.Pier
Paolo Pasolini
La narrativa
.
Una
vita violenta
1956
commento
di Angela Molteni
Con
i romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta Pasolini ha dato,
con grande sensibilità e senso della realtà, espressione letteraria al
sottoproletariato dell'estrema periferia romana, una realtà sociale formatasi
dopo le distruzioni imposte alla città dai bombardamenti subiti durante
la seconda guerra mondiale e alimentata anche dalle grandi ondate migratorie
dell'immediato dopoguerra, quella stessa realtà che il Poeta descriverà
con mano sicura e partecipe anche nei suoi film Accattone e Mamma
Roma, e che sarà guida costante di tutta la sua vita e delle sue creazioni
artistiche.
In Una vita violenta
la rappresentazione pasoliniana, pur crudamente realistica, evidenzia pietà
e amore per un mondo miserabile i cui personaggi possono essere cinici
e amorali ma al tempo stesso pienamente innocenti per la loro infantile,
primitiva, quasi istintiva umanità.
Strettamente aderenti alla
materia trattata sono le scelte linguistico-espressive che utilizzano largamente
il dialetto romanesco, tanto che quasi tutte le battute di dialogo sono
costituite da una fedele e spesso cruda trascrizione del gergo delle borgate.
I passi di carattere narrativo e descrittivo presentano invece, con felice
esito espressivo, un singolare intarsio di lingua italiana e dialetto.
Ambientato fra il sottoproletariato
romano degli anni Cinquanta il romanzo delinea un vasto affresco realistico
in cui emerge la vicenda esemplare di Tommaso Puzzilli, un "ragazzo di
vita" che arriva attraverso le sue esperienze ad acquisire consapevolezza
umana e politica.
Nato fra le baracche dell'estrema
periferia, da una famiglia miserabile, Tommaso, violento e amorale, vive
di sordidi espedienti e partecipa anche a spedizioni teppistiche. Per una
rissa in cui ha accoltellato un altro giovane, Tommaso viene condannato
a due anni di carcere e, uscendo di prigione, trova la famiglia insediata
in un appartamentino dell'Ina case, finalmente ottenuto dopo tante richieste.
A Tommaso, affascinato dal
"lusso" quasi "borghese" della sua nuova abitazione, sembra di poter ora
intraprendere una vita nuova e rispettabile, ma il suo sogno di elevazione
sociale è destinato a fallire. Alla visita militare, Tommaso risulta ammalato
di tubercolosi ed è perciò costretto a un lungo ricovero che vanifica
ogni possibilità di lavoro e di guadagno. Entrerà in un ospedale. Proprio
all'interno del tubercolosario, però, a contatto con un gruppo di degenti
politicizzati, comincia per Tommaso un processo di maturazione che lo porta
a prendere coscienza della sua condizione individuale e sociale.
Una volta dimesso dall'ospedale
Tommaso dà la sua adesione al Partito comunista e, quando l'Aniene inonda
un quartiere di baraccati, egli accoglie prontamente l'invito dei compagni
della sezione gettandosi fra l'acqua e il fango per aiutare i pompieri
impegnati nei soccorsi.
Questo gesto generoso è
però fatale a Tommaso, in quanto gli procura un nuovo, violento attacco
della sua malattia polmonare. Poche, dimesse parole, a conclusione del
romanzo, annunciano la sua morte: «...tossì, tossì... e addio Tommaso».
(Alcuni stralci del romanzo
che si riferiscono all'intervento di Tommaso in aiuto dei pompieri, da
Una vita violenta, Garzanti, Milano 1975 - prima edizione, 1959)
Tommaso, accodato ai pompieri,
s'arrampicò affondando nella fanga, aranfandosi ai resti delle fratte,
a qualche ramata, a qualche alberello frollo, e raggiunsero quasi la parte
più alta, a mezza costa, dove c'era una specie di spiazzo. Li s'era messa
della gente, scappata dalle baracche, vestita come si trovava, qualcuno
addirittura in camicia, con le creature in braccio e i ragazzini che piangevano.
Le donne corsero, scivolando,
nere di fango, incontro ai pompieri: urlavano, chiedendo aiuto. «Ecco
là» gridavano, come ce ne fosse bisogno, forse perché non se ne sapevano
capacitare. «Ecco là tutto quello che ce rimane!»
