dirittura morale). "Io" raccoglie e fonde le parole e i sentimenti di una comunità, tante persone hanno plasmato - da campi opposti, nel bene e nel male - la materia narrata. Quella di Gomorra è una voce collettiva che cerca di "carburare lo stomaco dell'anima", è il coro un po' sgangherato di chi, nella terra in cui il capitale esercita un dominio senza mediazioni, àncora a una "radice a fittone" il coraggio di guardare in faccia quel potere. "Io" è la comunità aperta di chi sceglie "Cristo, Buddha, l'impegno civile, la morale, il marxismo, l'orgoglio, l'anarchismo, la lotta al crimine, la pulizia, la rabbia costante e perenne, il meridionalismo. Qualcosa." 
Gomorra è il tributo appassionato ai "qualcosa" che, ai bordi dell'allucinazione condivisa imposta dai clan, permettono ancora di tastare la realtà. 
Si badi bene, non intendo dire che Saviano non ha vissuto tutte le storie che racconta. Le ha vissute tutte, e ciascuna ha lasciato un livido tondo sul petto, sotto il giubbetto antiproiettile della coscienza politica e sociale. Ma un'attenta lettura del testo permette di distinguere diversi gradi di prossimità. 
A volte Saviano è dentro la storia fin dall'inizio e la conduce alla fine, protagonista intelligibile del viaggio iniziatico. "Io" è l'autore e testimone oculare, senz'ombra di dubbio. 
Altre volte Saviano si immedesima e dà dell'io a qualcun altro di cui non svela il nome (amico, giornalista, poliziotto, magistrato). 
Altre volte ancora s'inserisce a metà o alla fine di una storia per darle un urto, inclinarla o rovesciarla, spingerla contro il lettore. Eccoci, seguiamo un personaggio un po' a distanza, nascosti, e a un certo punto arriva di taglio un "mi disse quando lo incontrai" (o qualcosa del genere). È uno zoom violento sul personaggio. Quest'ultimo si rivolge a Saviano, e grazie all'io narrante Saviano siamo noi. Come quando un attore getta un'occhiata all'obiettivo e ci fissa negli occhi. Zoom + sguardo nell'obiettivo: lo stratagemma narrativo ha un impatto incredibile. 
Si pensi alla cavalcata di don Ciro, il "sottomarino" che va a distribuire la "mesata" alle famiglie di detenuti (pagg.154-156): Saviano lo dice, sì, di averlo conosciuto, ma lo dice en passant, non ci facciamo troppo caso perché stiamo già appresso a don Ciro, gli andiamo dietro mentre si infila nei vicoli stretti, sale scale, percorre pianerottoli, ascolta lamentele. Partecipiamo al suo giro, ora siamo di fianco a lui, le buste di plastica piene di vettovaglie ci sfiorano le gambe, lo accompagniamo anche adesso che il giro è finito, trasognati... poi arrivano tre parole ("mentre gli parlavo"), e scopriamo che Saviano cammina con noi, anzi, che noi siamo lui. Tutto questo in due pagine.
Ha importanza, a fronte di ciò, sapere se davvero Saviano ha parlato con Tizio o con Caio, con don Ciro o col pastore, con Mariano il fan di Kalashnikov o con Pasquale il sarto deluso? No, non ha importanza. Può darsi che certe frasi non siano state dette proprio a lui, ma a qualcuno che gliele ha riferite. Saviano, però, le ha ruminate tra le orecchie tanto a lungo da conoscerne ogni intima risonanza. È come se le le avesse sentite direttamente. Di più: come se le avesse raccolte in un confessionale.
Terminato Gomorra, ho fatto alcune cose: 
- ne ho discusso a lungo con Wu Ming 3, che nel frattempo aveva scritto una mail bellissima a Saviano, cuore in mano; 
- ho letto diverse recensioni del libro, quasi tutte deludenti e fuori fuoco; 
- infine ho telefonato all'autore. 
Saviano è un giapster storico, uno dei primi settanta che, nel gennaio 2000, ricevette il numero 0 della newsletter. Tra di noi c'era stato qualche botta-e-risposta via mail, ma era la prima volta che ci sentivamo a voce - e finora è rimasta l'unica. 
