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La narrativa Storie della città
di Dio
Il titolo (di suggestione agostiniana) Storie della città di Dio è un appunto di mano di Pasolini su una cartella che avrebbe dovuto raccogliere gli scritti "romani". Anzi La città di Dio era il titolo pensato per il suo terzo romanzo romano (che concepì assieme anche se l'ultimo non lo realizzò) che altrove è indicato come Il rio della Grana. E ancora, il suo secondo romanzo "romano" (Una vita violenta) ha il secondo capitolo intitolato "Notte nella città di Dio". Ma ci sono anche pezzi totalmente inediti come Il gergo a Roma: "Il gergo è un linguaggio tecnico; come tale è al limite dello strumentale. E come tale oggetto di ricerca scientifica: "il malandrinismo, la reticenza, l'allusione; l'arte del dire e del non dire, dell'ammiccare", come fanno anche in Ascoli e già l'ho notato. Ma il lessico deformato è "sotto il segno del piacere e della coscienza d'inventare": "rombonze" è la motocicletta, "patatanza", la patata, "un tinello de latte sozzo", un cappuccino. Altrove parla del suo romanesco e anche di quella di poeti come il Belli (che considerava il migliore dell'Ottocento, un vero barocco "con bagliori caravaggeschi") ma capisce perfettamente che questi parlava una lingua aristocratica delle plebe trasteverina e borghiciana e lui quella del proletariato delle borgate e dei tuguri, inquinato dai "buzzurri" venuti da fuori Roma. Anche Pascarella era un piccolo-borghese "accademico" e citava dei versi (come quello di Villa Glori dove dice che i nemici erano così vicini "che quasi je potemo sputà in faccia") per far vedere che era falso, un benpensante patriottico, estremamente pericoloso perché da lui verrà il fascismo. La parte più bella è la prima (Racconti romani) quando Pasolini si faceva le ossa nella vita dei suoi personaggi ("Il Morbidone che se stava con la spalla appoggiata a uno spIgolo nero, aspettando che passasse il tempo") e, pian piano, nella parlata romanesca: prima una o due frasi ( "A moro, sai che or'è?"), poi qualche espressione isolata (come "storcicarello"), un titolo ("La passione del fusajaro") poi, da Terracina , inizia il suo stile che aveva imparato a registrare col magnetofono. Bello è il brano sui polacchi, rievocato dal Riccetto: "E mo ce stava un regazzino ch'era vestito de americano, na mascotte là, uno ch'era er Leccapiedi. Viene da me, e m'ha detto: Riccé, in quer camio ce sta la robba, sei la piji famo a mezzo. Io je ho detto: Bè, va bbè, insegneme qual'è er camio. Ma quanno andamo pe' spartì ce stava pure er Polacco che scese da la macchina. Avemo fatto ttre vorte er giro de Monteverde. Finalmente lui che ciaveva 'e gambe più lunghe m'ha ripreso, prima m'ha legato ar palo de la luce, e poi m'ha menato.? Li carci, li schiaffi, le cintate!" Ebbe anche (e fu pubblicato poi in Il cavallo di Troia, postumo, nella primavera del 1989) un'idea per un film ("senza speranza", un'atmosfera ch'era tutta il contrario di Roma città aperta) con i ventuno ponti di Roma dal titolo I morti di Roma . Era un film ad episodi (benché Pasolini affermi di no) di cui quattro tragici (che finivano tutti con un "morto) e il quinto che terminava in una "esplosiva, generale generosità: in qualche modo di speranza". Era l'episodio di Sburdellino, trascinato dalla corrente mentre tenta di acchiappare una rondine bagnata: riesce a salvarla, l'asciuga e la fa rivolare in mezzo alle altre, "sfrecciando e stridendo". ------------------------
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