Non c'era niente prima,
quattro bicocche, quattro tettoiette arruzzonite, un po' di stracci: e
adesso tutto questo era stato sfasciato, portato giù dal fango verso il
fiume. Lo spiazzale al centro, dove giocava Tommasino da piccolo, era un
laghetto, e in mezzo, appozzati nell'acqua, c'erano i resti delle capanne.
Qualcuna di queste capanne,
di qua e di là, si reggeva mezza in piedi, ma, dalla parte dei monti,
c'era ormai tanta melma ch'era arrivata alle mensole delle finestre, e
aveva cominciato a andar dentro, sbragando le due imposte marcite. Poi,
da lì, aveva sfondato la porta, sul davanti, e aveva cominciato a risortire,
risputando fuori tutto quello che c'era in casa, seggiolette, scatole,
scarpe, concoline, qualche tavolinetto scassato. Tutto questo s'ammucchiava
davanti, e un po' alla volta, giocando sulla colata di melma, finiva verso
il centro del villaggetto, e, con gli altri rottami più grossi delle baracche
completamente spiantate, andava giù verso il fiume. [...]
Tra le baracche che non
erano state sfasciate, ce n'era una un po' più all'asciutto: era quella
che tutti guardavano. Una donna. che c'abitava, ci s'era inchiodata, forse
con la speranza di salvare un po' di roba: s'era messa a racapezzare tutto
quello ch'era per terra, e che da la fanga si portava via, entrando dalle
finestre.
Poi però un po' alla volta
la fanga era sempre più cresciuta, e lei era rimasta bloccata là, sola,
nella sua capanna, e chiamava aiuto. La sua voce non si sentiva quasi per
niente, col rumore della pioggia, del vento, della corrente del fiume.
I pompieri avevano delle corde, e si davano da fare per andarla a prendere:
Tommaso, accanito, ci si mise in mezzo, facendo tutta una manfrina, svociandosi
per farsi dar retta: «Voi nun sete pratichi» gridava «nun conoscete
er fondo! È tutto pieno de buche, ce sta er reticolato... Fatemece annà
a me, che io la so la strada!» Ma i pompieri non lo vedevano per niente
tutti presi a preparare la corda sotto le sventagliate della pioggia. Uno
se la legò ai fianchi, e s'addentrò. Ma non fece neanche due passi, che
scivolò perché lì c'era la scesa, e s'immelmò fino agl'occhi.
Fece per tirarsi su, ma
non ce la sbroccolava, e allora gli altri lo riportarono indietro.
«V'o'o detto!» strillava
Tommaso. «V'o'o detto che nun ne magnate niente! Nun se passa de llì,
bisogna fà er giro!»
«Mannatece 'sto giovanotto,
che sa indove deve mette i piedi!» intervenne allora Passalacqua.
«Allora che devo fà?»
continuava a gridare Tommaso, in campana, scalmanato, «ce devo annà io
sì o no?»
«Dà qua», fece il capoccia.
Prese e legò alla cintola Tommaso. Senza nemmeno voltarsi indietro, per
mostrare lui come si faceva, Tommaso si buttò dal ciglio della strada,
e cominciò a fare il giro al largo, anziché andare dritto alla capanna.
Pure lì la melma era alta, sopra gli stinchi, ma costeggiando le baracche
che più o meno s'erano salvate, intorno allo spiazzaletto, un po' alla
volta, come Dio volle, ci s'accostò. La donna gridava aiuto, stirando
il collo da una finestrella della baracca.
«Mo' arivo, a signò! Stateve
bbona!» gridò Tommaso, dal pantano. [...]
La donna. Scarmigliata,
fracica, con le mani giunte strette sulla pancia, l'aspettava: come fu
lì, le venne un attacco di petto: tutto a una volta. Cominciò a smaniare
e rigirarsi: «Famme pijà quarcosa» gridava «armeno un materasso, un
vestito...»
«A signo', ma mica so'
un facchino, io'!» le gridò Tommaso di brutto, mentre lei diceva così
e non si muoveva. «'Namo! 'Namo, signò, che qui la faccenda s'aggrava'!»
«Ma io c'ho paura, come
famo?» diceva quella ripiegata in avanti, verso tutta quell'acqua, tremando,
bianca, ingelita, coi capelli attaccati alle guance come bisce.
«Venite qua, appoggiateve
vicino a me, acchiappateve ar collo!» le faceva Tommaso, tirandola.