Non ci siamo mai incontrati di persona. 
Non gli ho mai dato consigli di scrittura: manco sapevo che stesse scrivendo un libro.
Non ho mosso mai leve (quali?) per farlo andare in tv o in qualunque altro posto. 
Non ho un briciolo di merito per quel che ha fatto lui.
Lo scrivo a scanso di equivoci, visto che adesso c'è la gara a chi per primo intuì il talento, e chissà dove saresti a quest'ora se io non, e va riconosciuto che c'è un gruppo di persone che. Solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio. 
Stavo dicendo: l'ho chiamato e gli ho spiegato la mia teoria sull'io narrante. Mi ha confermato che è vera, aggiungendo esempi. 
Gli ho detto che, per quanto positive e utili, le recensioni che pongono l'accento unicamente sulla testimonianza civile - e letteraria - individuale non colgono la natura di epopea collettiva del suo libro. 
Abbiamo parlato della diffidenza e del rancore suscitati dal libro presso certa intellighenzia "progressista", quella a cui fa comodo sostenere che la camorra è un fenomeno arretrato, residuale, disfunzionale, freno allo sviluppo di un capitalismo "pulito" e di una borghesia meridionale laboriosa e decente. 
Un bel quadretto consolatorio. Peccato che la camorra (anzi, il Sistema) sia in realtà punta di diamante del business ultracontemporaneo, avanguardia dell'impresa tecnologica, del management, delle teorie liberiste, in simbiosi con le nuove economie "cindiane". Noi abbiamo ancora in mente i guappi da suburra, il folklore, una camorra estinta da decenni, e intanto la base sociale dei clan - proprio grazie al controllo del Made in China - è composta da early adopters (e testers) di ogni nuovo gingillo elettronico. Un camorrista usa la nuova Play Station o Xbox molto prima di chiunque altro, e così per videofonini, fotocamere ultracompatte, videocamere, lettori mp3, megaschermi al plasma ecc. 
Tutto questo Saviano lo spiega molto bene, attingendo a istruttorie e atti giudiziari, inchieste giornalistiche, testimonianze dirette. Lo fa con coraggio inaudito, e non è "solo" coraggio civile e politico: è coraggio poetico, stilistico. Non è mica giornalismo, questo. È ben di più. Saviano ha scavato la realtà con le unghie fino a rinvenirne il nocciolo visionario e allucinatorio. 
Gomorra vive in un'intersezione che, negli ultimi anni, ha dato ospitalità ad altri "oggetti narrativi". Qualche esempio, in ordine decrescente di primato della narrativa sui "corpi estranei": Romanzo criminale di De Cataldo, Dies irae di Genna, e il nostro Asce di guerra (sempre a scanso d'equivoci, preciso che quest'ultimo è il meno riuscito dei quattro). Varia il tema (nemmeno tanto), varia la miscela di reale e immaginario, varia il modo in cui si passa dal documento alla visione, ma quei libri vivono nello stesso posto. Non hanno alcun senso le contrapposizioni tra finzione e reportage, tra romanzo-romanzo e romanzo-qualcos'altro: noi tutti produciamo, quando lo riteniamo giusto, "oggetti narrativi" che se ne fottono del filo spinato, degli allarmi, dei cocci di vetro sul muro di cinta.
Dopo la chiacchiera, ho consigliato via sms a Saviano di scrivere di calcio, della presenza nel calcio dei clan di camorra. Una presenza non episodica, ma strutturale. Non l'eccezione, ma la regola. La camorra non "interferisce" col sistema-calcio: ne è uno dei pilastri da almeno vent'anni. Finora se ne è scritto (poco) partendo dal calcio, ma bisogna partire dalla camorra. E non bisogna fare una semplice "inchiesta", ma affrontare il paesaggio mitologico del calcio, devastarlo, appiccare incendi, gettare sale sulle macerie. [WM1]

