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Cinema Quarant'anni fa moriva
Totò,
C'è chi non esita
a definirlo il più grande comico italiano di tutti i tempi. Era
il 15 aprile di 40 anni fa quando il principe Antonio De Curtis uscì
per sempre di scena. Totò oggi piace a tutte le classi di età,
a tutti i ceti, al nord e al sud; i suoi film ottengono ascolti elevati
in tutte le tv, alla centesima replica; i libri che lo riguardano costituiscono
oramai un'ampia biblioteca; la sua figuretta con la bombetta campeggia
sempre nei presepi napoletani, insieme ad altre più
Nelle dichiarazioni commosse al tg di quel giorno Renato Rascel, Nanny Loy, Peppino de Filippo e tanti altri parlano della sua grandezza d'attore, della generosità dell'uomo. Ma chi avrebbe scommesso su un successo così duratura? In questo senso Totò è ancora un mistero, mentre si sa quasi tutto sulla sua vita. Figlio illegittimo del principe Giuseppe De Curtis e della giovane Anna Clemente, che solo nel 1921 riusciranno a sposarsi, Totò nasce a Napoli nel 1898. Registrato con il cognome materno, verrà riconosciuto come figlio dal principe soltanto nel 1941 e solo nel 1946, morto il Principe De Curtis, il Tribunale lo autorizza a fregiarsi del titolo di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero,... È la madre a dargli il nomignolo di Totò. Ma è al collegio Cimino, che un suo precettore, tirando di boxe, gli causa quella deviazione del setto nasale che diventerà un tratto caratteristico della sua maschera. La sua carriera comincia a 14 anni, in piccoli teatri di periferia. Scoppia la guerra e va volontario; scampa la prima linea e inventa il celebre motto: "Siamo uomini o caporali?" Nel 1918 torna a recitare a Napoli, con un repertorio di imitazioni. Dal 1922 è a Roma, ha successo con la sua figura di marionetta disarticolata, in bombetta, tight fuori misura, scarpe basse e calze colorate. Ha già trentun anni quando, al termine di un grande amore burrascoso, si uccide per lui la nota soubrette Liliana Castagnola: il nome col quale battezzerà sua figlia. Totò sposa nel 1932 la diciassettenne Diana Rogliani. Ma il matrimonio viene annullato nel 1940, mentre corre voce di un presunto flirt fra l'attore e Silvana Pampanini. In preda alla gelosia, l'ex moglie finirà per lasciare il comico e sposare un altro uomo, ispirando così la stupenda canzone Malafemmena. Intanto dagli anni Trenta è già un divo dell'avanspettacolo, con la sua compagnia, spesso accanto alla Magnani. Dopo la guerra verrà anche il cinema, un torrente di film (anche fino a dieci l'anno!), che fanno cassetta con il suo nome addirittura nel titolo; ma non piacciono alla critica.
Intanto nel 1952, grazie ad un giornale, conosce Franca Faldini, attrice, poi giornalista, una donna intelligente e materna, con la quale vivrà fino alla morte. Nel '56, dopo una lunga parentesi cinematografica, Totò torna in teatro con la rivista "A prescindere". Purtroppo mentre recita a Palermo viene colpito da un male agli occhi: resta quasi cieco, ma indomito: continuerà a recitare in teatro e sul set fino alla fine. * * * L'altro Totò
"È folle la meticolosità con cui teneva tutto e in quantità incredibile: certificati di nascita in cinquanta fotocopie. Conservava tutto in maniera maniacale". Così Diana de Curtis, nipote del grande Totò, apre le porte della sua casa all'indomani di una grande mostra che celebrerà i quarant'anni dalla scomparsa dell'attore. Anni in cui la sua immagine, invece di subire un declino al quale proprio lui riteneva che il suo personaggio fosse destinato, è stata consegnata al mito praticamente da subito grazie anche ad un consenso popolare unanime. È risaputo poi quanto la sua maschera pubblica fosse in netto contrasto con la sfera privata, dove Antonio de Curtis rivelava una meticolosa formalità, un'ossessiva attenzione alla ricostruzione dei suoi titoli nobiliari ed una maniacale attenzione per l'igiene ("Stu guaglione quanti microbi se porta ‘n cuollo", confidò ad un incontro con Pasolini scortato dall'inseparabile Ninetto Davoli). Meno noti sono alcuni dei suoi appunti, lettere e cimeli, dai quali emerge una personalità ancora più complessa di quella conosciuta fino ad ora. La mostra, che sarà inaugurata a Roma a Palazzo Venezia il 13 aprile 2007, si aprirà con un documentario realizzato da Barbara Calabresi e Diana de Curtis che, rivela, "sarà una sorta di album di famiglia, con documenti finora sconosciuti, come la raccolta di fumetti di Totò, che ne scrisse e diresse la realizzazione; il suo primo provino cinematografico, manoscritti, lettere d'amore, poesie e canzoni". Attore, musicista e poeta, Antonio de Curtis ha rappresentato in tutto e per tutto un ingegno multiforme incarnando la capacità propria di alcuni artisti di essere ogni cosa senza mai rivelarsi completamente, tanto che per molti ha significato uno straordinario incontro tra opposti: uno su tutti quello tra miseria e nobiltà, con tutti gli innumerevoli contrasti e controsensi che questa dicotomia si portava dietro. La sua icona ha finito per rappresentare un vasto pezzo della cultura del nostro paese eludendo confini regionali, incantando persone di ogni età e appartenenza. Tra i vari cimeli spuntano disegni e caricature dell'attore realizzati da Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini. Tutti e due avevano di lui un immagine fortemente romantica e carica d'innocenza che la maggior parte dei suoi film non riuscirono a mettere in mostra (semmai erano tesi a marcare l'aspetto abusato dell'italiano, in special modo del napoletano, che si arrangia). Con il tempo alcuni dei luoghi comuni e dei fraintendimenti che accompagnarono Totò fino alla fine della sua carriera hanno finito per essere smorzati. La prima persona a dare una chiave di lettura dell'attore più complessa (e l'unico che cercò di chiarire quei fraintendimenti quando l'attore era ancora in vita) fu proprio Pier Paolo Pasolini, che all'uscita di Uccellacci e Uccellini dichiarava: "La mia ambizione in Uccellacci è stata quella di strappare Totò dal codice, cioè di decodificarlo. Com'era il codice attraverso cui uno poteva interpretare Totò allora? Era il codice del comportamento dell'infimo borghese italiano, della piccola borghesia portata alla sua estrema espressione di volgarità e aggressività, di inerzia e di disinteresse culturale. Totò innocentemente faceva tutto questo facendo parallelamente, attraverso una sorta di dissociazione, un altro personaggio che era al di fuori di tutto questo". Un'altra delle sue ossessioni era quella di finire nel dimenticatoio, di vedere il frutto del lavoro di una vita gettato al vento: "Sono ormai all'età in cui si tirano le somme, e io non ho fatto ancora nulla, sarei potuto diventare un grande attore, e invece su 100 e più film che ho girato, ne sono degni non più di cinque, ma anche fossi diventato un grande attore cosa sarebbe cambiato, noi attori siamo solo venditori di chiacchiere, un falegname vale certo più di noi, almeno il tavolino che fabbrica, resta nel tempo, dopo di lui, noi attori se abbiamo successo, duriamo massimo una generazione".Questo pensiero Totò non riusciva proprio a sopportarlo. "Me ne vado nell'anonimato, nessuno mi ricorderà" aveva detto il 15 aprile del 1967, appena poco prima di morire. Ad oggi questa frase suona in maniera piuttosto ironica, come una delle sue innumerevoli battute.
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