«Ma nun ce la pòi fà,»
gridava la donna, con una voce da ragazzina, facendo la pignarella, «ma
nun vedi che c'è, li mortacci sua?» «Ce provamo, aaa cosa!» [...]
Tenendosi aggrappato alla
corda, si spingeva alla disperata verso la scesa, dove lo stavano aspettando,
e lo tiravano piano piano. Tutto sudato, che per rifiatare quasi si crepava,
arrivò all'asciutto. La comare cominciò a far la matta, e a lasciarsi
prendere dalle convulsioni, mentre gli altri cercavano di calmarla e di
farle insorsare un po' di cognac. Tommaso si slegava la corda dai fianchi,
sbragato sul fango, tutto lasciato, ma gobbo, con la fronte bassa, perché
non si voleva far vedere in faccia com'era ridotto, senza un filo di fiato
per bestemmiare.
(Alcuni appunti sul romanzo,
tratti da Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti,
Milano 1977)
[...] Il 12 novembre
1959 una giuria di cui fanno parte Carlo Emilio Gadda, Alberto Moravia,
Giuseppe Ungaretti, Giorgio Bassani, Giacomo De Benedetti assegna al romanzo
di Pasolini Una vita violenta il premio letterario Città di Crotone. Un
vero terremoto [il sindaco della città di Cutro aveva querelato Pasolini
per ciò che egli aveva scritto sulla Calabria - e specificamente su Cutro
- nel mensile milanese "Successo"].
La sostanza dei fatti è
la seguente: Crotone e Cutro sono due cittadine a pochi chilometri di distanza
l'una dall'altra, ma ben distinte politicamente: Crotone ha un
amministrazione comunale
comunista; Cutro un'amministrazione comunale democratica cristiana, che
sta perdendo terreno di fronte all'avanzata compatta del Pci. [...]
Il Premio Crotone assegnato
«a chi ha offeso senza alcun ritegno l'onorabilità della cittadina crotonese
di Cutro» come ha scritto "Il Messaggero della Calabria" diventa dunque
il punto focale di una vera e propria battaglia politica. «I comunisti
di Crotone hanno tradita la Calabria» scrive il quotidiano democristiano
«Il Popolo», «indignazione in tutta la regione per l'assegnazione del
premio a un nemico della nostra terra». I gruppi di minoranza democristiana,
missini e liberali, si dimettono dal consiglio comunale di Crotone; i tre
partiti fanno affiggere manifesti insultanti Pasolini e «il milioncino»
datogli come premio; il presidente della provincia e il presidente della
corte di appello di Catanzaro si dimettono dal comitato d'onore del premio;
il prefetto cerca affannosamente appigli procedurali per annullare l’assegnazione
del premio «al romanzo del comunista Pasolini»; la Fgci costituisce un
servizio d'ordine per la protezione del poeta. [...]
Sul settimanale «Rinascita»
del gennaio ‘60 il senatore Mario Montagnana deplora che i critici comunisti
abbiano parlato bene di Una vita violenta sostenendo tesi ispirate ad un
patriottismo di partito culturalmente non troppo diverso dal patriottismo
dei conservatori calabresi: «Pasolini riserva le volgarità e le oscenità,
le parolacce al mondo della povera gente... si ha la sensazione che il
Pasolini non ami la povera gente, disprezzi in genere gli abitanti delle
borgate romane, e ancor più disprezzi il nostro partito... Tommasino il
protagonista è in realtà un giovane delinquente della peggior specie:
ladro, rapinatore e pederasta... Decide di iscriversi al partito comunista...
la descrizione che il Pasolini dà della sezione comunista e del suo segretario
(un mezzo delinquente) e dell'assemblea dei suoi iscritti, è senz'altro
da respingere con sdegno... Ecco il giovane delinquente diventato un tesserato
del partito comunista... ha bisogno di alcune centinaia di lire... entra
in un cinematografo malfamato... Si avvicina a un tale che riconosce come
pederasta... si fa masturbare da lui... si fa consegnare 500 lire... Non
è forse abbastanza per farti indignare?»
[...] qualche mese dopo,
nel maggio '60, s'indigna l'Azione Cattolica milanese che sporge denuncia
contro Una vita violenta. Il procedimento penale viene affidato al dr.
Spagnuolo il quale a sua volta affida ad Alessandro Cutolo, ordinario di
storia all'Università di Roma, noto divo della TV dell'epoca, il compito
di fornirgli una rapida perizia del corpo del reato. Il prof. Cutolo ne
fa una disamina scrupolosa [...]