* * *

Gomorra. Un libro su Napoli e la camorra che scardina
i peccati di un giornalismo che ha
abbandonato le inchieste di una volta,
Alessandro Chiappetta, Aprile on line 21 giugno 2006
Che la camorra sia cambiata è un segreto di Pulcinella con cui Napoli fa i conti da tempo. Troppo superficiale come analisi, troppo sfocata come fotografia. Forse senza accorgersene davvero, troppo attenta ai luoghi comuni di sempre e concentrata nell’oscurare la realtà di cui è pregna da tempo, e che da sempre la presenta al mondo, Napoli cova un mondo sconosciuto che macina denaro, affari, potere. Per qualcuno, benessere. Ma dietro la maschera armata di clan che si contendono il dominio dei territori e dei titoli di giornale che non hanno più lo spazio per raccontare il sangue di ogni giorno, c’è molto di più di un semplice salto generazionale, o di un’organizzazione sotterranea che gestisce il malaffare. C’è un sistema. Economico, politico, sociale. 

Roberto Saviano è entrato in questo sistema, dopo essere cresciuto avendolo affianco per 27 anni, e avendone scritto nel corso del tempo, per il Manifesto, il Corriere del Mezzogiorno, Lo Straniero. Non l’ha visto da fuori con l’occhio clinico e morboso di chi guarda gli animali in gabbia e prende appunti sulle loro reazioni. Si è immerso completamente, annusandolo giorno per giorno con la sua smania di raccontare e la lucidità dell’osservatore attento, quasi dell’antropologo. 

Dal suo lavoro è venuto fuori Gomorra (Mondadori, euro 15,50). Un libro a metà tra il saggio e il reportage, che scardina i peccati di un giornalismo che ha abbandonato le inchieste di una volta, e che diventa un codice di interpretazione del reale. Racconta e spiega, rende banali le grandi verità sociologiche e scava nelle storie quotidiane che meglio di ogni altra cosa possano raccontare la camorra e la faida di Secondigliano, che alla fine del 2004 provocò in due mesi decine di morti. 

Saviano dà forma ad un racconto di merci e di corpi. Racconta dei napoletani che riproducono i capi delle grandi griffe, arrivate da tutto il mondo per essere stoccate e occultate, e in un secondo momento invadere il mercato del falso come quello reale, esportando un sistema economico in cui non è più il grande marchio ad essere “taroccato”, ma quello della camorra a vestire e imbellettare la gente. Le merci che vanno e quelle che vengono. 

L’immenso affare dei rifiuti che vengono riversati nel territorio campano, “affittato” a mezza Italia, che riversa gli scarti della sua ricchezza in interi ettari di terreno sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani. Discariche a cielo aperto attorno alle quali le ville dei boss ispirate a Scarface e Pulp Fiction sentenziano il potere sfarzoso dei boss meno occulti, che intanto mettono le mani sul sistema, ne esportano i modelli, ne plasmano le strategie come imprenditori ispirati e potenti. 

Saviano incontra gente, vede luoghi, corre verso il sangue, e immagina l’ultimo pensiero dei morti ammazzati. Recupera le storie della sua infanzia che diventano prime volte, come se ogni suo passo di bambino di periferia o di giovane dell’Osservatorio sulla Camorra, fosse la piccola parte di un’iniziazione a una cultura, un rito di battesimo anche per lui, che si specchia nelle persone che incontra.

C’è il sarto costretto a guidare camion di merce verso il nord mentre i suoi modelli vengono indossati da Angelina Jolie, nella notte degli Oscar, c’è il ragazzino che a diciotto anni sente che è troppo tardi per cambiare vita, ci sono le donne di camorra che sono protagoniste e non comparse. C’è don Peppino Diana, ammazzato il 19 marzo del 1994, in sacrestia, solo perché aveva osato scrivere una lettera chiedendo alla sua gente di non ribellarsi. E non l’aveva ancora resa pubblica. 

C’è una donna che rimette a posto un negozio teatro di un delitto, pulendo il sangue “come a relegare l’omicidio a pochi istanti, e far subito ricominciare la normalità”. Ci sono i boss come Sandokan Schiavone o Cosimo Di Lauro, fantasmi introvabili o nuovi rampolli per i quali non regge più la vecchia storia di chi e’ nato in povertà e cerca il riscatto contro lo stato assente. 

C’è il sistema, quello trasversale e nascosto, quello della droga e degli appalti, quello politico e imprenditoriale che si serve della stampa disattenta quando non complice, e delle cose che non si vengono a sapere, c’è il puzzo acre del denaro, che diventa punto di partenza e di arrivo, il motore silenzioso e potente di questa rivoluzione nell’ombra. Forse per ribellarsi a tutto e non sentirne le scorie, forse per l’istinto del narratore che pungola chi sa osservare, forse per comprendere le storie di chi c’è dentro senza volerlo o denunciare chi ne approfitta dagli scranni del potere, Saviano rispolvera i canoni dell’inchiesta vera. Che però non vuole giungere a verità, ma soltanto consegnare uno schizzo di Napoli, così visibile una volta aperti gli occhi, ma così nascosto se ci si vuole distrarre. Un puzzle da formare per capire una città e le sue contraddizioni, per fotografare un mondo e un sistema che è diventato esso stesso politico, in senso ampio, moderno, internazionale. Al punto da imparare ormai a fare a meno della politica in senso stretto. Il contrario, chissà. 

La Napoli di Saviano non risparmia gli intrecci col potere politico, l’asservimento, la sufficienza sospetta di certi atteggiamenti, la lontananza dalle storie reali, quelle che il malaffare forma e plasma, prima di sfruttarle in un secondo momento, passando all’incasso. La realtà che emerge è cruda e amara, corredata da scenari che alternano l’inutile lusso al lerciume desolante, descritta e rappresentata dallo stesso modo di scrivere dell’autore. Un linguaggio sciolto e senza filtri e senza sconti, aspro e diretto, ma perfino poetico negli sguardi dei protagonisti, che al sistema si rassegnano, si affiliano, si piegano. Ma con una dignità e un’umanità che forse Napoli (e l’Italia) non ha mai conosciuto. Non dalle pagine dei giornali, almeno.

* * *

Saviano: «Non perdo la rabbia»
Intervista a Roberto Saviano di Giovanna Zucconi,
La Stampa 4 luglio 2006
Per «Gomorra» si è parlato, e straparlato, di incontro fra giornalismo e letteratura?
«Il metodo è cronistico: andare sul campo. La scrittura è il contrario della cronaca: lo sguardo letterario non ha obiettivi prefissati. Io vado nei posti non per vedere le cose, ma perché le cose vedano me. Cioè per guardare trasversalmente i soliti percorsi, senza ossessione di verità».

Però nel suo racconto della camorra di verità ce ne sono tantissime, anche verità giudiziarie.
«Molti scrittori italiani avrebbero avuto remore a inserire brani di intercettazioni o di atti giudiziari, io invece me ne frego della compostezza, voglio mordere. Però, come diceva Orwell: raccontare la verità senza rinunciare alla bellezza». 

Perché tanta rabbia?
«Perché qui sono cresciuto, perché da quando sono nato la camorra ha ammazzato 3600 persone, perché queste sono le storie che mi hanno attraversato. Non solo storie di sangue: appena laureato, avrei fatto più carriera nelle imprese dei clan. La camorra è meritocratica».

Nel libro la descrive come capitalismo realizzato e vincente.
«Mafia, camorra e 'ndrangheta hanno un profitto annuo di 100 miliardi di euro, sono la più grande impresa europea. La criminalità organizzata riguarda poco il Sud, che ne subisce l'aspetto militare: la camorra è in Emilia Romagna (cemento e costruzioni), in Piemonte (alberghi), in Toscana (rifiuti tossici), a Roma (immobili), in Scozia, a Hong Kong... Non è sottosviluppo, è imprenditoria evoluta. I boss sono borghesi colti: Augusto Latorre detto Mondragone cita Lacan nei processi. Sono sperimentatori; il clan Nuvoletta ha creato un azionariato popolare, con le pensioni dei vecchietti investite in partite di cocaina. Operazioni nuovissime e non raccontate, nel territorio non più fra legalità e illegalità, ma fra imprenditoria vincente e perdente. L'etica è la scelta del perdente, dicono i boss. Per il Guardian la criminalità organizzata italiana è un problema europeo, da noi vigono la menzogna e il silenzio».

Le televisioni arrivano sull'onda emotiva di qualche morto in più, poi spengono i riflettori e se ne vanno.
«Il giornalista ha solo un'attenzione di emergenza, per il resto il silenzio è totale. Ho dedicato il premio Viareggio a quattro ragazzi innocenti crepati a Secondigliano nella guerra di camorra. Nessuno dei giornalisti presenti ha chiesto niente di quei quattro innocenti ammazzati».

Nel silenzio, la letteratura racconta?
«È uno sguardo privilegiato, permette di usare un io congetturale e deformato entro la disciplina del dato. Io non ho atteggiamenti morali, sono determinato da quella realtà, che è la mia ossessione. Un carabiniere mi ha detto: "Sei uno scrittore? Gli scrittori non si occupano di queste schifezze"».