«Nella narrazione il linguaggio
è crudissimo, offensivo, e molto spesso lo è senza necessità, quasi
per compiacimento: nei dialoghi sembra che l'oscenità e la scurrilità
non possano separarsi dai personaggi. In realtà quella gente non può
parlare in altro modo, e lo si capisce quando lo scrittore ci presenta
lo scenario nel quale essa vive... Tutto il libro offende il gusto del
lettore: ma quale gusto? alla fine si è oppressi da un senso di colpa...
Il neorealismo rispecchia il costume e i tempi e siamo ormai avvezzi dai
film, dalle commedie, dai libri, ad accettare durezze e scabrosità che
i nostri nonni avrebbero respinto sgomenti... In Una vita violenta queste
durezze, queste scabrosità sono disseminate con abbondanza e descritte
con termini scurrili e volgarissimi: ma la rappresentazione del vizio è
desolata, il peccato non dà gioia, i peccatori non destano alcun desiderio
di imitarli; non c'è in questo libro niente di pruriginoso. [...]»
[Dopo la "perizia"] l'«azione
cattolica» del prof. Cutolo determina la decisione di non promuovere azione
penale in data 14.3.63.
Così parla Pier Paolo
Pasolini del suo romanzo in Le belle bandiere, Editori Riuniti,
Roma 1996
"Con Ragazzi di vita e Una
vita violenta - che molti idioti credono frutto di un superficiale documentarismo
- io mi sono messo sulla linea di Verga, di Joyce e di Gadda: e questo
mi è costato un tremendo sforzo linguistico: altro che immediatezza documentaria!
Rifare, mimare il "linguaggio interiore" di una persona è di una difficoltà
atroce, aumentata dal fatto che, nel mio caso - come spesso nel caso di
Gadda - la mia persona parlava e pensava in dialetto. Bisognava scendere
al suo livello linguistico, usando direttamente il dialetto nei discorsi
diretti, e usando una difficile contaminazione linguistica nel discorso
indiretto: cioè in tutta la parte narrativa, poiché il mondo è sempre
"come visto dal personaggio". Le stonature in questa operazione sono sempre
a un pelo dalla scrittura: basta eccedere solo un minimo sia verso la lingua
che verso il dialetto che il difficile amalgama si rompe, e addio lo stile."
«La trama di Una vita violenta
mi si è fulmineamente delineata una sera del '53 o '54, quando stavo finendo
di scrivere Ragazzi di vita. C'è un punto della Tiburtina, all'altezza
di Pietralata, e poco prima di Tiburtino III e Ponte Mammolo (dove allora
abitavo), che si chiama il “Forte”. Vi si vedono una caserma, un bar,
una fabbrica, un deposito di pullman, delle baracche, e, dietro, un'altura,
un montarozzo spelacchiato e infernale, il "Monte del Pecoraro" (che ho
tante volte descritto nei miei libri, e che ridescriverò nel primo Canto
del mio nuovo romanzo, un Inferno, appunto, che si chiama La mortaccia).
Pioveva, o era appena cessato
di piovere. C'era un'aria fradicia e dolente, con quell'azzurro cupo, funereo,
troppo lucido che si scopre in fondo all'orizzonte quando il tempo si rasserena
verso sera, ed è ormai troppo tardi.
Camminavo nel fango. E lì,
alla fermata dell'autobus che svolta verso Pietralata, ho conosciuto Tommaso.
Non si chiamava Tommaso: ma era identico, di faccia, a come poi l'ho dipinto
ripetutamente nelle pagine di Una vita violenta, e vestiva, anche, nello
stesso modo: un abituccio sbrindellato, ma "serio", con la camicia bianca
magari sporca, e la cravattina, violacea e lisa. Come spesso usano fare
i giovani romani, prese subito confidenza: e, in pochi minuti mi raccontò
tutta la sua storia: l'episodio che ho poi raccontato nel primo capitolo,
e la sua malattia al Forlanini.
Poi sparì. Non l'ho più
rivisto. Né a Pietralata, né a Tiburtino; in nessuna di quelle misere
strade che circondano la Città di Dite.
Quando sono giunto al capitolo
del Forlanini, ho dovuto documentarmi, perché in tutta la mia vita non
avevo visto un ospedale se non per qualche visita.