Con il successo non perderà la rabbia?
«Continuo a vivere nei Quartieri Spagnoli, ho rifiutato un contratto di sceneggiatore, prendo ogni garanzia per non perdere la rabbia. Come dice un mio amico, per scrivere di Napoli bisogna battere la tastiera con le nocche: sempre a pugni stretti».

E Napoli?
«Crede ancora di essere divisa in due, con la borghesia sana ferita dalla suburra dei sottoproletari lazzaroni. Invece le due Napoli non esistono più: Luciano Moggi vive a Posilippo e Secondigliano è il quartiere più ricco».

* * *

La camorra di oggi? Si ispira alle pop star,
di Nicola Lagioia, la Repubblica XL 3 luglio 2006
[...]
È qualche tempo che frequento Roberto Saviano - napoletano, ventisei anni, una serie di avventurose collaborazioni su giornali e riviste - e ogni volta che qualche cassandra lamenta la fine imminente del giornalismo d'inchiesta in Italia, io indico lui. 

Saviano è uno scrittore che si occupa di camorra. E la Camorra, a non avere gli occhi foderati col velluto delle poltrone del San Carlo, è diventata dopo il Vesuvio la presenza più ingombrante del capoluogo partenopeo.

"Da quando sono nato…", racconta di ritorno dalle sue missioni, come a voler dare una ragione in più ai pericoli che si trova a vivere, "...in Campania ci sono stati 3600 morti di camorra. La Camorra ha ucciso più della Mafia, più della 'Ndrangheta, più delle cosche albanesi e russe". Parla veloce, Saviano, e agita le mani come per scaricare un residuo di adrenalina che deve aver raggiunto il picco quando, solo il giorno prima, è riuscito a infiltrarsi nel matrimonio di un capoclan camuffato da cameriere, ha raggiunto il luogo di un omicidio consumato da pochi minuti, o ancora - paradosso dei paradossi - è stato convocato da un magistrato che non riusciva a capacitarsi di come uno che potrebbe avere l'età di un fuoricorso conoscesse tanto bene strategie e congegni della macchina criminale.

"Basta essere buoni osservatori", dice Roberto, "è questo il mio metodo. Durante la guerra di Secondigliano andavo direttamente sul luogo degli agguati. Per me il dettaglio di un carabiniere che vomita davanti a un cadavere crivellato di colpi, i ragazzini che ridacchiano cercando di capire se l'assassinato è schiattato subito o dopo una penosa agonia, i volti dei familiari dei camorristi contano più delle interviste ad assessori, magistrati, tenenti di polizia. Che pure contano, sia chiaro. Tutto può trasformarsi in una fonte: le carte giudiziarie, le intercettazioni telefoniche, le voci di strada ...". 

Se ultimamente sono riuscito a chiacchierare con Roberto per più di cinque minuti senza vedermelo scappare via subito dopo aver pagato (io) il conto del caffè, è perché il suo "metodo" ha degli inconvenienti. È vero, ne sai sempre più degli altri. Ma è possibile che la tua copertura (cameriere, turista, aspirante operaio in un cantiere) non funzioni come dovrebbe, che il tuo interlocutore (il parente di un boss, un affiliato dell'ultima ora…) senta emergere dalle tue domande una confusa puzza di bruciato e decida di togliersi dall'imbarazzo vibrandoti una coltellata al braccio. Diciamo che a Roberto è successo qualcosa di simile e che io ho sfruttato la sua convalescenza per farmi raccontare sul "Sistema" qualcosa di diverso rispetto a ciò che emerge dalle parole compassate dei mezzobusti televisivi. Innanzitutto la dimensione umana. Siamo ancora ai tempi della guapperia, all'immagine del camorrista vestito come un bracciante nel giorno di festa e incapace di articolare un discorso senza attingere a qualche detto popolare? "Neanche per sogno", Roberto mi guarda come se mi fossi materializzato da un pessimo romanzo degli anni '50, "i camorristi sfruttano l'immaginario condiviso, i riferimenti sono quelli di tutti: i film americani, gli abiti firmati, l'atteggiamento da vincente. I boss devono costruirsi un'immagine riconoscibile, così ricorrono al cinema.Cosimo Di Lauro, figlio del boss Paolo Di Lauro, accusato di essere il principale responsabile della faida di Secondigliano, quando è stato arrestato, prima di comparire davanti alle telecamere si è imbastito da star del crimine.Si è tirato indietro i capelli, ha indossato il dolcevita, l'impermeabile nero. Aveva in mente Brandon Lee, Lorenzo Lamas, Matrix, The Crow, Pulp Fiction. La forza dello spettacolo è più potente rispetto ai vecchi codici dell'ammiccamento. Walter Schiavone a Casal di Principe ha costruito negli anni '90 una villa come quella di Tony Montana in Scarface".

La globalizzazione è veramente l'esperanto che nessuno era riuscito a prevedere. Immaginiamo di trascorrere ventiquattr'ore in compagnia di: 1) un boss della Camorra, 2) un calciatore, 3) un direttore di banca, 4) un presentatore televisivo. Al termine della giornata sarebbe complicato riuscire a distinguere tra chi il giorno prima ha concesso un mutuo per acquistare casa e chi invece ha ordinato un massacro. Tutti maledettamente simili nelle forme, le loro parole così pericolosamente vicine alle nostre.

"Il volto di Cosimo Di Lauro dopo l'arresto", continua Saviano, "era sugli screen-saver dei telefonini dei ragazzini. E non dimenticherò una mattina che, comprando Il Corriere di Caserta, trovai scritto: Nunzio De Falco, re degli sciupafemmine. Di De Falco, condannato come mandante dell'assassinio di don Diana, veniva evidenziata la qualità di avere decine di amanti. Nell'immaginario di certe ragazze il boss è una pop star. E non è un fenomeno locale. Il mafioso Giovanni Brusca ricevette da due ragazzine inglesi lettere appassionate che elogiavano il suo coraggio, il fatto di essere un vero uomo".

Le differenze tra i consumi culturali di due mondi che un tempo erano lontanissimi anche dal punto di vista estetico, si sono insomma sbriciolate. Persino in tema di videogiochi. "A Scampia", dice Saviano al quarto caffè, "molti ragazzi raccontano che Ugo De Lucia, responsabile secondo le accuse di ben tre omicidi in quattro giorni, aveva iniziato alla PlayStation un campionato di Pro Evolution Soccer. Usciva di casa dopo aver salvato la partita appena conclusa, portava a termine il suo lavoro di killer e poi tornava a giocare lo stesso campionato. In quattro giorni tre omicidi e un campionato alla PlayStation". 

Da qualche parte ho letto che il fatturato annuo della Camorra e della 'Ndrangheta è pari alla somma di due leggi finanziarie italiane. A vedere il bicchiere mezzo vuoto se ne potrebbe dedurre che le mafie sono la vera forza economica del paese. Ed è qui che si ripresenta l'incubo post-moderno secondo il quale è sempre più difficile riuscire a distinguere la realtà dai simulacri, la vita dal replicante, i buoni dai cattivi. Perché la Camorra per esempio, come conferma Saviano, omicidi a parte, si comporta come un'impresa modernissima. "La vita di un clan è per il 90% molto vicina a quella di un'azienda. Dopo ogni omicidio, è emerso dalle intercettazioni, gli affiliati andavano a vedere la tv per valutare come i media davano le notizie e quindi per decidere se migliorare il significato simbolico delle loro azioni o al contrario renderle silenziose. La famiglia camorristica La Torre, di Mondragone, ha colonizzato Aberdeen, in Scozia: ha anche locali che sono finiti sulle guide turistiche della città. A Parigi, nell'ambito di un'importate fiera gastronomica, sempre La Torre ha presentato le sue attività di ristoratore ed esposto il proprio marchio mentre la famiglia Zagaria primeggia nel movimento terre...". 

È vero, viviamo in un mondo di abbacinante ambiguità ma la realtà non è ancora il suo perfetto simulacro, un semplice joypad è diverso da una Magnum pronta a sparare e Napoli non si presenta come "un gigantesco corpo di reato". Certo, è complicato operare delle distinzioni quando sia il grano che il loglio hanno lo stesso rivestimento. C'è bisogno di gente capace di leggere, tra le righe di un linguaggio ormai comune, i punti di discontinuità. Sì, c'è bisogno di persone come Roberto Saviano. 

 


Recensioni e commenti a Gomorra di Roberto Saviano
 

Vai alla pagina principale