Ho parlato con due ex ricoverati
- che sarebbero poi diventati due personaggi del romanzo - ho parlato con
uno dei medici (fratello di un uomo politico comunista mio amico), e ho
parlato, infine, con alcuni malati anonimi. Cinque o sei giorni di lavoro.
Tutto qui.»
Alberto Asor Rosa da Scrittori
e Popolo - il populismo nella letteratura italiana contemporanea, Einaudi,
Torino
«Una vita violenta si colloca
ad un livello di complessità assai superiore a quello dell'altro romanzo.
Nel periodo di tempo che intercorre tra Ragazzi di vita e Una vita violenta,
Pasolini compie del resto un altro passo nello sviluppo della sua tematica
e della sua ideologia. Ragazzi di vita appartiene al momento, che noi abbiamo
esemplificato sul piano teorico coi riferimenti agli articoli apparsi su
"Officina" e alle poesie delle Ceneri di Gramsci; l'assenza di una scelta
ideologica storicamente impegnata e lo sperimentalismo letterario avevano
caratterizzato questa fase. Negli anni successivi lo scrittore compie il
tentativo di solidificare la propria posizione, uscendo da questo stadio
di mobile problematica. Per quanto riguarda l'ideologia, questo significa
da parte sua un deciso avvicinamento al marxismo. Per quanto riguarda le
scelte letterarie, questo significa elaborare un tipo di discorso narrativo,
che abbia al proprio centro una storia, cioè un asse, un nucleo di interessi
fondamentali, intorno al quale si riunifichino gli sparsi frammenti delle
osservazioni, e che perciò appaia assai più determinato da una tesi,
da una precisa intenzionalità.
[...]
Tommaso [...] Così come
Pasolini lo rappresenta - dapprima teppista e missino, insensibile moralmente,
sessualmente animalesco, poi, attraverso l'esperienza del fidanzamento
con Irene e del sanatorio, comunista, ed infine eroe per spirito di bravata
e di antica, sotterranea generosità - egli proviene dal cliché ben noto
di una politica di sinistra, fondata tutta sul tema della "elevazione delle
masse" e sul presupposto della progressività umana della spinta popolare.
Non c'è nulla in lui, che non si possa ritrovare sulla pagina della cronaca
romana dell'"Unità" o dell'"Avanti!".
C'è persino, da parte sua,
la riscoperta del ruolo decisivo che giuoca, nella formazione di una coscienza
non più semplicemente animale, l'edilizia popolare: il motivo della casa
per tutti e la polemica contro i tuguri alle soglie della capitale. [...]
Pasolini si direbbe sopraffatto
dalla sua stessa smania di andare sempre di più verso il fondo, sempre
di più verso l'essenza del bene attraverso l'essenza del male: la parte
terminale di questo pozzo, in cui egli è sprofondato, non è che un magma
viscido, che tutto soffoca in sé. Lo stesso contenuto populistico dell'ispirazione
pasoliniana a questo punto si frange e cola via, come sotto la pressione
di forze consistenti. La rabbia, la violenza, l'inconscia protesta di questi
sottoproletari, non sono che gesti meccanici, circoscritti nell'ambito
di una natura sorda ed opaca come quella degli esseri bruti. [...]
Ma il coacervo di populismo,
progressismo, decadentismo estetizzante e morbosità animalesca, non quaglia,
se non in virtù della solita operazione moralistica ed intellettualistica.
Sono, anche in Una vita violenta, pregevoli i risultati raggiunti da Pasolini
ogni qual volta dimentica l'armamentario ideologico e riesce contemporaneamente
a frenare i suoi spasimi sub-coscienziali. In una misura di realismo teso
e moderatamente appassionato, si ritrovano le pagine più riuscite del
libro: in capitoli come "La battaglia di Pietralata" e "Che cercava Tommaso?",
in cui lo scrittore sta fermo alle cose e ai movimenti delle cose, senza
buttarvisi sopra come un affamato. [...]
Pasolini si muove ad un
livello linguistico assai ristretto, con un puntiglio di fedeltà, che
ancora più rimpicciolisce il significato umano comunicabile dei suoi personaggi.
Nel corso della narrazione,
invece, egli alterna brani, in cui conserva intatta la struttura di una
sintassi letteraria estremamente elaborata e complessa, limitandosi ad
innestarvi di tanto in tanto elementi del lessico popolaresco, ad altri
di più aggrovigliato impasto, che rivelano la tendenza anche sintattica
ad intepretare un tipo di espressione più immediata e irriflessa".
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